di Giovanni Fornasieri

 

Ieri, 27 dicembre 2020 (l’articolo è stato scritto il 28 dicembre, ndr), una vecchia, agonizzante Europa delle banche e dei nuovi, falsi diritti, ha celebrato, è il caso di dirlo, il V-day, con una sconcertante ‘liturgia’ accompagnata da slogan ripetuti come mantra e lodi sperticate alla capacità umana, a una sorta di ‘enfiagione della volontà’, come l’avrebbe chiamata don Giussani, alla fiducia-speranza nella ‘luce’ in fondo al tunnel, temi sposati senza batter ciglio anche da una certa parte ecclesiastica, in un’incessante corsa all’inseguimento del ‘mondo’ (arrivando puntualmente in ritardo) dimenticando e offuscando quella Luce di cui pochi giorni fa ha pur fatto più che bimillenaria memoria, e dalla quale, unicamente, ogni altra luce umana può trarre alimento, senso e speranza reale, senza nulla togliere al legittimo desiderio che il vaccino venga a tutti gratuitamente distribuito.

Per una sorta di provvidenziale e paradossale eterogenesi dei fini, oggi la Liturgia perenne della Chiesa fa memoria dei Santi Innocenti Martiri, nei quali “celebriamo la grazia divina sopra le possibilità umane, il dono della santità a bambini ancora ignari e già tuttavia partecipi del destino di Cristo” (Inos Biffi) e, come dice lo stupendo Prefazio “Noi riconosciamo i doni della tua misericordia: sopra le umane possibilità rifulge la grazia, la testimonianza del martirio precede la capacità di parlare”. L’uomo può essere S. Francesco o Hitler, San Giovanni Paolo II o Pol Pot, diventare santo o sfigurarsi fino a coincidere quasi col male assoluto. La verità è che siamo un coacervo di bontà e malvagità suprema: il cuore dell’uomo è un abisso. Non è morto il male nel mondo, e noi tutti lo possiamo fare, canta Claudio Chieffo ne La nuova Auschwitz.

Come possiamo infatti esultare senza vergogna, se non dimenticando, censurando, abolendo il senso di colpa che implacabile ci si erge dinnanzi se solo riflettiamo sul fatto che mentre da un lato ci affanniamo giustamente a curare e salvare la vita, dall’altro uccidiamo con l’aborto un bambino ogni cinque minuti nel mondo (40-50 milioni l’anno), pratichiamo l’eutanasia ai minori, vendiamo i neonati con l’utero in affitto, giustificando legalmente il tutto, diabolicamente trasformando un delitto in diritto (con tragica paronomasia dei termini), approvandolo ‘per gli altri’ anche se non praticandolo, come siamo usi dire con infinita, meschina, orrenda ipocrisia?

Le nostre mani sono sporche, intrise, grondanti sangue, che “grida vendetta (nella biblica accezione del termine), al cospetto di Dio, insieme ai peccati contro natura, l’oppressione dei poveri e la frode nel salario”, come recita il Catechismo della Chiesa Cattolica (quanto ci mancano un Pasolini e un Testori, che parlino di carne e non di idee senza carne, in uno spiritualismo deforme ed ammorbante)

Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, ammonisce la Bibbia. Perché l’uomo è originalmente ferito da una colpa che egli stesso ha commesso (non un incidente di percorso, gnosticamente superabile con la volontà e la conoscenza), sotto la pressione di una demoniaca tentazione di farsi come Dio.

Il primo, amarissimo frutto, dopo la perdita dell’amicizia con Dio, è la rottura tragica della fratellanza umana, l’omicidio di Abele da parte di suo fratello Caìno: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!”. San Francesco ha potuto dire ‘Fratelli, tutti!’ solo perché è venuto Cristo: altrimenti è solo la tragica utopia di illuministica, ma sempre risorgente, memoria.

Scrive don Giussani: “Voglio che ricordiamo, allora, la grande questione, che la ricordiamo con chiarezza: la grande questione è che l’uomo è originalmente ferito. Che le miserie siano cristiane (il riferimento è a Péguy) significa fondamentalmente che le nostre miserie abbiano coscienza di sé stesse come nativamente scaturite dal peccato originale, da questa ferita mortale. Nasciamo con una ferita mortale, nasciamo come un bimbo che sta per morire, che non può sopravvivere. Che le nostre stesse miserie non siano più cristiane significa innanzitutto la dimenticanza, l’obliterazione, la censura totale, nella vita della cultura, di tutta la cultura, ma nella vita mia e di ognuno di noi, del peccato originale, del fatto che noi nasciamo con una rottura mortale, con una ferita mortale.

Ferita mortale, stortura mortale, originale e mortale, significa che noi non possiamo essere noi stessi, nasciamo senza poter essere noi stessi.”

(…) La dimenticanza del peccato originale porta con sé innanzitutto il fatto che l’uomo non si sente di fronte al suo destino. (…) Perciò la dimenticanza del peccato originale, come fonte della dimenticanza e del rifiuto a concepirsi di fronte al nostro destino, equivale alla negazione esistenziale di Dio (…) L’uomo è impossibilitato a essere se stesso, è come se fosse continuamente ‘fuori di sé’, nel senso propriamente paranoico o psichiatrico del termine (…) ma se l’uomo è un miserabile, che cosa vuol dire stare di fronte alle proprie miserie come scaturienti, come continuamente sorgenti da una ferita mortale, non accettare di rifiutare l’evidenza di questo dolore originale, di riconoscerlo? La miseria del cristiano è la miseria di un uomo che parte dalla coscienza di sé stesso come peccatore… la coscienza di essere peccatore implica lo sguardo amoroso di una presenza. Solo lo sguardo amoroso di una presenza mi fa sentire peccatore, mi fa riconoscere di essere peccatore.

(…) L’uomo che non riconosce il peccato originale, che non sta di fronte al suo destino, che al suo destino sostituisce il rotolarsi come un sasso lungo il pendio della propria voglia e dei propri pensieri, o che afferma, o tenti di affermare con presunzione il suo dominio sulle cose, questo uomo è senza possibilità di perdono, non sa cosa vuol dire perdono, non sa cosa vuol dire essere perdonato e perciò non può ricostituire se stesso. Perché per ricostituire me stesso devo sentirmi perdonato. E la miseria cristiana è quella che si sente invasa come un bambino dallo sguardo della madre, si sente accerchiata e stretta, come un bambino dalle braccia di sua madre, dal perdono” (L. Giussani, Un evento reale nella vita dell’uomo, p. 323 e ss.)

Don Giussani è stato forse l’unico a risottolineare tematicamente, nell’epoca contemporanea, per cinquant’anni ininterrotti, la questione del peccato originale come ipotesi di spiegazione della realtà più rispondente al vero, più consona al dato di realtà esperienziale, anche per il laico non credente, ma religioso, nel senso autentico del termine, di un uomo cioè che abbia una concezione di ragione come coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori.

Perché, anche senza rubare o uccidere, come è possibile che io, nonostante tutta la mia buona volontà, non riesca ad essere compiutamente vero con te, che mi arrabbi inopinatamente, ti tratti male, per cui debbo chiedere perdono, che insomma ti tratti tante volte senza amore vero, senza una prospettiva ultima di bene, se non ammettendo che ‘al fondo’ misteriosamente, ma realmente, permanga una dicotomia, pur nella grazia dell’incontro con Cristo, una dissociazione, una divaricazione tragica tra la ragione e la volontà, sicché io vedo il bene che desidero, ma faccio il male che non voglio? (Cfr. Ovidio, Metamorfosi, VII, vv-19-21; S. Paolo, Rm, 7, 18-19.21-25)

Infatti è estremamente interessante leggere come lettura continua il cap. 14 del Senso religioso, l’ottavo di All’origine della pretesa cristiana e il terzo (pp. 52-59) di Perché la Chiesa. Senza l’ipotesi di una ‘ubris’, di una superbia e tracotanza originarie, semplicemente non si spiegherebbe più l’esperienza, dovendone obliterare il male, il dolore e la morte. Sappiamo bene che chi vuol riportare sulla terra il paradiso terrestre, incomincia propriamente l’inferno quaggiù. E non si capisce più che cosa sia venuto a fare Cristo, se l’uomo si salva da sé, mentre è proprio lui che deve essere salvato. Cristo rimane la giustificazione di un impegno ‘morale’ che l’uomo avrebbe tranquillamente senza di Lui: è la versione più scaltrita e corrente dell’eresia pelagiana. Cristo diventa il Sommo Inutile.

Ciò che la Chiesa ha solennemente dichiarato come dogma quindici secoli dopo la sua nascita (Concilio di Trento, Costituzione sulla Dottrina della Giustificazione), s’innesta, per così dire, prodigiosamente sull’intuizione di un poeta pagano latino (a differenza dei Greci che, almeno in età classica, mostrano di non avere un ‘senso’ del peccato-cfr. Perché la Chiesa, op. cit. p.48, nota 20), che in prospettiva storica appare, de facto, (detta intuizione) quasi coincidente con quella del convertito Paolo (sarebbe interessante approfondire la, peraltro inesplicabile, quasi ‘coincidenza’ dei termini usati dai due), poiché Ovidio ultima le Metamorfosi intorno all’8 d.C. a Tomi, sul Mar Nero, esiliato da Augusto, mentre Paolo scrive ai Romani intorno al 42-43, neanche trent’anni dopo.

Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.
Natività di Gesù – Giotto 1303-1305- Cappella degli Scrovegni a Padova

“Senza di me, non potete far nulla” (Gv. 15, 5), è il canone della giustificazione: potete far tutto, di umano niente, chiosava don Giussani.

Nel linguaggio contemporaneo, al contrario, si assiste ad una continua, mirata, ‘immissione’ di termini, di parole, che vengono svuotate del loro contenuto autentico d’esperienza, spolpate, disossate, liofilizzate ed infine contrabbandate come ‘mantra’ assoluto, persistente al limite della violenza, come portatrici di una ‘verità’ che è scimmiottamento osceno ed inquietante della verità dell’essere, negando, nel contempo, de iure, qualsiasi verità che non nasca, contraddittoriamente invero, da un ‘dialogo’ che non è altro in realtà se non vuoto e bieco escamotage per imporre il proprio ‘relativistico’ pensiero. Una di queste parole è ‘dialogo’. La verità non nasce dal dialogo, bensì la presuppone, come tutto l’autentico filosofare testimonia, da Socrate e Platone, almeno, in poi (per Platone la dialettica è, etimologicamente, verità in movimento, va inseguita più che ‘afferrata’, ma sempre di verità si tratta). Scrive Ratzinger: “E’ importante inoltre l’idea di dialogo che Giussani elabora in questo primo periodo (GS). Per Bobbio e Calogero la verità è il frutto di una dialettica di posizioni; l’identità nasce dal dialogo: una concezione che rimanda all’idea della società aperta di Popper, in cui il consenso si sviluppa senza un fondamento che venga prima, attraverso un gioco di congetture e confutazioni. Per Giussani al contrario l’identità non è il prodotto della discussione, ma ne è il necessario presupposto, e così la verità non è prodotto della discussione, ma la precede e in essa non deve essere creata, bensì trovata.” (M. Camisasca, Comunione e Liberazione, Le origini, p.9).

Il ’contrabbando’ dell’idea di dialogo si svela poi nel modo più truce ed arrogante, calando inopinatamente la maschera: scrive infatti Calogero: “…Chi quindi si è investito del suo spirito, e, dopo aver compiuto il proprio essenziale dovere di capire, si volge alle concezioni altrui per intenderle, può ben concludere, caso per caso, di essere più o meno prossimo a loro, di condividerle più o meno, o anche di compiutamente respingerle. Può dire, insomma, che le sue idee sono ‘diverse’. Ma non può mai dire che sono ‘contro’ le altre. Egli sarà contro un’altra verità solo in un caso. Solo quando questa pretenderà di essere la Verità unica” (G. Calogero, Filosofia del dialogo). L’imperatore è nudo.

Ma ormai, anche la parola ‘dialogo’ appare superata (almeno quantitativamente nei media) da un’altra, più subdola, ‘affascinante’ ma sommamente equivoca parola: sogno (che ha un suo preciso senso, biblicamente parlando). La quale parola si accompagna sovente, come a darne insperata, ma infondata concretezza, alla parola ‘visione’ (occorre una visione) per di più condivisa, dove l’aggettivo non designa più una con-divisione (il paolino ‘rallegrarsi con chi è nella gioia e piangere con chi è nella tristezza; per cui, amico mio, se sono allegro sono chiamato a piangere, e viceversa, cambiando il mio sentire), ma un ‘comune’ sentire, nel  senso di pensare tutti allo stesso modo, che sarà poi di fatto imposto dal potere in voga in quel momento.

Quando si sente dire che occorre ‘la visione di un sogno condiviso’, anche da parte ecclesiastica, vengono letteralmente i brividi.

In Realtà e giovinezza-la sfida, don Giussani intitola significativamente un capitolo: Oltre il muro dei sogni (L. Giussani, op. cit. pp.43 ss.). Rispondendo a una domanda, osserva: “Il sogno non ha alcun fondamento. E’ una immaginazione: proietta in un futuro, che può anche non avvenire, qualcosa di inconsistente che traduce un umore, una reazione. Invece, l’attesa no. L’attesa nasce da dati, da fatti concreti. Tu diventerai uomo, e nella misura in cui ti sarà dato tempo, dovrai fare qualche cosa. Cogliere le occasioni per creare, per costruire: questa è l’attesa vissuta. Io amerei, piuttosto, chiarire e mettere in opposizione due termini: sogno e ideale (don Giussani ha sempre citato, a proposito, un verso del Carducci: Tu sol, pensando, o Ideal, sei vero-ndr). IL CUORE è FATTO PER L’IDEALE. Il sogno svuota la testa, dopo averla riempita di nubi. L’ideale è dettato dalla natura ed emerge col passare del tempo, se si persegue l’indicazione che la natura porta con sé. L’ideale è innanzitutto una indicazione della natura: per esempio, l’esigenza dell’amore o della giustizia. Tu non sbagliavi a fare quello che facevi per passione della giustizia; sbagliavi nell’identificare, come risposta alla giustizia, quello che immaginavi tu. Invece la giustizia implica rapporti che sono stabiliti dalla natura. Non ci siamo fatti da noi, non ci facciamo noi; le esigenze che urgono dentro la nostra personalità non ce le siamo costruite noi. Tu ti potrai costruire una certa immagine di giustizia. Questa immagine, quello che tu hai chiamato sogno, se non tiene conto delle indicazioni della natura non si realizzerà e tu sarai deluso, cioè giocato. Delusione deriva da una parola latina che vuol dire ‘essere giocati’: siamo noi che possiamo giocare con noi stessi. Illusione è un’altra forma della stessa parola; siamo noi che ci possiamo illudere e deludere, ‘giocando’ quello che ci pare e piace, invece di obbedire” (op. cit. pp.45-46)

A queste parole, pronunciate ormai trentacinque anni fa, mi pare si possa aggiungere oggi, come aggravante, il fatto che i sogni stanno realmente diventando ‘muri’, perché ciascuno inesorabilmente trasforma l’ideale dato dalla natura in una immaginazione che sarà, per forza di cose, diversa da quella dell’altro, producendo perciò inimicizia e guerra, come la storia dell’umanità di ogni tempo dimostra, tingendo di sangue i propri sogni, trasformati ormai in orrida chimera (la creazione di una chimera umana in laboratorio è l’ossessione di un uomo senza Cristo).

Perché, come diceva il grande Henri de Lubac in Il dramma dell’umanesimo ateo, “quando l’uomo ha ben costruito il mondo senza Dio, si accorge di averlo costruito contro l’uomo”.

Oltre, prima e dopo il ‘muro dei sogni’ sta un fatto accaduto nella storia, che permane nell’unità umanamente inspiegabile ma reale, di uomini che riconoscono la sua presenza oggi, nella carne fragile, umilissima ma redenta di un bambino, diventato uomo, morto, sepolto e risorto per salvare ‘l’uomo che Lui stesso aveva creato’.

Il vero dramma di oggi è la perdita del senso del peccato a cui, inesorabilmente, si associa la perdita del gusto del vivere. La radice del nichilismo esistenziale è esattamente qui: è una menzogna, una impostura contro la verità dell’essere dell’uomo, per la salute del quale (non accorgendosi che il termine salute ha la stessa radice e ‘ragione’ della parola ‘salvezza’), l’uomo stesso è disposto a fare qualsiasi cosa, anche a sopprimere l’essere stesso (vedi esperimenti sugli embrioni), dimenticando che da solo, senza una ‘redenzione’ del suo gesto, non può nulla di vero e duraturo. Neanche insieme agli altri: lo slogan ‘nessuno si salva da solo’ ha, nella vulgata, il prosaico significato di: se ci mettiamo insieme ce la faremo, l’unione fa la forza: da cartone animato (che non fa per nulla ridere, ma solo disperatamente piangere)

Kai o logos sarx eghèneto, kai eskènose en emìn: E il Verbo si fece carne e pose la sua tenda tra noi.

Si fece carne, non sogno da noi immaginato. L’ideale fatto carne, la Bontà fatta carne, la Bellezza fatta carne, la Giustizia fatta carne. Sarx, in greco, è la carne-carne, quella di sarcofago, sarcoma fino a sarcasmo (che si morde le labbra).

Il sogno non coincide affatto con la speranza, che è parola vuota e defraudata del suo significato, se non si appoggia, si ‘attacca’ come sorella più piccola, come rammentava Péguy, alle sorelle maggiori, la Fede e la Carità: “per sperare occorre aver ricevuto una grande gioia”. Diceva don Giussani: “la speranza è una certezza nel futuro in forza di una realtà presente”. Altrimenti, la speranza è senza fondamento, s-fondata; sperèm… ma poi?

Perché dopo il vaccino moriremo lo stesso, e tutti i morti della pandemia non avranno senso alcuno, neanche quello di ricordarci che siamo un soffio che può essere spento perfino da una traccia non vivente di aminoacido. Senza un senso della vita e della morte, senza significato ultimo non c’è alcuna speranza reale. Siamo chiamati a questo martirio (testimonianza).

Oltre il muro dei sogni, quindi, il Natale.

28 dicembre 2020 Santi Innocenti Martiri

 

 

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