di Moreno Morani

 

In tanti dicono che l’uso dei social è un passatempo futile o ludico. Il che naturalmente può essere vero, perché ogni attività umana può essere praticata in modo da valorizzarne le potenzialità oppure in modo distorto. Personalmente seguo su Facebook qualche forum di ispirazione cattolica, e la lettura di molti messaggi dà modo di osservare dal vivo come nel mondo cattolico vi sia un fervore di interessi e di dibattito, un desiderio di confrontarsi e prendere coscienza della propria fede, accanto a una scarsa conoscenza circa questioni storiche anche importanti relative alla Bibbia e alla Chiesa. Non parlo di cattolici tiepidi od occasionali, che frequentano la chiesa un paio di volte all’anno, ma di persone impegnate nella fede, che amano approfondire e discutere con altri confratelli nella fede, ma con una preparazione culturale che sarebbe generoso definire deludente: il che è increscioso per loro stessi, in quanto spesso si trovano soli e poco preparati di fronte ai molti attacchi anticristiani del pensiero dominante: sarebbe auspicabile, anche come riconoscimento per la loro buona volontà, che si potesse trovare il modo di colmare lacune culturali che sono retaggio in genere dello scarso interesse che la scuola ha per tutto ciò che è cristiano. I lettori che seguono il programma televisivo L’Eredità sanno che quasi tutti i concorrenti invariabilmente cadono (talvolta con risposte veramente scandalose) quando viene proposta una domanda qualsiasi di argomento attinente alla religione.

Faccio pochi esempi, evitando il più possibile (per ovvie ragioni di privacy) di rendere identificabili pagine e persone: chiedo quindi ai lettori di credere sulle parola che sto citando testi che ho realmente visto e letto.

L’8 settembre, Natività di Maria, un lettore pubblica su Facebook un suo elogio di Maria in cui si percepisce una devozione sincera. Ma nel corso del testo leggiamo che Maria «procede da Spirito Santo». Una svista, e non insisteremo dunque su questo lapsus, sia pure grave. Ciò che risulta da vari altri post è piuttosto il fatto che moltissimi ignorano il significato delle parole “Immacolata Concezione”: molte persone, anche di media preparazione, vi percepiscono un riferimento al concepimento di Gesù. La Verginità di Maria è naturalmente verità di fede accettata da tutte le confessioni cristiane, e dunque l’idea che le parole “Immacolata Concezione” alludano a un concepimento del Redentore avvenuto in modo speciale (immacolato appunto) sembra essere la diretta conseguenza di questa verità. Che Gesù sia stato concepito in modo miracoloso è un dato di fatto, ma il concepimento di cui si parla nel dogma dell’Immacolata Concezione è quello della Madonna, e il termine “immacolato” descrive l’assenza di peccato originale fin dal concepimento, non le modalità del concepimento stesso. Ma l’errore è così diffuso che persino Wikipedia si sente in dovere di precisare che «tale dogma non va confuso con il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria».

Recentemente si è discusso sull’opportunità o meno che le raffigurazioni di Gesù rimarchino i suoi tratti somatici mediorientali più di quanto avvenga normalmente nella nostra tradizione artistica e iconografica europea. In un forum cattolico un lettore interveniva nella discussione affermando che si trattava di una questione irrilevante, perché Dio è puro spirito e in quanto tale non può essere raffigurato in alcun modo. Chiaramente un’affermazione del genere sottende una concezione in cui si è completamente perso di vista il mistero più importante e sostanziale della nostra fede: l’Incarnazione. Dio certo è puro spirito, ma il suo Figlio si è incarnato nella storia e si è fatto uomo: si tratta di una verità di fede che affermiamo espressamente anche nel Credo della Messa («per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria»). La mia generazione imparava a memoria, nel Catechismo di San Pio X, che «Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo» (risp. 25). Per rendere più esplicito il tutto, il Catechismo ribadiva subito dopo che «Il Figlio di Dio si è fatto uomo prendendo un corpo e un’anima, come abbiamo noi» (risp. 26). Parole che sottendono un mistero difficile, su cui i teologi hanno discusso, si sono confrontati e spesso scontrati nel corso della storia, e certamente noi piccoli non potevamo, se non altro per la nostra giovane età, neppure percepire la profondità del mistero così grande contenuto in queste parole: ma l’apprendimento puro e semplice di esse poteva se non altro darci un orientamento preciso.

Un punto su cui capita di trovare numerosissime imprecisioni è quello delle lingue. La recente presentazione al Santo Padre del nuovo messale, che contiene fra l’altro i cambiamenti, ormai noti e discussi, alla preghiera del Padre Nostro, ha ridato fuoco alle polveri in alcune discussioni ospitate da forum cattolici. Risulta che un numero bassissimo di fedeli sa che la lingua originale del Nuovo Testamento è il greco. Il fatto che Gesù parlasse in aramaico è generalmente noto a quasi tutti, ma l’idea diffusa è che le parole aramaiche di Gesù siano state riportate in ebraico e da qui tradotte in greco o in latino. Gioca evidentemente la confusione coi libri dell’Antico Testamento, che sono per la maggior parte in ebraico (anche se non mancano libri o sezioni di libri in aramaico o in greco). Va premesso innanzitutto che, differentemente dall’immagine che si ha spesso, il livello culturale della Palestina ai tempi di Gesù era alto, e che l’uso delle tre o quattro lingue fondamentali (aramaico per l’uso parlato, ebraico per la liturgia, greco come lingua della cultura: si aggiunga il latino come lingua dell’amministrazione romana) era diffuso, come si può vedere dalla documentazione di prima mano dell’epoca (iscrizioni, lettere e via dicendo). La scelta del greco per i libri del Nuovo Testamento non è casuale e attesta la volontà di evangelisti ed apostoli di annunziare il Cristianesimo «fino agli estremi confini della terra» (Atti 1, 8): libri scritti in lingue locali non avrebbero oltrepassato i limiti di una regione ristretta, collocata all’estrema periferia dell’impero romano e generalmente ignorata dalle élites culturali.

Il tutto non è senza conseguenze. Un lettore interveniva del dibattito esultando perché finalmente la Chiesa ci fa pregare in modo corretto togliendo di mezzo quel «non indurci in tentazione» praticamente blasfemo! Ora, fermo restando che sarebbe assurdo pensare che tutte le generazioni che ci hanno preceduto in duemila e passa anni avrebbero sempre pregato in modo sbagliato e che solo la nostra generazione avrebbe il merito di cancellare un errore passato indenne attraverso i millenni, l’affermazione denuncia un grave errore di prospettiva: la traduzione finora adottata era la traduzione letterale del testo greco originario, e quindi percepire come blasfema la formula corrente equivale a considerare blasfemo il testo stesso dei Vangeli. Ma il cristiano dovrebbe ricordare che i Vangeli sono “sacra scrittura” e col termine sacra scrittura si allude a una speciale garanzia accordata dallo Spirito ai redattori del testo sacro tale da renderli non soggetto a errore: naturalmente questa garanzia non incide sulla qualità della lingua, che può essere più elevata o più vicina all’uso popolare secondo la cultura o la scelta di chi scrive (tra l’altro gli autori sono in genere di madre lingua semitica e usano il greco in quanto lingua veicolare nell’area del Mediterraneo orientale, e quindi qualche espressione può tradire l’influenza della loro lingua madre: fenomeni che i linguisti conoscono bene e ai quali viene dato il termine generico di “interferenze”). Ma, al di là di tutto, il testo della Bibbia può avere bisogno di commenti, interpretazioni, spiegazioni, può essere sottoposto ad analisi critiche (magari anche per eliminare quelle piccole scorie che fatalmente si possono essere depositate nel corso della sua millenaria trasmissione: ma su questo argomento mi ripropongo di ritornare), ma certamente né la Bibbia né la tradizione della Chiesa possono essere accusate di blasfemia da un cattolico né travisate con interpretazioni coerenti più a nostre speculazioni che al significato vero del testo. Aggiungerei anche che l’ispirazione riguarda il testo biblico: la Parola di Dio è trasmessa in modo fedele e infallibile solo ed esclusivamente nei libri sacri. Non abbiamo, per ovvii motivi, l’esatta forma originaria dei discorsi che Gesù rivolgeva ai suoi discepoli, ma anche se per ipotesi (improbabile) trovassimo i quaderni d’appunti dei discepoli di Gesù, la forma autentica del suo insegnamento rimane quella trasmessa dagli evangelisti. Quando nel corso della Messa viene proposta una lettura dell’Antico o del Nuovo Testamento, la formula conclusiva della lettura è “Parola di Dio”: questo non impedisce che si possa discutere eventualmente un’imprecisione nella traduzione e proporre una resa più puntuale qua e là, ma da questo al pensare che ci possa essere qualcosa di blasfemo il passo sarebbe veramente lungo.

Riassumendo, sarebbe utile, a mio parere, adoperarsi in un’opera di diffusione su larga scala di molti presupposti storico-culturali della fede cristiana, soprattutto della Bibbia, in modo da rendere conoscenza diffusa e acquisita alcune elementari nozioni storiche. Naturalmente, sapere che il testo originario del Nuovo Testamento è in greco non è condizione né necessaria né sufficiente per salvare la propria anima. Nessuno oserebbe dire un’assurdità del genere. Ma non si dovrebbe neppure prescindere troppo facilmente dalla constatazione che certe nozioni dovrebbero essere note ai laici impegnati. Elevare il livello di conoscenza culturale del laicato cattolico (almeno di quella parte attenta e operosa che poi spesso è quella più attiva anche sul piano pastorale) può mettere in condizione di affrontare con maggiore consapevolezza dibattiti e discussioni che inevitabilmente ci coinvolgono ed evitare che si diffondano tra i fedeli pregiudizi incoerenti coi principi della fede cristiana, come avviene purtroppo con sempre maggiore frequenza persino in media cattolici.

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