Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.

 

di Giulio Meiattini

 

“Il Verbo si è fatto carne”, si legge nel prologo del vangelo giovanneo (Gv 1,14). E la lettera agli Ebrei, citando con una modifica importante un famoso versetto salmico, scrive: “Entrando nel mondo Cristo dice: Non hai voluto offerte e sacrifici, un corpo mi hai preparato (…) Allora ho detto: Ecco io vengo, o Dio, per fare la tua volontà” (Eb 10,5.7). La carne, un corpo, due modi per indicare la concretezza fisica dell’umanità assunta dal Figlio di Dio. Ma non c’è carne né corpo senza spazio. Il corpo fisico di Gesù, manifestazione spaziale della sua divino-umanità, come tutti i corpi ha occupato una porzione di spazio, come ogni cosa nel mondo ha bisogno di fare per poter esistere ed esprimersi.

Questo corpo noi ce lo portiamo dietro sempre, come la lumaca il suo guscio, è la nostra casa terrena, ci permette di abitare il mondo e insieme ci impedisce di essere contemporaneamente a Londra e a Tokyo, in Europa o in America, in casa o per la strada. E’ limite, ma anche possibilità. Senza un corpo noi non possiamo essere al mondo e neanche Dio avrebbe potuto “abitare in mezzo a noi” senza un corpo di carne come il nostro.

Il corpo umano è dunque spazio, perimetro circoscritto, che lega a un luogo e che non può essere dappertutto in qualunque momento. Il “tempo che ci vuole” per spostarsi, viaggiare, lavorare ecc., indica quanto il tempo dipenda dallo spazio e dai mezzi che adoperiamo per attraversarlo.

Anche Dio col suo Natale ha occupato col corpo un luogo e non un altro, la Giudea e non la Samaria, la Palestina e non il Tibet, l’ambiente mediterraneo e non quello tropicale. E un territorio segna i caratteri, la mentalità, la cultura di un popolo. Scegliendo quella terra, per abitarvi con quel corpo – lì e non altrove, ebreo e non greco o latino – la rivelazione del Figlio di Dio ha scelto una tradizione, una cultura e l’ha resa tramite per trasmettere l’universalità della sua salvezza. Noi siamo obbligati a passare da questa lingua corporale e territoriale, per poterla comprendere. Senza quel corpo l’evento sarebbe informe, un’astrazione uguale per ogni latitudine o sempre diversa per ogni epoca.

Ma accanto ai tempi di Dio, ci sono anche i luoghi di Dio, dove egli ha operato in modo unico e inconfondibile, una volta per tutte. Questa spazialità territoriale ci obbliga, ancora oggi, a chinarci su questa porzione circoscritta di terra – la “Terra Santa” – per capire meglio, in quella geografia, in quella archeologia, in quella tradizione spazialmente segnata, la lingua che Dio ha voluto usare per cambiare il senso del tempo e della storia. Lo spazio vincola, caratterizza, determina e àncora in mezzo ai mutamenti più diversi. Il tempo, da solo, potrebbe anche stravolgere ogni identità. Ma il corpo, pur cambiando, rimane lo stesso; così il luogo dove sorge un’esperienza, come quella cristiana, non può essere cambiato. La Giudea e il corpo di quell’Ebreo di 2000 anni fa è la “lettera” che non permette all’interpretazione continua e necessaria di stravolgerne lo spirito.

Tanto importante è stato lo spazio, che Dio ha voluto occupare col corpo del suo Figlio, che per farlo tacere fu avviato un “processo”, per cancellarlo, condannarlo e seppellirlo, un processo avviato per farlo sparire da questo mondo. Per negargli uno spazio!

Per questo il compito dei cristiani, nel tempo, è stato quello di creare sempre nuovi spazi in cui quel Corpo nato, crocifisso e risuscitato potesse diventare evento, contemporaneo, crescere ed essere accolto e riconosciuto nei suoi sacramenti e nella Chiesa, anch’essa corpo di Cristo. I missionari si sono spostati verso nuove terre e si sono così moltiplicate le chiese, i santuari, i monasteri, le diocesi, le edicole, le cappelle, le opere d’arte, le liturgie e i riti, che hanno costellato i continenti, permettendo ai popoli di sentire e capire che Dio era vicino a loro, che Dio era ed è ancora “il Dio con noi”, venuto ad abitare fra gli uomini, in mezzo alle loro case, come nella Tenda durante l’esodo di Israele nel deserto, alla ricerca della Terra promessa. La storia è stata così riorientata, grazie a luoghi che punteggiavano lo spazio e formavano una mappa, e il tempo stesso ha acquisito un “senso”, grazie a queste costellazioni territoriali.

Ora che ciminiere e grattaceli nascondono chiese e santuari, ora che si chiudono conventi e monasteri, ora che gli spazi sono privati dei segnali di via che indicavano la strada e la meta (e dicevano: oltre lo spazio e il tempo c’è l’eterno), non si comprende se la storia abbia un senso o un fine e il succedersi degli eventi e dei cambiamenti, sempre più vertiginosi, si è fatto vuoto. Dove la tecnica rende lo spazio planetario sempre più uniforme e immanente, il tempo diventa angosciante.

Diamo spazio a Dio che chiede spazio! E’ Natale. C’è bisogno di luoghi in cui possa nascere di nuovo per renderli dei varchi aperti verso il cielo.

 

 

Dom Giulio Meiattini, monaco presso l’abbazia della Madonna della Scala di Noci (Ba), è professore di teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo, un’istituzione universitaria cattolica con sede a Roma, dipendente dalla Santa Sede.

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