Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Gavin Ashenden, pubblicato su What We Need Now. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Papa Leone XIV foto ufficiale dal Vaticano
Papa Leone XIV foto ufficiale dal Vaticano (cropped)

 

Sin dall’elezione di Papa Leone abbiamo atteso con il fiato sospeso che rivelasse il suo cuore e la sua mente, per sapere che tipo di papato ci avrebbe atteso dopo la sua elezione. E abbiamo atteso con ansia, con un misto di speranza e trepidazione.

Senza voler alimentare il fuoco dell’ irriverenza, molti di noi sono rimasti traumatizzati dai disordini emersi sotto il pontificato di Papa Francesco.

Negli ultimi dodici anni è emersa una miscela di ambiguità e minaccia. La minaccia proveniva da una serie di dichiarazioni papali (o commissionate dal Papa) che sollevavano più domande teologiche di quante ne rispondessero, in un modo profondamente inquietante e angosciante. Essa proveniva dalla volontà di patrocinare questioni che sembravano essere state concepite non per chiarire l’insegnamento cattolico, ma per oscurarlo e minarlo, con l’effetto di causare il massimo sconvolgimento al Magistero, stimolando istinti e ideologie progressiste. Proveniva anche da una campagna contro la spiritualità tradizionale, che era più simile a una vendetta che a una preferenza o a un riequilibrio della vita liturgica della Chiesa dopo un periodo di turbolenze.

Si è verificato quello che potremmo persino descrivere come una sorta di «disturbo da stress post-traumatico post-Papa Francesco» (PPFTSD). È stato molto difficile conviverci. Ha disturbato la chiarezza dell’analisi teologica nella nostra ricerca di stabilità dogmatica, mentre allo stesso tempo ha disturbato e disorientato le nostre antenne spirituali, che governano la lotta del cuore mentre ci sforziamo di amare Dio nell’abbraccio sicuro dei confini dottrinali della Chiesa cattolica. Laddove Gesù calmò la tempesta, Papa Francesco sembrò evocarla, e molti di noi all’interno della barca della Chiesa ebbero paura di annegare di nuovo.

A titolo personale, ho trascorso il tempo dopo che il fumo è diventato bianco, in attesa che fosse annunciata l’elezione, con alcuni ex colleghi che, a differenza di me, erano contenti di passare il tempo tra il fumo e l’annuncio ridendo e scherzando mentre aspettavamo il nome e l’identità del nuovo papa.

Io, invece, mi sentivo rigido, in preda a una sorta di angoscia. Nella mia preghiera mormoravo, dicendo a Dio che non sapevo come avrei potuto affrontare altro di ciò che avevo vissuto come malizia pastorale e miseria negli ultimi 12 anni.

Quando abbiamo scoperto che era stato eletto il cardinale Prevost, abbiamo tutti cercato dei segnali. Come si vestiva? Come parlava? Quanto del suo cuore potevamo vedere? Quali erano le sue opinioni? Che tipo di padre avrebbe dimostrato di essere in una famiglia in cui una forma di stress spirituale ed emotivo era stata la norma per oltre un decennio?

I segnali emersi negli ultimi tre mesi sono stati, nel complesso, positivi. Indossava paramenti che ci permettevano di fidarci della sua attenzione alla continuità del ministero papale. Usava il latino in un modo che ci permetteva di fidarci della sua comprensione della ricchezza della cultura liturgica cattolica. Ha fatto dichiarazioni pubbliche che sembravano in sintonia con un Magistero cattolico inequivocabile.

Poi ha parlato con Crux e ha risposto alle domande fondamentali che gli hanno posto.

La risposta non è stata quella che mi aspettavo. Ho ascoltato con molta attenzione l’intervista e ho seguito ogni parola man mano che procedeva. Sono diventato sempre più ottimista. Gli sono state poste le domande giuste in modo sensato e, mentre affrontava le questioni sollevate in modo piuttosto discreto e informale, ha concluso ogni risposta con una dichiarazione inequivocabile della fede cattolica.

Ma ho notato che aveva uno stile particolare. Era meditabondo. Arrivava alla sua conclusione seguendo un percorso che non era ovvio quando iniziava la sua risposta. Non che questo avesse molta importanza, perché il percorso era sempre interessante. Era la conclusione che contava e ogni volta la conclusione era buona.

E poi ho cominciato a sentire e percepire le vibrazioni di disapprovazione da parte di altri cattolici. I cattolici conservatori che, come me, erano in allerta, erano allarmati. Avevano riposto molte speranze nella convinzione che avrebbe portato all’intervista una chiara e diretta confutazione delle Traditiones Custodes e Fiducia Supplicans di Papa Francesco, ma non lo aveva fatto.

E se Papa Leone non l’aveva fatto, temevano, doveva essere perché aveva in mente qualcosa di diverso dalla difesa del dogma cattolico. E se il suo linguaggio cauto nascondeva semplicemente strategie per continuare il lavoro del suo predecessore? Perché non aveva offerto una confutazione forte e inequivocabile di Papa Francesco e degli ultimi dodici anni?

Mi aspettavo che nulla di tutto ciò si sarebbe rivelato così semplice come molti avevano sperato. Sapevo che Papa Leone doveva risolvere un problema molto difficile. Anch’io, a livello emotivo, volevo che ripudiasse gli anni di Francesco. Idealmente, avrei voluto che tirasse fuori dalla tasca una copia di Fiducia Supplicans e la strappasse in due davanti alle telecamere, per poi seguire con una copia di Traditiones Custodes, gettandola ai suoi piedi e calpestandola con il tallone.

Emotivamente, volevo che, se mai avesse pronunciato la parola “sinodalità”, sputasse verso l’Occidente e recitasse una preghiera di protezione, un po’ come il catecumeno ortodosso orientale che, quando gli viene chiesto di rinnegare Satana al momento del battesimo, sputa verso l’Occidente (perché è la direzione simbolica delle tenebre), in un vivido atto liturgico di sfida spirituale.

Ma strategicamente, teologicamente, politicamente e pastoralmente, sapevo che ciò non poteva accadere, perché Papa Leone aveva un problema. Anche nella più umile delle parrocchie non si denigra mai il proprio predecessore. E soprattutto al vertice della Chiesa, una delle responsabilità principali di chi ricopre la carica papale è quella di garantire che la sede di San Pietro sia tenuta in rispetto e affetto.

Papa Leone ha ereditato un aspetto particolarmente intenso di questo problema. A differenza dei Borgia e di altri papi notoriamente malvagi, Francesco era insolito in quanto i suoi difetti non erano morali, certamente non sessuali, ma ideologici o teologici.

Il problema più grave che Papa Francesco ha lasciato al suo predecessore è stato come gestire il danno arrecato all’integrità del Magistero. Come può la teologia cattolica affrontare un papa che scrive un’enciclica che viene poi contestata (come è loro diritto) da alcuni suoi cardinali, che gli chiedono rispettosamente e correttamente di rispondere alle loro Dubia, proprio per proteggere l’integrità del Magistero, ma che poi li ignora?

È pericoloso per un papa, anche dopo un papato “cattivo”, ripudiare il suo predecessore. Nel momento in cui un papa si impegna in questo processo, corre il rischio di essere ripudiato a sua volta dal suo successore. Improvvisamente, invece di un Magistero in evoluzione, organicamente coerente e integrato, affermato da una successione di papati in lento ma costante sviluppo, si profila la prospettiva che il Magistero diventi qualcosa di più simile a un football politico. Invece di un processo in cui la Chiesa di Dio è plasmata e guidata dallo Spirito Santo, essa diventa un’istituzione politica con diverse fazioni e partiti in lotta per il potere e la preminenza.

Ma c’è un ulteriore compito, in quanto il papa deve portare con sé l’intera popolazione cattolica mondiale. Non tutti i 1,4 miliardi di cattolici sono ben catechizzati. In tutto il mondo occidentale, in particolare, c’è stata una guerra propagandistica incessante da parte della maggior parte dei media e delle piattaforme internet. Abbiamo vissuto un periodo di intense lotte ideologiche e culturali. Troppi cattolici hanno avuto le loro menti e i loro cuori sovvertiti dalle acque inquinate dell’ideologia progressista.

E il papa, nel suo ruolo di pastore capo, ha la responsabilità di riunire il più possibile tutta la Chiesa cattolica in un unico fronte di fedeltà. Per raggiungere questo obiettivo, deve ottenere tale fedeltà al di là dei confini delle fazioni, dove esistono una serie di preferenze teologiche e culturali.

Così papa Leone, nella sua intervista a Crux, ha proceduto con cautela. Si rivolgeva a un pubblico molto vasto. Voleva riunire tutti i cattolici nel suo abbraccio pastorale. I cattolici lucidi, che recitano il rosario e vanno a messa, avrebbero dovuto essere i più facili da raggiungere. Ma volevano rassicurazioni. Il problema era che rassicurazioni troppo dogmatiche rischiavano di spaventare un altro gruppo: i cattolici Alphabet (LGBTQ++), culturalmente indotti a credere che le scelte che ripudiano l’insegnamento sessuale cattolico producano una vittimizzazione santificata che deve essere protetta in nome dell’amore per i feriti. La cultura cattolica progressista del tipo esaltato da padre James Martin si basa sulla pretesa che qualsiasi scelta diretta alla realizzazione di sé sia virtuosa, che terapia e salvezza siano sinonimi.

Per papa Leone è stato un esercizio delicato incoraggiare i cattolici conservatori senza spaventare i progressisti e, così facendo, preservare l’unità della Chiesa nella misura in cui era possibile.

Ha scelto una strada che era sia sottile che, a mio avviso, efficace. Ha deciso di fare eco al linguaggio di Papa Francesco, ma di riproporlo in una nuova veste. E, riproponendolo, di renderlo coerente con il Magistero. Ma affinché ciò abbia successo, ha bisogno che i cattolici tradizionali e fedeli siano rassicurati dalle sue conclusioni e non si facciano prendere dal panico per la strada che ha intrapreso per arrivarci.

Una delle strategie eleganti che ha utilizzato è stata quella di trasformare l’«impresa sinodale di Francesco» da sostantivo ad aggettivo. Il «Cammino sinodale di Papa Francesco» sembrava essere una misura deliberatamente distruttiva, piena di progressisti in attesa di articolare le richieste dello spirito del tempo secolare. Ma Papa Leone avrebbe cambiato il significato di sinodalità. Non voleva un organo legislativo, ma una consultazione con pressioni politiche.

Dopo aver espresso quanto fossero diventate complesse e sfaccettate le questioni che stavano dietro alla Messa in latino, Papa Leone ha suggerito che una forma di “ascolto sinodale” potesse offrire una soluzione.

In che modo? Perché così si sarebbe potuta ascoltare la vera risposta della Chiesa. Ha parlato del modo in cui “alcune persone” vedevano la questione come un mistero e una preghiera, mentre altri la vedevano come una “questione politica”. Ha mostrato chiaramente la sua simpatia per coloro la cui motivazione era il mistero e la preghiera.

Quindi, attraverso l’“ascolto sinodale”, emergerà il vero pensiero della Chiesa, che senza dubbio ripudierà la vendetta lanciata contro la Chiesa attraverso Traditiones Custodes. In questa strategia, non sarà il successore di Francesco a ripudiare questa iniziativa papale che ha causato così tanti danni e diviso la Chiesa. Sarà la Chiesa stessa, in modalità di ascolto, a farlo. E possiamo essere certi che la Chiesa lo farà, grazie alle risposte trapelate dei vescovi al sondaggio di Papa Francesco su come funzionavano le norme sotto la Summorum Pontificum (la maggior parte delle quali riportava che le cose andavano meglio con norme meno restrittive).

Papa Leone ascolterà il pensiero della Chiesa, in piena coerenza con il Magistero, e così facendo permetterà che Traditioes Custodes sia giudicata un’aberrazione. Con questo processo la Messa dei Secoli sarà ripristinata. E questo sarà realizzato senza che un papa ripudi il suo predecessore. Ci sarà il minimo stress che altrimenti sovvertirebbe l’integrità dell’ufficio papale.

Papa Leone ha adottato lo stesso approccio nei confronti della Fiducia Supplicans. In modo piuttosto elegante e premuroso, ha espresso grande sorpresa per il fatto che alcune persone abbiano frainteso il significato della richiesta di una benedizione da parte di un sacerdote. Ha confermato che era del tutto impossibile benedire le relazioni omosessuali e che si trattava ovviamente di un’errata interpretazione del documento, poiché tale atto era contrario all’insegnamento della Chiesa.

Non aveva bisogno di dire che Papa Francesco si era sbagliato. Non aveva bisogno di dire che ripudiava il documento. Aveva semplicemente bisogno di esprimere il pensiero ortodosso della Chiesa. Ha ribadito l’insegnamento della Chiesa e ha detto che coloro che hanno erroneamente interpretato Fiducia Supplicans lo hanno fatto perché non hanno compreso cosa è insegnamento della Chiesa e cosa non lo è. E categoricamente, Papa Leone ha insistito sul fatto che benedire le relazioni omosessuali era contrario all’insegnamento della Chiesa. Ha lamentato il fatto che qualsiasi cattolico potesse scegliere un’identità basata sulle preferenze sessuali, quando la loro vera identità era quella di esseri umani creati a immagine di Dio.

Improvvisamente, l’accoglienza «todos, todos, todos» di Papa Francesco, che sembrava porre tanta enfasi sul fatto che tutti potessero venire così come sono, alle condizioni che preferiscono, è stata sostituita da quella di Papa Leone. L’accoglienza di Francesco implicava che la Chiesa avrebbe cambiato il suo insegnamento, sostituendo il quadro morale cattolico con uno più progressista. In ogni benvenuto la Chiesa accoglie tutti; ma il benvenuto offerto da Papa Leone è quello con una dinamica più cattolica, che promette il miracolo della trasformazione a immagine di Dio. Non si viene secondo i propri termini, ma secondo quelli di Gesù. La teologia patristica ha sempre visto l’immagine e la somiglianza di Dio come un processo in due fasi. L’«immagine» si riferisce al nostro status di creature. La «somiglianza» si riferisce a ciò che diventiamo nelle mani dello Spirito trasformatore. Ancora una volta Papa Leone ha sostituito le aspettative di un processo terapeutico politicizzato con l’aspettativa e la promessa del cammino verso la salvezza.

Un’altra area di ambiguità che doveva essere contenuta senza conflitti era l’intero processo di sussidiarietà. Il Cammino sinodale tedesco ha sostenuto che il principio di sussidiarietà, sostenuto con tanta forza da Papa Francesco come parte del suo “camminare insieme”, si estendeva fino a consentire alle chiese locali di decidere autonomamente in materia di dottrina. In particolare, prendendo in considerazione le benedizioni delle unioni omosessuali, l’ordinazione delle donne, il celibato clericale e la partecipazione dei laici alle nomine episcopali e alle riforme del governo della Chiesa.

A suo merito, Papa Francesco ha fatto del suo meglio per sottolineare che il Cammino sinodale tedesco aveva frainteso il mandato della sussidiarietà. Nel 2022, il cardinale Mario Grech (segretario generale del Sinodo) e il cardinale Luis Ladaria (allora prefetto della CDF) hanno scritto ai tedeschi chiarendo che la sinodalità non prevale sulla dottrina cattolica o sulla comunione della Chiesa universale. Ma il genio sembrava essere uscito dalla lampada.

Abbiamo aspettato di vedere come Papa Leone avrebbe affrontato questo missile senza guida e irrisolto dell’ambizione progressista tedesca. E ancora una volta, fedele alla forma che stava emergendo, ha cercato di disinnescare il conflitto imminente suggerendo che l’impressione che l’insegnamento cattolico potesse essere modificato sembrava essere stata causata da uno sfortunato errore di traduzione nel processo di comunicazione.

Qual è una delle principali responsabilità del papato? Preservare l’unità della Chiesa in modo coerente con la fedeltà all’insegnamento della Chiesa. Papa Leone, nell’intervista a Crux, ha dimostrato di comprendere l’importanza di articolare e ribadire l’insegnamento della Chiesa in un modo che il suo predecessore era stato restio a fare. E al posto delle ambiguità che avevano frammentato la mente della Chiesa, Papa Leone sembra aver fornito un mezzo per calmare, ricomporre e riconfigurare l’energia anarchica dell’eterodossia nella coerenza di un’ortodossia coerente.

Dopo l’entusiasmo degli ultimi anni, tra i fedeli sta crescendo la percezione che in realtà non abbiamo bisogno di un papa che faccia o dica molto. Dicono che il successo dell’ufficio risiede più nell’essere che nel fare. L’ufficio papale non è concepito per essere efficace nel fornire commenti politici. Questa prospettiva mette in luce un pericolo reale.

Quando Papa Leone è stato assalito dalla stampa fuori dai cancelli di Castel Gandolfo riguardo alla situazione del cardinale Cupich, ai giornalisti conveniva sparare domande, sperando che il papa potesse essere tentato o provocato a fare notizia per loro. E così è stato. Ma i risultati dello scambio non hanno aggiunto nulla al benessere dei cattolici o della Chiesa cattolica. Al contrario.

Papa Leone è un erede dignitoso, serio e riflessivo dell’ufficio petrino, impegnato (come ha ribadito) nell’insegnamento della Chiesa. Ciò di cui abbiamo bisogno ora è che i suoi consiglieri lo persuadano a mostrarsi al meglio ed evitare situazioni come le imboscate della stampa, che lo espongono a riflessioni spontanee inutili che non aiutano nessuno.

Ciononostante, ciò che Papa Leone ha realizzato senza criticare, ripudiare o denigrare né il suo predecessore né l’ufficio papale è degno di nota. Lo Spirito Santo ha esaudito le nostre preghiere dandoci un padre in Dio che unisce un acuto giudizio teologico a un cuore pastorale. Davvero agostiniano.

Gavin Ashenden

 

Dopo aver studiato giurisprudenza, Gavin Ashenden ha trascorso 40 anni come sacerdote anglicano. Dopo 10 anni trascorsi nelle parrocchie, ha studiato psicologia post-laurea con i gesuiti all’Università di Londra e poi ha trascorso 25 anni come cappellano e professore di psicologia della religione in un’università inglese radicale. Per nove anni è stato uno dei cappellani della Regina. Per quattro anni ha condotto un programma di fede ed etica alla radio della BBC e ha scritto occasionalmente per il Times e il Daily Telegraph. Si è convertito al cattolicesimo nel 2019 ed è diventato redattore associato del Catholic Herald. È redattore e autore del New English Catholic Substack.

 


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