Un lettore di questo blog, che si firma con lo pseudonimo “Occhi aperti!”, mi ha inviato la traduzione dell’articolo che segue, scritto da Larry Chapp, e pubblicato su What we need to know.

 

Onu e Papa Francesco

 

Il concetto di fine del mondo percorre tutta la storia, ma il nostro tempo ha riportato in auge questo tema scoprendo non solo come distorcere i fenomeni, ma anche come distorcere la coscienza e il pensiero. Oggi la fine del mondo non è tanto temuta o desiderata: è palpabile”.

Alain Besançon, La falsificazione del bene (8)

Ultimamente il Vaticano è un pensiero costante nella mente di quei cattolici che prestano attenzione ai social media e che ricevono la maggior parte delle loro informazioni da lì. E per i cattolici di stampo più conservatore, gran parte delle notizie è talmente sconcertante da turbare la loro fede. Ma è istruttivo ricordare che prima dell’era dei mass media, esistevano vaste fasce della Chiesa dove la maggior parte dei cattolici, ad un dato momento, probabilmente non sapeva nemmeno chi fosse il Papa attuale. E per molti versi, l’estrema delusione che oggi viviamo per l’attuale pontificato è semplicemente il rovescio della medaglia di certa papolatria e del culto della personalità papale che i moderni mass media hanno contribuito a creare. Il papato ha qualcosa di istrionico, si fonda nel soprannaturale, è sufficientemente all’antica nelle sue sobrie apparenze rinascimentali e avvolto in un mito di segretezza e intrighi. Pertanto, è perfetto per creare un’immagine mediatica di grande effetto, cosa che alla fine ha influenzato negativamente i cattolici stessi, fuorviati da questo fascino solo superficiale.

E finché alcuni dei più grandi papi della storia della Chiesa hanno dato lustro alla Cattedra di Pietro, il grandioso lato mistico del papato è sempre emerso, dando i suoi frutti. Ma al di là della mistica, c’era anche qualcosa di profondamente galvanizzante in quei papi, che spiega perché così tanti cattolici hanno iniziato a focalizzare la loro attenzione sul papato come faro di speranza. E ciò che infiammava gli animi era che sentivamo di avere le spalle coperte. In una Chiesa piena di inetti sicofanti acculturati, e anche di molti vescovi di dubbia ortodossia, il fatto che Roma tenesse il punto fermo contro la cultura della modernità era più che una consolazione. Era un fondamento su cui costruire la propria fede.

Giovanni Paolo II si riferiva alla modernità come alla promotrice di una “cultura della morte” e, quando disse questo, tutti sapevamo bene cosa volesse significare. Infatti, lo abbiamo inteso e vissuto da contemporanei. Sapevamo quindi che “aveva fatto centro” e comprendevamo lo scontro che stava avvenendo. Lo stesso è stato per Papa Benedetto, il cui costante riaffermare l’esistenza di una “dittatura del relativismo” e di una “eclissi di Dio” indicava che capiva perfettamente il punto nevralgico d’intersezione tra modernità e Chiesa. La loro testimonianza ha ispirato un’intera generazione di giovani cattolici, ormai più vecchi, affinchè potessero raccogliere la sfida di una nuova evangelizzazione di questa cultura. I papi, in altre parole, erano i nostri eroi e i nostri campioni.

Ma ora abbiamo un Papa che non capisce. Un Papa che “non fa centro” e che “non ci copre le spalle”. E quel che è peggio, sembra aver messo tra i cattivi tutti quei cattolici devoti e ubbidienti a GPII/Benedetto, gettandoli dalla finestra, come fossero solo tanti “rigidi indietristi ideologizzati”. Sembra che stia conducendo le battaglie intra-ecclesiali del 1955, ignorando che la situazione del 2023 è invece molto diversa. Per lui, il problema sono i cattolici devoti, mentre sono proprio i cattolici che non sembrano affatto preoccuparsi della fede, e di come questa debba emergere in un vero e proprio cattolicesimo vissuto, ad essere valorizzati.

E così, forse è il momento di ridare al papato la giusta prospettiva e di rendersi conto che tutto il nostro amore per i papi precedenti riguardava in realtà il nostro desiderio di vivere in una Chiesa permeata da una fede robusta, tale che potesse agire come un vero contrappeso alla tossicità della modernità. I Papi precedenti ci hanno aiutato in quel desiderio di resistenza a livello culturale. Questo Papa non lo fa. Pertanto, forse è tempo di andare avanti da soli per perseguire una vita di santità e di preghiera – qualunque potrà essere la prossima folle direttiva da Roma. Forse è il momento di ammettere che probabilmente ci siamo concentrati troppo su Roma per tutto il tempo e ora è il momento di mettere mano all’aratro e di non guardare indietro. Dopo tutto, non era questo il messaggio di Giovanni Paolo? “Prendete il largo…”

Per comprendere come attuare questa esortazione, sarà necessario fare, ora, un’analisi dei “segni dei tempi”, così da capire quale è realmente il nostro compito come laici nel mondo moderno e contro cosa ci si va a scontrare. È un mondo che Papa Francesco sembra non comprendere nel suo spirito più profondo e costitutivo. Sembra soddisfatto di giudicarlo superficialmente, senza addentrarsi nelle profondità di quelle sfide “metafisiche” al Vangelo. E poiché si rifiuta di farlo, dobbiamo farlo da noi. Questo è ciò che accade in una Chiesa in cui il Papa non copre più le spalle. Dobbiamo sforzarci di diventare santi in un mondo impazzito; e senza l’aiuto di Roma, almeno per un pò.

Come David L. Schindler ha osservato molto tempo fa: “Gli uomini curiosi osservano da vicino lo svolgersi degli eventi. Ma tali uomini navigano alla deriva su queste correnti del passato e del futuro, rimanendo alla superficie. È il santo che penetra veramente gli eventi della storia” (Cuore del Mondo, Centro della Chiesa, 228).

Dobbiamo “penetrare gli eventi della storia”. Dobbiamo diventare santi in un mondo che non ha spazio per cose così stupide. Dobbiamo diventare pittoreschi guardiani all’antica di quei carboni ardenti della ragionevolezza, ormai in via d’estinzione nel nostro mondo. Questo dovrebbe essere il nostro obiettivo, e non gli ultimi intrighi di curia. Pertanto dobbiamo mettere da parte il nostro interesse per le “questioni di Roma” e concentrarci per descrivere il mostro accovacciato alla nostra porta.

E allora cos’è questo mostro? Ho scritto spesso di modernità paragonandola ad una nientificazione della questione di Dio, che in se stessa è un violento passaggio dalla piena visione di un più profondo impegno di natura spirituale all’estetica del nulla. E non è forse lo spettro di questo profondo, e apparentemente senza fondo, abisso del nulla che più infesta la nostra epoca? Possiamo, anche se con grande sforzo e nonostante le fosse scavate per la montagna di cadaveri del ventesimo secolo, risvegliarci con una sana rabbia affinchè coloro che ci affliggono senza pietà non abbiano l’ultima parola. Ma anche qui, nel febbrile tormento di questa rivendicazione della giustizia nel bel mezzo di una carneficina inimmaginabile, percepiamo dal di dentro un mostro che rode e non dà pace. Ed è un mostro senza volto, senza nome e ben celato, che rifiuta la luce e il riconoscimento, anche se i suoi effetti sono ravvisabili per ogni dove. Alain Besançon, meditando sulla natura genocida dei nostri tempi, parla di “un male più malefico del male stesso, perché confuso con il bene” (La falsificazione del bene, 8).

La difficoltà qui è che percepiamo in profondità la persistente sensazione che qualcosa è cambiato e che il mostro che affrontiamo non è terribile per via delle zanne o degli artigli, ma è qualcosa di ben più pericoloso e sottile, mai visto prima. Rifiuta il combattimento aperto per non valorizzare la nostra capacità di resistergli – meglio, per non valorizzare il concetto stesso di crisi come tale e quindi per non dare adito a qualsiasi senso di “giustificazione” alla nostra opposizione. Resistere viene quindi visto da molti come qualcosa di ridicolo e fumettistico, comportamenti folli di un catastrofista esagerato che si è ubriacato di favole sull’imminente devastazione che sta per abbattersi, seguiti da un epilogo di natura escatologica. Presa in prestito una spada, ora in pugno, e con indosso un’armatura inadatta proveniente da un vecchio castello che ora è un B & B, colui che resiste – il combattente – si trova in strada da solo, dall’altra parte della barricata, in attesa di un nemico che non viene. Sembra un patetico sciocco. E forse lo è.

Besançon continua la sua analisi sulla strana natura di questo mostro furtivo e schivo, e sottolinea che falsifica il bene e chiama bene il male, e questo rimanendo all’ombra di semplici frasi come “ciò è ovviamente ragionevole” oppure “così è proprio come stanno le cose”. È la tirannia della quotidianità la marionetta del mostro. E, come tale, ci priva di meraviglia creativa. Distrugge il concetto stesso di immaginazione e stupore e si fa beffe dei sogni poetici dei romantici, strappandoci dall’interno quella capacità di resistere attraverso un nuovo modo di pensare. Così, dice Sebastian Morello, “come conseguenza, ci siamo messi a dormire da persone grigie in un mondo grigio” (Il mondo come l’icona di Dio, 10).

Lungo la falsariga del “mondo grigio” di Morello, Besançon si rivolge al poeta polacco Zbigniew Herbert che, in un componimento poetico intitolato “Il mostro del Signor Cogito”, illustra la natura nascosta della bestia che affrontiamo. Besançon riassume il poemetto come segue, in una lunga citazione degna di essere riportata interamente:

Beato San Giorgio che, dall’alto della sella del suo destriero, poteva osservare i movimenti del drago e giudicarne la forza! Il signor Cogito non è in una posizione così felice. Siede sul fondo di una valle, avvolta da una fitta nebbia. Attraverso di essa, può solo intendere uno sfavillio nel nulla. Il mostro del signor Cogito è difficile da descrivere e sfida ogni definizione. È come una immensa depressione che si stende su tutto il paese. Né la penna, né la lancia né argomentazioni possono colpirla. Se solo portasse la morte e un peso schiacciante dall’alto, si potrebbe credere che sia l’allucinazione di una mente malata. Ma esiste, perché distrugge le strutture della mente e copre il pane con la muffa. Le sue vittime sono la prova indiretta della sua esistenza, ma sono sufficienti. Le persone razionali dicono che puoi convivere con il mostro: tutto quello che devi fare è evitare movimenti improvvisi e pronunciare parole forti, devi agire come una roccia o una foglia, respirare dolcemente e dire a te stesso che non c’è alcun mostro. Ma il signor Cogito non è soddisfatto solo di far finta di vivere. Vuole combattere il mostro allo scoperto. All’alba, cammina attraverso i sobborghi addormentati, pronto all’azione. Chiama il mostro lungo le strade vuote, lo insulta, lo provoca come se fosse nel coraggioso avamposto di qualche esercito inesistente. Lo chiama codardo. Ma nella nebbia può vedere solo le immense fauci del nulla. Il signor Cogito cerca lo scontro, anche impari, e lo vuole subito. Ma prima che avvenga, l’apatia sarà la sua rovina, e la banale solita morte, un soffocamento per inerzia. (9)

Questa parafrasi del componimento di Herbert, a mio avviso, rivela in nuce la nostra situazione. Mi ricorda la citazione attribuita al marxista italiano Antonio Gramsci: “Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Qualcosa sta davvero lottando per nascere nella nostra epoca. Ed è mio convincimento che sia già successo. Esattamente come accadde con l’oscurità e la natura apparentemente nascosto della nascita di Cristo. Il simulacro di Cristo e della sua Chiesa, così come adottati dalla modernità nella “religione dell’uomo” di Comte, è già reale ed è quell’ideologia quasi totalitaria della nostra epoca. O, come la chiama Daniel Mahoney, “l’idolo della nostra epoca”. Durante il tempo di Gramsci forse il mostro stava ancora lottando per nascere. Ma ora non più. Il bambino è qui, non in una mangiatoia o davanti allo sguardo di Simeone, ma nella riduzione algoritmica di tutto al regime di sorveglianza digitale, alla mercificazione e a quel soffocamento di tipo burocratico. Riduzione a un regime di nientificazione di Dio e di ascesa della cultura del più astratto nulla. L’ascesa di un “male più malefico del male stesso, perché confuso con il bene”.

Ma pochi hanno occhi per vedere cosa ha indotto il “parto”. E, come per la vana e solitaria battaglia del signor Cogito contro il nulla, lo stesso accade ora per quelli che hanno quella profetica sensibilità per “vedere” il più invisibile dei mostri, additati come seminatori di paura e profeti di sventura che combattono contro fantasmi creati da loro stessi.

È imperativo che comprendiamo questo punto se vogliamo capire a che tipo di santità siamo chiamati, e che genere di santi dobbiamo diventare oggi. In un certo senso la vera santità trascende ogni storicizzazione e circoscrizione, va al di là di ogni tempo e luogo, poiché alla fine essa non è nient’altro che un’apertura radicale a quella iniziativa e a quella chiamata – del tutto uniche – di Cristo. E quindi questa santità cristologica cui siamo chiamati, viene adulterata fin dalla sua radice quando è ridotta a un mero costrutto sociologico inventato in comitati o sinodi da ecclesiastici stanchi, da clerici e laici, che parlano incessantemente di questo o quel movimento dello Spirito Santo, che credono di aver ben afferrato, analizzato e riprodotto in forma burocratica presentandolo come una “riforma di strutture e precetti”, fabbricata da mani d’uomo. Il mio amico Lewis Ayres descrive così questo processo: “È la salvezza solo per dottorato”.

Ma va detto anche che la santità è sempre conforme alle esigenze del suo tempo. Ciò di cui abbiamo bisogno ora sono santi che possano lottare e respingere il peso schiacciante della modernità, ben presente nel pensiero di Charles Taylor. E dobbiamo farlo tornando più e più volte sull’eredità spirituale della Chiesa attraverso i santi mistici, i dottori della Chiesa, i sacramenti e la preghiera, anche in forma ascetica. Perché, di questi tempi, nessun aiuto ci viene da Roma. E forse è una buona cosa. Forse ci ricorda che sempre dovremmo partecipare attivamente per poter stare dall’altra parte della barricata, in attesa del mostro, nascosto e furtivo, della modernità.

Larry Chapp

 

Il dottor. Larry Chapp è un professore di teologia in pensione che ha insegnato per vent’anni alla DeSales University. Ora possiede e gestisce, con sua moglie, la Dorothy Day Catholic Worker Farm a Harveys Lake, Pennsylvania.

 


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