Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images
Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images

 

 

di Mattia Spanò

 

Papa Francesco è preoccupato per le notizie false – al secolo “fake news”. “I siti dei media”, dice, “sono diventati luoghi di tossicità, discorsi d’odio e fake news”, da combattere tramite “educazione”, “networking fra i media cattolici”, e “contrasto alle menzogne e alla disinformazione”.

Si tratta di altissimo, purissimo, levissimo vocabolario woke: tossicità, discorsi d’odio, fake-news, disinformazione. Su questo punto no hay otras interpretaciones, come scrisse il papa al delegato dei vescovi della regione di Buenos Aires che lo interrogava, fra le altre cose, sull’opportunità di dare la comunione ai divorziati: sì che si può. Non c’è altra interpretazione.

Il richiamo all’educazione è inappuntabile: un certo livello di preparazione di base e culturale non garantisce, ma certamente aiuta a districarsi nella info-jungla.  Non è chiaro invece il networking fra i media cattolici: è un problema soltanto loro, o il papa pensa che debbano assumere il ruolo di fact-checkers?

Il linguaggio funziona come una divisa: indica a quale esercito, corporazione, popolo o fede appartieni. Uno dei modi, se non il modo per eccellenza, di azzerare una cultura è intervenire sul linguaggio modificando, cancellando o stravolgendo i significati.

La cultura cattolica si esprime con un linguaggio chiaro. Al di là del fatto che sia considerato obsoleto in seno alla stessa Chiesa, come dimostra il cambiamento della traduzione del Padre Nostro (“Il Padre Nostro? La traduzione è sbagliata”), non si comprende la necessità di adottare di peso un linguaggio che non solo è un manifesto politico di un movimento ideologico aggressivo e determinato, ma declina anche un forte pensiero anticristiano. Come cattolici, non abbiamo più nulla da dire né parole per dirlo?

Ci sono parole-spia, parole chiave, che sono veri e propri marchi di fabbrica. Dei richiami per uccelli: ad ogni specie, il suo fischietto. Usare certe formule distingue e separa gli uni dagli altri all’interno della stessa cornice semantica ma, in definitiva, è illusorio adottare una livrea linguistica che su un pavone attragga anche i pellicani.

Perciò spiace che il papa abdichi alle parole della tradizione – poteva esprimere lo stesso concetto in termini cattolici – ovvero affermi che non conta il linguaggio ma l’intenzione. Questa non sarà una fake news ma è una fake truth. Una falsa verità: non esiste nulla di più friabile, sepolto e cangiante delle intenzioni. Che non a caso, specie quando sono buone, lastricano la strada per l’inferno.

Non è la prima volta che il papa lancia appelli che mirano scopertamente a giustificare la repressione delle falsità (concetto sul quale ci si è accapigliati per decenni, di colpo diventato chiarissimo) e quindi del dissenso.

Non si può ignorare che dalla notte dei tempi il potere – specie quello fondato su mantra culturali, più che militari, politici ed economici – abbia il bisogno sfrenato di bollare come falso ciò che lo contraddice e lo smaschera. Se è vero che non tutto il dissenso contro il potere è buono, ciò che è veramente buono di norma è contro il potere.

Vivendo tutti in una infosocietà che ha perso ogni connotato antropologico e politico e campa sulla diffusione pervasiva di vaticini digitali – canali all news, testate giornalistiche numerose come le stelle del firmamento, per tacere di blog, profili social e idee balenghe come il “tempo reale” e l’“infotainment” – ci si deve domandare quanta accuratezza si possa mai applicare alla verifica delle notizie e delle fonti.

Ogni persona è in sé un medium, cioè qualcosa che sta in mezzo. Stabilisce relazioni, comunica, riflette (poco), giudica (molto). È uno sherpa di informazioni. Lo fa – meglio: lo faceva – in modo diretto: one-to-one, direbbero gli americani.

Se perdo il cane, ne informo i vicini di casa che lo dicono ad altri vicini e in breve il quartiere sa che ho perso il cane. Se esplode una casa per una fuga di gas, lo sa la città. Se esonda un fiume, lo sa la regione, e così via. La rilevanza dell’informazione è sancita dalla sua utilità marginale in un contesto dato.

L’informazione del mio cane perduto interessa al massimo il mio comune di residenza, che è piccolo. Difficilmente preoccuperà un sardo residente a Ozieri. Nell’era della comunicazione one to all, ciò che è utile e sensato annoia, ciò che è inutile e fuori contesto attrae.

Su scala mondiale, dovrebbe interessarmi sapere che l’Equador, il Bangladesh, Olanda e Canada sono in rivolta. Perché, a cosa, a chi si ribellano? Devo invece rattristarmi o gioire (comunque manifestare una reazione emotiva qualsiasi, anche la più indecente) perché Francesco Totti e Ilary Blasi si separano, a giudicare dal numero di parole e immagini spesi sull’argomento.

Questo accade perché, come sostiene McLuhan, il medium è il messaggio. Compro la Repubblica non perché voglia sapere cosa accade nel mondo, ma perché voglio sapere cosa ne pensa la Repubblica. La gente è minimamente interessata ai fatti, e moltissimo alle opinioni.

La preoccupazione del papa dunque è rivolta alle opinioni, non ai fatti. Quello che i padroni del discorso intendono stigmatizzare non sono tanto le fake-news, di cui sono i principali artefici, quanto le fake-opinion. Quelle che disturbano lorsignori.

Quando monsignor Dario Eduardo Viganò manipolò una lettera con cui papa Benedetto XVI declinava l’invito a scrivere una prefazione alla collana filosofica sul pensiero di papa Francesco, usandola al contrario come investitura autorevole del pensiero di Francesco, la fake-news fece il giro del mondo. Accadeva nel marzo 2018.

Nel maggio dello stesso anno, Mons. Viganò, all’epoca capo del dicastero vaticano della comunicazione, intervenne ad un convegno organizzato dal Pontificio Consiglio della Cultura e la Fondazione CURA, dicendo a medici, giornalisti e personalità assortite che la spinta per la trasparenza sul web “è assolutamente urgente”. Il titolo del convegno, a sfondo medico-sanitario, era Uniti per curare.

Allo stesso modo, nonostante ripetute e imbarazzanti smentite delle ormai celebri interviste rilasciate da papa Francesco a Scalfari, la LEV – Libreria Editrice Vaticana, titolare per legge di tutti i diritti relativi alle parole e agli scritti dei pontefici – nel 2015 ritenne di raccogliere le prime due in un volume. Da un lato si smentisce, dall’altro si mette un bollino di qualità: il fedele cosa deve pensare?

Dunque i fatti possono tranquillamente essere dissociati dalle opinioni, e dal principio di identità e non contraddizione così inutilmente enunciato dallo Stagirita. Mons. Viganò ha il diritto di mettere in guardia dalle fake-news che girano sul web e al tempo stesso farsene divulgatore, come la LEV ha la facoltà di stampare, attribuendole al papa, parole che sono state dichiarate false.

Ci sarebbero da segnalare altri problemi relativi alla definizione comunemente accettata di fake-news. Ad esempio, papa Francesco si recherà in Canada in pellegrinaggio penitenziale, dove chiederà perdono per i massacri di indigeni perpetrati dai missionari cattolici. Massacri che però non sono mai avvenuti. Questa è una fake-news? Direi di sì.

L’invito a vaccinarsi per amore degli altri evitando il negazionismo suicida, alla luce del mirabolante insuccesso della campagna vaccinale, fu una fake-news? Mi pare che si possa definire così. Nel frattempo, tante o poche persone sono morte a causa dei vaccini mentre continuiamo a morire di Covid, e molte di più hanno effetti avversi gravi o permanenti, bambini compresi.

Se con la mano destra si denunciano le fake-news come una piaga del nostro tempo, con la sinistra se ne seminano di notevoli. Neppure la Chiesa sembra sottrarsi a quella che sembra una necessità coatta e coercitiva, quasi si fosse rassegnata all’impossibilità, o all’incapacità, di scommettere sulla propria fede e sulla ragione dell’uomo.

Bisognerebbe rispolverare un antico principio cattolico: quello della prudenza. Ma, dal momento che le persone vivono immerse sino alla punta dei capelli nella melassa del presente e la memoria è un’espansione del computer, forse hanno ragione loro: muoia la verità con tutti i Filistei.

 


 

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