Riprendo alcuni stralci da vatinannews dell’intervista in volo di Papa Francesco di ritorno dal viaggio in Iraq.

 

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Santità, due anni fa ad Abu Dhabi c’è stato l’incontro con l’Imam Al Tayyeb di Al Azhar e la firma sulla Dichiarazione sulla fratellanza. Tre giorni fa lei si è incontrato con Al Sistani: si può pensare a qualcosa di simile anche con il versante sciita dell’Islam? E poi una seconda domanda sul Libano: san Giovanni Paolo II diceva che più che un Paese è un messaggio. Oggi purtroppo da libanese le dico che questo messaggio ormai sta scomparendo. È imminente una sua visita in Libano?

R. – Il documento di Abu Dhabi del 4 febbraio è stato preparato con il grande Imam in segreto, durante sei mesi, pregando, riflettendo e correggendo il testo. È stato – è dirlo un po’ presuntuoso, prendetela come una presunzione – un primo passo di ciò che lei mi domanda. Possiamo dire che questo sarebbe il secondo e ce ne saranno altri. È importante il cammino della fratellanza. Il documento di Abu Dhabi ha lasciato in me l’inquietudine della fratellanza, e poi è uscita “Fratelli tutti”. Ambedue i documenti si devono studiare perché vanno nella stessa direzione, sulla via della fratellanza. L’Ayatollah Al Sistani ha una frase che cerco di ricordare bene: gli uomini sono o fratelli per religione o uguali per creazione. Nella fratellanza è l’uguaglianza, ma sotto l’uguaglianza non possiamo andare. Credo che sia una strada anche culturale. Pensiamo a noi cristiani, alla guerra dei Trent’anni, alla notte di san Bartolomeo, per fare un esempio. Come fra noi cambia la mentalità: perché la nostra fede ci fa scoprire che è questo, la rivelazione di Gesù è l’amore e la carità e ci porta a questo: ma quanti secoli per attuarli! Questo è importante, la fratellanza umana, che come uomini tutti fratelli, e dobbiamo andare avanti con le altre religioni. Il Concilio Vaticano II ha fatto un passo grosso in questo, e anche le istituzioni dopo, il Consiglio per l’unità cristiani e il Consiglio per il dialogo interreligioso. Il cardinale Ayuso ci accompagna oggi. Tu sei umano, sei figlio di Dio e sei mio fratello, punto! Questa sarebbe l’indicazione più grande, e tante volte si deve rischiare per fare questo passo. Lei sa che ci sono alcune critiche: che il papa non è coraggioso, è un incosciente che sta facendo dei passi contro la dottrina cattolica, che è a un passo dall’eresia, ci sono dei rischi. Ma queste decisioni si prendono sempre in preghiera, in dialogo, chiedendo consiglio, in riflessione (…).

In che misura l’incontro con Al Sistani era anche un messaggio anche verso i capi religiosi dell’Iran?

R. – Io credo che sia stato un messaggio universale Ho sentito il dovere di fare questo pellegrinaggio di fede e di penitenza, e di andare a trovare un grande, un saggio, un uomo di Dio: soltanto ascoltandolo si percepisce questo. Parlando di messaggi, direi che è un messaggio per tutti, e lui è una persona che ha quella saggezza e anche la prudenza. Mi diceva: “Io da 10 anni non ricevo gente che viene a visitarmi con altri scopi politici e culturali… soltanto religiosi. E lui è stato molto rispettoso, molto rispettoso nell’incontro. Io mi sono sentito onorato. Anche al momento del saluto, lui mai si alza… Si è alzato per salutarmi, per due volte, un uomo umile e saggio, a me ha fatto bene all’anima questo incontro. È una luce, e questi saggi sono dappertutto perché la saggezza di Dio è stata sparsa in tutto il mondo. Succede lo stesso con i santi che non sono solo coloro che sono sugli altari. Succede tutti i giorni, quelli che io chiamo i santi della porta accanto, uomini e donne che vivono la loro fede, qualsiasi sia, con coerenza. Quelli che vivono i valori umani con coerenza, la fratellanza con coerenza. Credo che dovremmo scoprire questa gente, metterla in evidenza, perché ci sono tanti esempi… Quando ci sono scandali anche nella Chiesa, tanti, e questo non aiuta, ma facciamo vedere la gente che cerca la strada della fratellanza, i santi della porta accanto, e troveremo sicuramente gente della nostra famiglia, qualche nonno qualche nonna.

Il suo viaggio ha avuto una enorme ripercussione in tutto il mondo, crede che potrebbe essere “il viaggio” del pontificato? Anche si è detto che fosse il più rischioso. Ha avuto paura in qualche momento del suo viaggio? Sta per compiere l’ottavo anno del suo pontificato, continua a pensare che sarà corto? Infine, la grande domanda: ritornerà una volta in Argentina?

R. – Comincio dall’ultima, una domanda… che capisco ed è legata al libro del mio amico giornalista Nelson Castro, medico. Lui aveva fatto un libro sulle malattie dei presidenti e io una volta gli ho detto: ma se vieni a Roma, devi farne uno sulla malattia dei Papi, perché sarà interessante conoscere le loro malattie, almeno di alcuni degli ultimi tempi. Mi ha fatto un’intervista, ed è uscito libro: mi dicono che è buono, io non l’ho visto. Lui mi ha fatto una domanda: “Se lei si dimette tornerà in Argentina o rimarrà qui?” Io ho detto: non tornerò in Argentina, ma rimarrò qui nella mia diocesi. Ma in quella ipotesi, la risposta va unita alla domanda. Quando vado in Argentina o perché non ci vado… io rispondo sempre un po’ ironicamente: sono stato 76 anni in Argentina, è sufficiente no? C’è una cosa che, non so perché, non si dice: era stato programmato un viaggio in Argentina nel novembre del 2017. Si cominciava a lavorare, si faceva Cile, Argentina e Uruguay. Era per la fine di novembre… Ma poi in quel tempo il Cile era in campagna elettorale, in quei giorni a dicembre è stato eletto il successore di Michelle Bachelet, e io dovevo andare prima che cambiasse il governo. Non potevo andare. Avevamo pensato di fare così: andiamo a gennaio in Cile e poi Argentina e Uruguay… Ma non era possibile, perché gennaio è come luglio-agosto per i due Paesi. Ripensando la cosa. è stato fatto il suggerimento: perché non associare il Perù? Perché il Perù era stato staccato dal viaggio in Ecuador, Bolivia, Paraguay. Era rimasto da parte. E da lì è nato il viaggio nel gennaio 2018 in Cile e Perù. Ma questo io voglio dirlo perché non si facciano fantasie di “patriafobia”: quando ci sarà l’opportunità si potrà fare, perché c’è Argentina, l’Uruguay, e il sud del Brasile. Poi sui viaggi. Io per prendere una decisione sui viaggi ascolto, ascolto il consiglio dei consiglieri e talvolta viene qualcuno e dice: cosa ne pensi, devo andare in quel posto? A me fa bene ascoltare, questo mi aiuta a prendere più avanti delle decisioni. Ascolto i consiglieri e alla fine prego, rifletto tanto, su alcuni viaggi io rifletto tanto. Poi la decisione viene da dentro, di pancia, quasi spontanea, ma come frutto maturo. È un percorso lungo. Alcuni sono più difficili altri più facili. La decisione su questo viaggio viene da prima, dalla ambasciatrice, medico pediatra che è stata rappresentante dell’Iraq: brava, brava, ha insistito. Poi è venuta l’ambasciatrice presso l’Italia, lei è una donna di lotta. Poi è arrivato il nuovo ambasciatore in Vaticano. Prima era venuto il presidente. Tutte queste cose mi sono rimaste dentro. Ma c’è una cosa dietro la decisione che io vorrei menzionare: una di voi mi ha regalato l’ultima edizione spagnola del libro “L’Ultima ragazza” di Nadia Mourad. Io l’ho letto in italiano, è la storia degli yazidi. E Nadia Mourad racconta cose terrificanti. Io vi consiglio di leggerlo, in alcuni punti potrà sembrare pesante, ma per me questo è il motivo di fondo della mia decisione. Quel libro lavorava dentro. Anche quando ho ascoltato Nadia che è venuta a raccontarmi delle cose terribili… Tutte queste cose insieme hanno fatto la decisione, pensando tutte le problematiche, tante. Ma alla fine è venuta la decisione e l’ho presa. Poi sull’ottavo anno del pontificato. Devo fare così? (il Papa incrocia le dita in segno scaramantico, ndr). Non so se i viaggi si realizzeranno o no, solo vi confesso che in questo viaggio mi sono stancato molto di più che negli altri. Gli 84 anni non vengono soli, è una conseguenza… ma vedremo. Adesso dovrò andare in Ungheria alla Messa finale del Congresso Eucaristico internazionale, non una visita al Paese, ma soltanto per la messa. Ma Budapest è due ore di macchina da Bratislava, perché non fare una visita in Slovacchia? È così che vengono le cose…

Questo viaggio ha avuto uno straordinario significato per persone che hanno potuto vederla, ma è stata anche un’occasione per la diffusione del virus, in particolare con le persone che erano insieme ammassate. Lei è preoccupato che possano ammalarsi e morire per aver voluto vedere lei?

R. – Come ho detto precedentemente, i viaggi si “cucinano” nel tempo nella mia coscienza, e questa è una delle cose che mi faceva forza. Ho pensato tanto, ho pregato tanto su questo e alla fine ho preso la decisione che veramente veniva da dentro. E io ho detto che Quello che mi dà di decidere così, si occupi della gente. Ma dopo la preghiera e dopo la consapevolezza dei rischi. Dopo tutto.

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