Don Luigi Giussani fondatore di Comunione e Liberazione.
Don Luigi Giussani fondatore di Comunione e Liberazione.

 

 

di Marco Nardone

 

Il Natale, il cui tempo liturgico stiamo vivendo, è pieno di luci perché è esso stesso – in quanto richiama l’incarnazione del Verbo –un avvenimento di luce. Una luce di conoscenza e quindi di amore che ha attraversato e continua ad attraversare i secoli (1). Ma quante volte sentiamo parlare oggi del Natale come sorgente di conoscenza? Mi torna in mente, in merito, il racconto del “bel giorno” di Luigi Giussani. Non c’è forse, ai nostri giorni, una pagina più significativa di questa, di come il Natale di Cristo abbia educato il genere umano. Ne riprendo alcune parti (ma vale la pena leggerla tutta), aggiungendo alla fine alcune personali riflessioni sulla motivazione allo studio, proposte tempo fa ad un gruppo di seminaristi. 

“Per me tutto avvenne come la sorpresa di un “bel giorno”, quando un insegnante di prima liceo – avevo quindici anni – lesse e spiegò la prima pagina del Vangelo di San Giovanni. Era allora obbligatorio leggere questa pagina alla fine di ogni messa; l’avevo sentita dunque migliaia di volte. Ma venne il “bel giorno”: tutto è grazia (…) 

“Dopo quarant’anni (…) ho percepito ciò che mi accadde quando quell’insegnante spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni: “Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è fatto carne,” diceva “perciò la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l’amore, la vita, la verità s’è fatta carne: l’essere non sta in un iperuranio platonico, si è fatto carne, è uno tra noi”. Mi ricordai in quel momento di una poesia di Leopardi, studiata in quel mese di “fuga” in terza ginnasio, intitolata Alla sua donna. (…) In quell’istante pensai come quella di Leopardi fosse, milleottocento anni dopo, una mendicanza di quell’avvenimento che era già accaduto, di cui san Giovanni dava l’annuncio: “Il Verbo si è fatto carne”. Non solo l’essere (bellezza, verità) non ha “sdegnato” di rivestire di carne la Sua perfezione e di portare gli affanni della vita umana, ma è venuto a morire per l’uomo: “Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto”, ha bussato a casa sua e non è stato riconosciuto. Ecco, questo è tutto. Perché la mia vita da giovanissimo è stata letteralmente investita da questo: sia come memoria che persistentemente percuoteva il mio pensiero, sia come stimolo a una rivalutazione della banalità quotidiana. L’istante, da allora, non fu più banalità per me. Tutto ciò che era – perciò tutto ciò che era bello, vero, attraente, affascinante, fin come possibilità – trovava in quel messaggio la sua ragion d’essere, come certezza di presenza e speranza mobilitatrice che tutto faceva abbracciare. Ciò che mi diversificava da ciò che mi circondava era la voglia e il desiderio di capire. È questo il terreno su cui la nostra devozione alla ragione nasce”(2)

La pagina continua così:

“(…) Quando un così «bel giorno» accade e si vede improvvisamente qualcosa di bellissimo, non si può non dirlo all’amico vicino, non si può non mettersi a gridare: «Guardate là!». E così successe. 

Successe già in seminario, con i compagni vicini di banco, nella grande classe (eravamo molto numerosi). Così un gruppetto si unì (…) e nacque il primo vero nucleo del movimento, che chiamammo Studium Christi. Ogni mese – poi ogni quindici giorni – facevamo una specie di ciclostilato intitolato Christus, in cui ognuno testimoniava una sua particolare ricerca sul rapporto tra la presenza di Cristo e qualcosa che gli interessava: lo studio, gli avvenimenti eccetera. (…) 

Dopo una decina d’anni (…) incontrai sul treno un gruppo di studenti e incominciai a discutere di cristianesimo con loro. Li trovai così estranei alle cose più elementari che mi venne come irrefrenabile impeto il desiderio di far conoscere loro quello che io avevo conosciuto, affinché anche per loro avesse assorgere il “bel giorno”. Abbandonai perciò (…) l’insegnamento in seminario (…) e scelsi di insegnare religione nelle scuole medie superiori dello Stato” (3)

Come si può facilmente vedere, il Cristo di cui si parla qui è il Cristo/Logos del Prologo del Vangelo di Giovanni, il Cristo del concilio di Nicea. Non è “semplicemente” il Cristo che ognuno ha incontrato nella propria esperienza, che per ognuno è diversa, ma il Cristo compreso alla luce dell’autentica tradizione della Chiesa: “lo stimolo alla novità” – precisa, infatti, don Giussani – proveniva in me dal di dentro della fedeltà ai termini della Tradizione, all’insegnamento e alla prassi della Chiesa”(4). Cristo, compreso alla luce dell’autentica tradizione della Chiesa, è il Cristo/Logos, e come tale senso ultimo di tutto, e perciò sorgente e sostegno di ogni conoscenza. 

Cosa suggerisce questo riguardo alla motivazione allo studio? 

Fondamentalmente, che lo studio filosofico-teologico realizza la maturazione dell’intera persona in unità di vita, in quanto è uno “studium Christi”; ed è uno “studium Christi” perché “serve” a “trovare” Cristo, a riconoscerlo, a conoscerlo sempre meglio, ad educarsi al “pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16; Fil. 2,5), a crescere e a maturare nel proprio rapporto personale di amicizia con Lui, a conformarsi a Lui (”certezza di presenza”; abbracciare tutto”); da qui, l’importanza anche pastorale nonché umana e spirituale della formazione intellettuale.

In particolare, questa unità di vita è favorita dalla coscienza, attraverso l’intelligenza della fede, del nesso che lega ogni particolare ed ogni istante del reale alla sua Origine; (“l’istante non fu mai più banale per me”: valorizzare ogni istante). Chi crede trova in Cristo il criterio per valutare ogni cosa approfondendo l’unità della propria persona, mantenendo l’asse della coscienza in Dio, nell’Assoluto. Questo è “avere il pensiero di Cristo”. Lasciarsi educare al pensiero di Cristo chiede di immedesimarsi con il pensare, il sentire di Cristo, con il suo modo di usare la ragione, cioè di guardare e abbracciare la realtà. Un modo, beninteso, per nulla “uno fra i tanti”, perché è quello del Logos in Persona, del “Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste”. E ciò comporta l’offerta della nostra vita a Dio in Cristo, con Cristo e per Cristo, che è quel “culto spirituale” di cui parla S. Paolo (Rom. 12, 1-2). Così, l’incontro con Cristo rende capaci di affrontare ogni situazione secondo questa nuova mentalità che scaturisce da Lui. Ciò implica anche pensare a Cristo stesso attraverso tutte le cose, nessuna esclusa: non c’è infatti nulla del reale che sia estraneo a Gesù, tutto ci parla di Lui, perché “Cristo è tutto e in tutti” (Col. 3, 11-16). 

Tuttavia, questo “culto spirituale” non è automatico, ma nasce sempre come opera di grazia e di libertà. Occorre una permanente conversione, un cambio di mentalità per assumere sempre più la persona e l’esistenza di Cristo-Logos come criterio del proprio pensare e del proprio agire. La vostra vita comunitaria è unicamente a servizio di questo. Tutto perciò acquista significato, ma è un significato da scoprire, pregando, vivendo e indagando; senza aver paura di usare la ragione, perché sappiamo che comunque il significato c’è, è dato, ed è dato dalla triplice presenza (di immensità, di inabitazione e di realtà) del Verbo di Dio in tutto. Tutto così diventa degno di attenzione, segno della Grande Presenza (ciò non vuol dire che non esiste differenza tra sacro e profano), e si acquista uno sguardo positivo sul reale, un coraggio nell’affrontare l’avventura della vita e le sfide che il nostro tempo pone all’evangelizzazione. Senza questa coscienza è difficile capire il valore dell’applicazione intellettuale, prolungata nel tempo, che è richiesta nella formazione seminariale – come anche, in genere, nell’autentica educazione cattolica.  

Nello stesso tempo, si capisce come deve essere vissuto lo studio: come un aprirsi alla conoscenza della realtà nella sua totalità attraverso il sapere disciplinare sedimentato nei libri, in vista della propria realizzazione umana e cristiana. L’oggetto dello studio è la realtà, non i libri, ma i libri ne sono uno strumento. Il metodo di studio deve perciò aprire a tutta la realtà, quale si manifesta in ogni circostanza della mia giornata. È vero studente chi sa vivere, cioè chi sa imparare sempre, da tutto e da tutti; insomma sa vivere fino in fondo la propria condizione umana, alla luce della Presenza dell’Assoluto. Ciò può e deve essere favorito dalla vita comunitaria. 

Ma, di nuovo, qui non c’è nulla di automatico. Quello che ultimamente occorre, è che ciascuno rimanga aperto alla Luce del “bel giorno”, mantenendo la propria coscienza sull’asse dell’Assoluto.

 

Note: 

  1. Così in merito Benedetto XVI: “Ascoltiamo una seconda parola della liturgia di questa Notte santa, questa volta presa dal Libro del profeta Isaia: “Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (9, 1). La parola “luce” pervade tutta la liturgia di questa Santa Messa. È accennata nuovamente nel brano tratto dalla lettera di san Paolo a Tito: “È apparsa la grazia” (2, 11). L’espressione “è apparsa” appartiene al linguaggio greco e, in questo contesto, dice la stessa cosa che l’ebraico esprime con le parole “una luce rifulse”: l'”apparizione” – l'”epifania” – è l’irruzione della luce divina nel mondo pieno di buio e pieno di problemi irrisolti. Infine, il Vangelo ci racconta che ai pastori apparve la gloria di Dio e “li avvolse di luce” (Lc 2, 9). Dove compare la gloria di Dio, là si diffonde nel mondo la luce. “Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre”, ci dice san Giovanni (1 Gv 1, 5). La luce è fonte di vita. Ma luce significa soprattutto conoscenza, significa verità in contrasto col buio della menzogna e dell’ignoranza. Così la luce ci fa vivere, ci indica la strada. Ma poi, la luce, in quanto dona calore, significa anche amore. Dove c’è amore, emerge una luce nel mondo; dove c’è odio, il mondo è nel buio. Sì, nella stalla di Betlemme è apparsa la grande luce che il mondo attende. In quel Bimbo giacente nella stalla, Dio mostra la sua gloria – la gloria dell’amore, che dà in dono se stesso e che si priva di ogni grandezza per condurci sulla via dell’amore. La luce di Betlemme non si è mai più spenta. Lungo tutti i secoli ha toccato uomini e donne, “li ha avvolti di luce”. Dove è spuntata la fede in quel Bambino, lì è sbocciata anche la carità – la bontà verso gli altri, l’attenzione premurosa per i deboli ed i sofferenti, la grazia del perdono. A partire da Betlemme una scia di luce, di amore, di verità pervade i secoli. Se guardiamo ai santi – da Paolo ed Agostino fino a san Francesco e san Domenico, da Francesco Saverio e Teresa d’Avila a Madre Teresa di Calcutta – vediamo questa corrente di bontà, questa via di luce che, sempre di nuovo, si infiamma al mistero di Betlemme, a quel Dio che si è fatto Bambino”. (Benedetto XVI, Omelia pronunciata nella Santa Messa di mezzanotte della Solennità del Natale del Signore, Sabato 24 dicembre 2005 – https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20051224_christmas.html)
  2. Cit. da: luigi giussani, L’avvenimento cristiano, BUR, Milano, 2003, pp. 31-33. Il testo riproduce la risposta di don Giussani ad una domanda posta durante un raduno di universitari a Corvara nell’agosto 1989, già pubblicato in L. Giussani, Un avvenimento di vita, cioè una storia, EDIT-Il Sabato, Milano 1993, p. 398. Le ultime 2 frasi furono pronunciate da don Giussani, in aggiunta alle precedenti, nel suo intervento all’incontro promosso dal pontificio consiglio per i laici sul tema “movimenti ecclesiali e nuove comunità nella sollecitudine pastorale dei vescovi”, a Roma, il 18/6/1999. L’intervento fu pubblicato col titolo L’eternità in agguato dentro ogni apparenza: carisma e mandato, in Tracce-Litterae Comunionis, n. 7 (1999), inserto (pp. I-IV), e poi in 30 Giorni, n. 6 (1999), p. 42, e così ripreso da A. Savorana, Vita di don Giussani, Rizzoli, Milano, 2013, p. 47. (…) Nell’ultima parte dell’intervento, Giussani, significativamente, precisa: “Era l’emergere di un modo di sentire la presenza di Gesù nella Chiesa come risposta totale e totalizzante alle domande del mondo. Mi sono accorto dopo molti anni, proprio nel paragone sempre ricercato e amato con l’autorità della Chiesa, che il mio desiderio, la passione del cuore che sentivo per questa novità di vita erano grazia particolare dello Spirito, che si chiama carisma”.

  3. Luigi Giussani, L’avvenimento cristiano, cit., pp. 34-35.
  4. L’eternità in agguato dentro ogni apparenza: Carisma e mandato, 30 Giorni, n. 6 (1999), cit., p. 42

 


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