Sul Venerdì di Repubblica del 23 agosto viene riportata, con un appiglio un po’ ironico – più che dovuto in questo caso –, la cronaca della celebrazione svoltasi nella basilica vaticana di san Pietro lo scorso 28 luglio. A suscitare la curiosità dell’autore del trafiletto – Filippo di Giacomo – è il passaggio omiletico, in cui il celebrante si fa promotore (inventore) della salvezza di Sodoma e Gomorra, in piena contraddizione con il testo biblico (Genesi 19). Il giornalista era interessato a sottolineare un certo radicalismo dei “misericordiosi”. Il mio obiettivo è invece riflettere se si tratti di ignoranza scritturistica o se anche questi strafalcioni (ideologici più che ermeneutici) fanno parte di un revisionismo biblico molto sottile, ma profondo.

 

Mosè di Michelangelo

Mosè di Michelangelo Buonarroti

 

di Pierluigi Pavone

 

Chiariamo immediatamente un possibile fraintendimento.

Esiste una letteratura sterminata sulla formazione della Bibbia, sia dal punto di vista scritturale sia canonico. È imprescindibile – per lo studio biblico – conoscere le tradizioni teologiche che hanno determinato un testo o l’influenza delle scoperte archeologiche di Nag Hammadi o il giudeo-cristianesimo presente nella Lettera di Giacomo piuttosto che la composizione del libro del profeta Isaia. È chiaramente fondamentale conoscere la parte storica, intesa sia in prospettiva culturale e civile, sia in senso religioso. Essere in grado di confrontarsi con i testi apocrifi o gnostici. Essere capaci di valutare il peso delle tradizioni apocalittiche che non leggiamo nella Bibbia, ma appartengono al tessuto religioso, ebraico come cristiano, come nel caso più emblematico di Enoch (come poi si riscontra nell’Apocalisse di Giovanni). Sul piano ermeneutico, esistono poi vari livelli di interpretazione biblica: quella morale o quella allegorica, quella letterale o quella tipologica. Si potrebbe andare avanti all’infinito. A me interessa precisare, senza nessun margine di ambiguità, che nessuno – in questa sede – nega tutto questo.

Poi, però, ci sono gli illuministi, Freud e i catto-comunisti.

Cosa li accomuna? A diverso titolo hanno deciso – ideologicamente – che i Vangeli non raccontano fatti reali e storici, ma sono il frutto mitologizzato delle comunità cristiane. Qualsiasi contenuto teologico sarebbe a priori infondato e falso. Questa inattendibilità della Scritture viene posta come assioma, che come tale non è né verificabile né falsificabile. Da questo assioma si possono ricavare, in funzione di esigenze o pre-giudizi differenti, tre macro postulati (a cui qui accenno in modo sintetico e che analizzo nello specifico in altri articoli correlati ma autonomi).

Il primo postulato è quello morale: riducendo la religione entro i confini della ragione, come direbbe Kant, Gesù, da Figlio di Dio passa ad assumere il ruolo di grande maestro di etica.

Il secondo postulato è quello psicanalitico: la religione è la nevrosi collettiva, sviluppatasi in seno alla nascita della società, che raggiunge, col monoteismo biblico, la riproposizione emblematica del Padre-Padrone. Mosè diviene l’alterego dell’egizio creatore del monoteismo ebraico (la religione del Padre), traslato da quello del faraone Akhenaton; Cristo la controfigura del capobanda redentore dei fratelli parricidi, che espia il senso di colpa dell’omicidio antico e rimosso (raccontato tramite il mito del peccato originale e il parallelismo paolino Adamo-Gesù), fondando la religione del Figlio: il cristianesimo sarebbe, quindi, la successione logica dell’ebraismo e la religione che oltrepassa il doppio binomio peccato-colpa e legge-giudizio.

Il terzo è quello neo-marxista: superata la critica classica alla religione come oppio, il Vangelo sarebbe la testimonianza indiretta di un anelito di speranza utopica, di giustizia sociale, di solidarietà e fratellanza. Indiretta, questa testimonianza, perché infantile, simbolica, ancora legata alla fede nel Figlio di Dio, nel Cristo della Chiesa e della teologia dogmatica. Il Vangelo diviene perciò utopia socialista del New Age (con opportuna pennellata green, per ovviare a termini un po’ desueti come “teologia della liberazione”, che potrebbero “spaventare”, come indicato dal frate domenicano Carlos Alberto Libanio Christo, nell’11° Encontro nacional Fé e Politica, tenutosi in Brasile a luglio – qui l’importante recensione del suo intervento).

Cosa c’entrano con tutto questo i “teologi del contesto culturale”? Anche loro – ma rimanendo ufficialmente “pastori” – hanno deciso di relativizzare, minimizzare, misconoscere o persino contraddire qualsiasi aspetto o passaggio che rimandi alla divinità di Cristo. In linea, probabilmente, con quel modo di fare teologia cattolica, denunciato da Benedetto XVI, senza neppure parlare di Dio.

Questi cattolici del contesto culturale fanno di più. Citano le Scritture per negarne la validità. Parlano di Cristo, ma ne misconoscono i comandamenti, i mandati, i riferimenti, le indicazioni, relativizzandoli al limite della mentalità del tempo. Apparentemente conservano la fede cattolica in Gesù di Nazareth, ma in realtà presentano un Gesù deformato da personali teorie, pre-costruzioni accademiche, che arriva a contraddire il Cristo dei Vangeli. Così avviene che nelle Università si studia la dicotomia protestante tra il Gesù storico e il Cristo della fede; le masse, contemporaneamente, sono educate alla dicotomia tra il Cristo dei Vangeli, limitato al contesto culturale, e il Gesù delle intenzioni vere, dei significati mistici e/o pastorali, degli scopi sociali.

E non perché siano in possesso di documenti archeologici a noi segreti, o abbiano un filone interpretativo allegorico, sconosciuto ai più, o abbiano scoperto documenti particolari di storia biblica. Niente di tutto questo.

Hanno solo uno slogan: il contesto culturale. Che vale sia per il Signore, sia per la mentalità del tempo, sia per le stesse scritture come le leggiamo noi.

Quanto al Signore, secondo questa visione, Gesù ha detto questo o quello, ma poi le reali intenzioni erano altre. Talmente altre che quelle parole possono essere relativizzate, fino ad essere contraddette.

Quanto alla mentalità del tempo, si arriva a dire che Gesù ha sì parlato chiaramente, ad esempio, dell’inferno, ma quelle erano solo “immagini infantili” per pescatori. Gesù ha sì fondato il sacerdozio, scegliendo solo maschi, ma era una scelta momentanea, legata solo alla cultura del tempo. E lo stesso dicasi per l’indissolubilità del matrimonio legata al “principio”.

Eppure lo stesso Signore di cui sopra rivendica la divinità della sua Persona consustanziale al Padre, oltre il monoteismo ebraico; resuscita addirittura contro ogni cultura, mentalità e possibilità; si fa vedere da Maria Maddalena, quando la mentalità del tempo non dava nessun valore alla testimonianza femminile. In questi casi – stranamente – Gesù non è più limitato alle immagini figurative o alle aspettative culturali o psicologiche. Per non parlare della Croce, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23).

Quindi abbiamo, da una parte, il Re dell’Universo legato – irrimediabilmente – alla mentalità del tempo quanto ad alcuni aspetti, e, dall’altra, un agire completamente “controcorrente”, tale da richiedere agli stessi discepoli di rinnegare mentalità e persino aspettative messianiche troppo materialistiche o etniche, ma comunque legittime nella tradizione giudaica del tempo.

Come mai questo doppio registro? La riposta è il silenzio o l’inesorabile relativizzazione dei fatti, a discapito della Dottrina e prima ancora della stessa Scrittura. È il curioso paradosso di chi è disposto – fondamentalmente contro la cosiddetta svolta costantiniana e contro Trento – a riconoscere l’azione dello Spirito Santo nell’opera eretica di Lutero, cioè in chi vedeva nel Papato e nella Tradizione l’opera dell’Anticristo, a vantaggio della sola Scriptura, per poi negare la Scrittura stessa. Il Vangelo e tutta la Bibbia diventano infatti una raccolta di miti. Il vero credente e teologo di razza è colui che de-mitizza (scuola Bultmann) il dato delle Scritture e ci restituisce – bontà sua – lo strato originario, le legittime intenzioni, i significati effettivi dietro quelli allegorici.

Si crea così una realtà neo-dottrinale determinata da coloro che, avallando qualsiasi arbitraria ermeneutica, legittimano stravolgimenti dottrinali in ogni senso, apparentemente opposta a chi, in nome di chissà quale archeologismo catacombale-liturgico, pur sempre nega tutta la teologia cattolica, in funzione di principi luterani in ambito antropologico ed ecclesiologico. Se però, questi ultimi, conservano almeno la validità delle Scritture e il nucleo trinitario e cristologico, i primi  – quelli del contesto culturale e relativizzazioni simboliche – potrebbero, coerentemente ai propri principi, porre in discussione la stessa esistenza di Dio, almeno biblicamente e personalmente inteso (a favore di visioni più astratte dell’Assoluto); potrebbero relativizzare al contesto culturale medio-orientale e mediterraneo la stessa rivelazione biblica, per accettare l’ipotesi di altre rivelazioni parallele previste e volute direttamente da Dio, come vie religiose differenti, modi differenti ma comunque validi di salvezza; potrebbero, altresì, negare la stessa divinità di Cristo, per proporre la validità universale della natura divina per tutti gli uomini; potrebbero relativizzare la realtà dello Spirito Santo da Persona della Trinità a “forza interiore”; potrebbero relativizzare la presenza nella storia di Satana, principe di questo mondo, a “negativa tendenza soggettiva”; potrebbero negare la stessa condanna divina di atti contro-natura, in nome di retoriche giuridiche; potrebbero avallare il sacerdozio femminile; potrebbero stravolgere il significato dell’Eucarestia, ecc.

Gesù Cristo aveva – a volte e a caso – “limiti” di insegnamenti e disposizioni, a causa del contesto culturale. I suoi teologi hanno illimitate e indeterminate possibilità ermeneutiche, persino oltre il principio di non-contraddizione…

 





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