24290_n_Petizione contro la legge sul suicidio assistito_1

 

Perché la svolta del Veneto sul suicidio assistito non è una conquista di libertà, ma la resa della politica alla cultura dello scarto e del capitale

 

di Fabio Vessillifero

 

Mentre Luca Zaia fa leva sulla sofferenza drammatica del malato terminale e sul mito dell’autodeterminazione individuale, il dibattito politico rischia di cadere in una pericolosa illusione di neutralità. Il Governatore del Veneto presenta la spinta verso la regolamentazione del suicidio assistito come un puro atto di pietà e di rispetto della libertà di scelta. Tuttavia, questa narrazione tace volutamente su un interrogativo cruciale e scomodo: in condizioni di estrema gravità, di dolore prostrante e di isolamento, quanto può dirsi davvero “lucida” e totalmente priva di condizionamenti la decisione di porre fine alla propria esistenza? Ma soprattutto, ciò che la propaganda del diritto d’uscita evita accuratamente di ricordare è la natura profonda della norma giuridica. La legge non si limita mai a registrare passivamente un desiderio privato, ma possiede un’insopprimibile funzione pedagogica ed educativa: la legge forma, orienta e modella le coscienze collettive, ridefinendo ciò che una comunità considera valore o scarto. Elevare la morte assistita a prestazione sanitaria ordinaria all’interno dell’ordinamento regionale significa esporre la fragilità umana a ben precisi processi sociali e culturali. In una società interamente strutturata sull’efficienza e sulla sostenibilità economica, la legalizzazione dell’atto non crea un semplice spazio di libertà, ma altera la percezione etica della malattia e della vecchiaia, spingendo impercettibilmente il malato a percepirsi come una voce di costo o un peso da risparmiare alle istituzioni e alla famiglia.

È dentro questa cornice di rigorosa funzionalità economica che va interpretata la spinta alla regolamentazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, come emerso con forza nei recenti dibattiti legislativi in Veneto. Lungi dall’essere meri atti di progresso civile o di neutrale autodeterminazione, questi provvedimenti rappresentano il tassello finale di un preciso disegno antropologico dettato dal mercato. Si tratta dell’affermazione di una società che, per garantire la propria sostenibilità e la propria riproduzione economica, tende a congedare ciò che smette di essere performante, efficiente e autonomo.

L’istituzionalizzazione della morte volontaria assistita si inserisce perfettamente in questa logica aziendale attraverso tre direttrici fondamentali. In primo luogo, la svalutazione della fragilità risponde direttamente alla necessità del sistema di eliminare la voce di costo rappresentata dalla malattia cronica, dalla disabilità e dalla vecchiaia. In secondo luogo, l’atomizzazione dell’individuo e il declino dell’alleanza terapeutica servono al mercato per recidere i legami comunitari e sollevare le istituzioni dall’onere economico dell’assistenza continua. Infine, attraverso la biopolitica — cioè quel controllo capillare esercitato dallo Stato e dal mercato sui corpi e sulla salute dei cittadini — si compie una vera e propria deriva eugenetica e funzionalista. La vita smette di essere un diritto inalienabile e diventa un bene disponibile sottoposto a controllo di qualità: il sistema sanitario stabilisce che un’esistenza merita tutela e risorse pubbliche solo se supera una precisa asticella di efficienza fisica o mentale.

La penetrazione di queste pratiche in territori ad alta vocazione produttiva come il Veneto non è dunque un fatto isolato, ma il coerente coronamento di una mutazione in cui il capitale avoca a sé il potere supremo: decidere quali esistenze siano economicamente sostenibili e quali, al contrario, debbano essere accompagnate con garbo all’uscita. Le dinamiche sociali modellate dagli interessi del capitale globale e delle multinazionali articolano questa totale subordinazione dell’umano al mercato attraverso specifici ambiti d’azione che proviamo ad elencare:

Consumismo e valorizzazione dell’individuo come produttore/consumatore

In questo assetto, l’essere umano ha valore nella misura in cui produce valore o assorbe merci. La priorità assoluta dell’efficienza impone che l’individuo identifichi la propria dignità unicamente con la capacità di generare reddito e di riimmetterlo immediatamente nel circuito finanziario. Per evitare la saturazione delle vendite e mantenere sempre alto questo flusso, le aziende ricorrono all’obsolescenza programmata, progettando beni destinati a rompersi o a diventare obsoleti in tempi rapidi per costringere l’utente al riacquisto continuo. Parallelamente, l’industria culturale e il marketing creano sistematicamente bisogni individuali indotti, ovvero necessità artificiali inoculate nella psicologia collettiva per far sembrare indispensabile ciò che è superfluo, svalutando ciò che già si possiede e alimentando un consumo compulsivo che garantisce la perenne alimentazione dei mercati.

Flessibilità, mobilità e fluidità culturale

La fluidità culturale e sociale non è una semplice evoluzione dei diritti, ma risponde alla precisa logistica del capitale globale, ovvero all’organizzazione tecnica e normativa pensata per far circolare merci, soldi e lavoratori con la massima velocità e al minor costo possibile. La standardizzazione dei modelli di vita, che omologa i comportamenti, i consumi e i gusti su scala mondiale, permette alle multinazionali di vendere gli stessi prodotti ovunque, azzerando i costi di adattamento locale. Allo stesso modo, lo scardinamento dei modelli identitari tradizionali e il dissolvimento delle radici territoriali — ovvero il legame profondo con la propria comunità d’origine e la propria storia — servono a liberare l’individuo da vincoli rigidi. Sradicare le persone e superare i ruoli comunitari tradizionali significa produrre lavoratori privi di legami vincolanti, perfettamente flessibili, mobili e pronti a trasferirsi o a ridefinire la propria identità in base alle mutevoli esigenze delle imprese.

Il ruolo della salute, dell’invecchiamento e dell’etica

La gestione della salute risponde all’ossessione aziendale di contenere i costi sociali legati alle categorie che non producono ricchezza misurabile. Attraverso le logiche biopolitiche, la vita umana viene amministrata come una risorsa da ottimizzare, trattando l’assistenza agli anziani o ai malati come un puro capitolo di spesa da razionalizzare. Da questa prospettiva, l’intero dibattito bioetico su pratiche come l’aborto, l’eutanasia o la maternità surrogata mostra una duplice natura: da un lato, la prospettiva liberale ne difende la facciata in nome dell’autodeterminazione; dall’altro, la prospettiva critica ne svela la reale natura di strumenti di eugenetica sociale e commerciale, concepiti per ottimizzare la qualità della forza lavoro e abbuonare al sistema sanitario gli oneri dell’assistenza a lungo termine.

Atomizzazione sociale e solitudine come volano economico

La dissoluzione della famiglia e delle comunità locali rappresenta un potentissimo motore di crescita del PIL. Finché le reti familiari tradizionali funzionano da supporto informale e gratuito per la cura di bambini e anziani, erogano prestazioni che non generano profitto privato. Disintegrare questi legami e isolare i singoli significa costringere la popolazione ad acquistare sul mercato ogni singolo servizio di cura o di socialità, dalle badanti private alle app di incontri. Inoltre, l’isolamento genera un vero e proprio vuoto emotivo sistemico, uno smarrimento diffuso che il sistema monetizza con puntualità, incanalando l’ansia della solitudine verso il consumo compensativo di beni materiali, esperienze digitali e dipendenze a pagamento.

Digitalizzazione, sorveglianza e commodificazione dell’attenzione

Nel capitalismo della sorveglianza, l’intera esistenza quotidiana viene messa a valore. L’obbligo sociale della connessione permanente serve a estrarre dati da ogni nostra azione, preferenza o spostamento, trasformando la vita privata in una miniera di informazioni commerciali. Allo stesso tempo, le piattaforme digitali sono modellate per stimolare una costante reattività emotiva, ovvero l’attitudine a reagire d’impulso agli stimoli esterni senza filtro critico. L’utente emotivamente reativo è il consumatore ideale: interagisce di più, clicca più velocemente e cede con facilità agli acquisti d’impulso e alle sollecitazioni pubblicitarie.

Mercificazione del tempo libero e prestazionalismo (Burnout Society)

Il capitalismo contemporaneo ha raggiunto il massimo rendimento trasformando la società contemporanea in una società della prestazione, un modello in cui non serve un padrone esterno perché l’individuo viene educato ad autosfruttarsi da solo nel mito del successo. Il cittadino interiorizza la logica aziendale ed è spinto a praticare il personal branding, curando la propria immagine e le proprie relazioni come se fosse un marchio commerciale da promuovere e mettere costantemente a reddito. In questo scenario, il tempo libero viene prosciugato: persino il riposo viene monetizzato o piegato all’efficienza — dal tracciamento della salute al turismo esperiendiale —, annullando qualunque spazio dedicato alla pura gratuità o alla contemplazione priva di scopo profitizzabile.

Finanziarizzazione della vita quotidiana ed indebitamento

La dipendenza dal mercato viene sigillata dalla normalizzazione del debito fin dalla giovane età. L’accesso a beni fondamentali come la casa, la sanità o l’istruzione non è più garantito come diritto, ma mediato dal credito al consumo e da strumenti finanziari. Questa condizione svolge una precisa funzione di disciplinamento sociale: l’uomo indebitato è uno strutturalmente ricattabile, costretto ad accettare la precarietà lavorativa e a reprimere il dissenso politico pur di garantire il flusso costante di rientro delle rate.

Tecnocrazia e depoliticizzazione dei problemi sociali

Per evitare che le crisi sistemiche mettano in discussione l’assetto economico, la politica viene progressivamente sostituita dalla tecnica. La risoluzione delle questioni ambientali, sanitarie o sociali viene sottratta al dibattito ideologico e delegata a manager, tecnocrati e soluzioni di mercato. Questa egemonia dell’esperto educa la popolazione alla passività, spingendola a considerare le dinamiche del mercato globale non come scelte politiche modificabili, ma come ineluttabili ed indiscutibili leggi di natura.

Omogenizzazione linguistica e concettuale

La colonizzazione economica si compie anche attraverso la parola, mediante l’adozione pervasiva del lessico aziendale in ogni ambito della vita quotidiana. Termini come performance, budget, capitale umano e ottimizzazione penetrano nell’istruzione, nella sanità e nei rapporti affettivi, costringendo l’individuo a pensare l’esistenza in termini di puro conto economico. Questa drastica semplificazione del linguaggio, unita alla rapidità dei codici digitali, depotenzia la capacità di elaborare un pensiero critico articolato, eliminando qualsiasi concetto che non sia immediatamente riducibile a un’utilità pratica o a un rendimento finanziario.

Mercificazione delle risorse primarie e dei beni comuni

L’espansione del capitale richiede l’appropriazione di ciò che un tempo era pubblico e condiviso. Attraverso la privatizzazione dei servizi essenziali come acqua, energia e istruzione, lo Stato cede il passo al mercato e il cittadino viene definitivamente convertito nella figura del cliente, chiamato a valutare un bene pubblico solo sulla base del rapporto costi/benefici. Persino la sensibilità ecologica viene integrata nel circuito del profitto: attraverso operazioni di greenwashing, con cui le aziende si ripuliscono la facciata senza cambiare modello produttivo, e la vendita di prodotti eco-friendly a prezzi maggiorati, la tutela del pianeta viene trasformata in un’opportunità di business che scarica la responsabilità collettiva sulle scelte di consumo del singolo acquirente.

Ingegneria della vulnerabilità e dipendenza sistemica

Il mercato garantisce la propria insostituibilità rendendo le popolazioni incapaci di fare da sé. La progressiva perdita delle autonomie pratiche ed ecologiche — dall’artigianato alla produzione locale del cibo — crea una totale dipendenza dalle catene di fornitura globali. A questo si aggiunge l’affermazione dell’economia dell’abbonamento e del leasing, caratterizzata dal passaggio dal possesso dei beni al loro utilizzo temporaneo dietro pagamento di un canone periodico. Senza più la proprietà privata di auto, case o software, la massa diventa una cliente a vita, trasformata in un locatario permanente la cui sopravvivenza dipende dal versamento continuo di canoni alle grandi corporation.

Gestione e spettacolarizzazione dell’ansia sociale

La precarietà lavorativa e l’insicurezza sistemica generano uno stato d’ansia costante che il mercato è abilissimo a neutralizzare e monetizzare. Anziché trasformarsi in contestazione politica o rivolta sociale, la sofferenza degli individui viene canalizzata verso l’industria del benessere, la farmaceutica e l’intrattenimento. La frustrazione strutturale causata dal sistema viene così privatizzata, individualizzata e trattata come un disturbo psicologico personale da curare acquistando i relativi prodotti e servizi terapeutici.

Erradicazione della memoria storica e del senso del tempo

Per dominare indisturbato, il capitale necessita di una massa priva di radici e memoria, sottomessa a quella che gli storici e i sociologi definiscono la dittatura del presente. Questo schiacciamento della società sul tempo reale e sull’istante attuale annulla la continuità storica, impoverendo la consapevolezza del passato e rendendo la popolazione incapace di immaginare modelli di società alternativi a quello vigente. In questo contesto crolla anche la trasmissione intergenerazionale dei saperi: la saggezza degli anziani perde ogni valore economico di fronte alla rapida obsolescenza delle tecnologie, venendo spazzata via dalla validazione degli esperti di turno.

Esternalizzazione del pensiero e delegazione all’algoritmo

L’addestramento all’obbedienza economica passa attraverso la totale delega cognitiva all’architettura digitale. Affidarsi agli algoritmi di raccomandazione per ogni scelta quotidiana — cosa acquistare, cosa guardare, chi frequentare — atrofizza il giudizio critico dell’individuo e lo abitua a un conformismo passivo verso le direttive del sistema. Contemporaneamente, la progressiva quantificazione dell’esistenza riduce la vita a un contatore di parametri numerici, come like, passi effettuati, ore di sonno o punteggi di credito; in questo modo, l’autovalutazione della persona diventa un puro esercizio contabile, perfettamente masticabile dai linguaggi informatici e finanziari.

Trasformazione dell’etica della gratuità in transazione

Da ultimo, il capitale si appropria persino della sfera relazionale e morale, spazzando via il concetto di dono. Le attività storicamente basate sulla solidarietà o sul volontariato vengono progressivamente formalizzate e trasformate in prestazioni professionali retribuite. Parallelamente, le scelte etiche vengono assorbite dal branding aziendale, cioè dalle strategie utilizzate dalle imprese per costruire un’immagine virtuosa e coprire le logiche di profitto, mentre l’esibizione della propria bontà sui social si trasforma in una risorsa reputazionale da spendere per ottenere visibilità e consenso.

 


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