mano macchina macchinina

 

 

di Jacob Netesede

 

Viviamo una gigantesca messa in scena: mettere, tra qualche giorno, due croci su un simbolo non sarà espressione di libertà.

Si sente dire che siamo gente libera, siamo il popolo sovrano di uno stato democratico, nell’occidente moderno e pieno di meraviglioso futuro, dove è tutelata, per costituzione, l’inviolabilità della libertà personale.

Italia dal 1955 membro dell’ONU, 51 nazioni impegnate a preservare la pace e la sicurezza collettiva.

E l’ONU ha persino l’agenda, quella 2030, 17 obbiettivi da raggiungere entro i prossimi 8 anni… la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, per citarne solo alcuni.

E siamo, nella NATO, il cui motto ufficiale è Animus in consulendo liber (in latino: “Una mente libera nel prendere decisioni”), una organizzazione di 30 stati per collaborare nel settore della difesa (difesa da chi, per chi, di cosa e in vista di che… chissà).

E poi dagli anni ’50, siamo Europa, ora detta “U.E.”, ovvero siamo insieme per la promozione della pace e della sicurezza e il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali.

Insomma c’è libertà, è difesa la libertà e soprattutto viva la libertà.

Poi però leggi Tutto scorre, capolavoro di Vasilij Grossman scritto tra il 1955 e il 1963 in cui si racconta quel che accade in un totalitarismo: “La libertà uccisa divenne un ornamento dello Stato, ma un ornamento non inutile. La libertà uccisa divenne il prim’attore di una gigantesca messa in scena, di una rappresentazione teatrale di dimensioni mai viste. Lo Stato senza libertà costruì un modellino del parlamento, delle elezioni, dei sindacati, un modellino di società e di vita sociale”.

Racconta della Russia, del vero ruolo di Lenin e del suo spregio della libertà, della costruzione di un, testuale di Grossman, “nuovo ordine mondiale” (tema vecchio, dunque…), di Stalin e della sua capacità di condizionare ogni decisione.

A detta del nostro, la libertà uccisa divenne, curiosamente, il primo attore.

Infatti: “In quello stato senza libertà i modellini delle direzioni dei kolchoz, delle direzioni dell’unione degli scrittori e degli artisti, … delle assemblee … dei comitati… discutevano questioni e prendevano decisioni già precedentemente stabilite in tutt’altra sede”.

Prima di Blackrock, Vanguard e Fidelity, e prima di Commissione Europea, Banca Centrale e Fondo Monetario Internazionale, c’è chi guarda la realtà e comprende quale sia la sede delle decisioni.

E poi: “I fidi di Stalin-Stato si riconoscevano subito, in qualsiasi seduta, riunione, comizio volante, congresso: nessuno mai discuteva con loro, perché essi parlavano in nome di Stalin-stato.

Che lo Stato senza libertà agisse sempre in nome della libertà e della democrazia, che temesse di fare un passo senza nominarle, testimonia della forza della libertà. Stalin non temeva nessuno, ma sempre sino alla fine della sua vita ha temuto la libertà; l’aveva uccisa, eppure cercava di ingraziarsela anche da morta”.

Una gigantesca messa in scena.

Uno stato illiberale che si riempie la bocca di libertà e che la usa come ornamento.

E’ già accaduto (coinvolgendo milioni di persone) e, io credo, sta accadendo (e i potenti mezzi di comunicazione in gran parte aiutano il processo).

Pensate agli ultimi due anni e mezzo tra lockdown e obblighi vaccinali; o alla questione del gender nelle scuole; o ai discorsi sull’eutanasia; o alla violenza di chi non vuole si metta in discussione l’aborto… sentite Grossman: “Lo Stato assumeva sulle sue ferree spalle tutto il peso della responsabilità, liberava gli uomini dalla chimera della coscienza”.

Insomma: non temere, o buon cittadino, ci pensa lo Stato a dirTi quel che è buono e giusto per te.

Piccolo particolare: se non ti fidi dello Stato, Ti punisco.

Come scrive un garbato giornalista, per il dissidente non c’è il gulag, ma lo stigma sociale (Conservare l’anima, F. Borgonovo).

Sei libero, a patto che tu non voglia invocare la tua personale coscienza: quella non esiste, non ha diritto di esistenza, è appunto una chimera.

E scrive Grossman: “in libertà gli era capitato d’incontrare gente rilasciata dai lager, e la loro ipocrita sottomissione, la paura di esprimere il proprio pensiero, il terrore di un nuovo arresto erano così totali da farli apparire ancor più imprigionati di quando si trovavano nei campi di lavoro forzato. Uscito dal lager, facendo un lavoro liberamente scelto, vivendo accanto ai suoi cari e ai parenti, quell’uomo si condannava talvolta a una detenzione suprema, più completa e profonda di quella cui lo costringeva il filo spinato”.

Ipocrita sottomissione.

Ho visto gente aver gravi dubbi sul vaccino e senza fiatare auto-condannarsi a tre dosi per timore di dirlo.

Ho visto gente esprimere perplessità sulla c.d. gender teory bandita dai social media o imprenditori stravolgere campagne pubblicitarie ed auto-condannarsi al silenzio, rieducati.

Ho visto gente, per non rischiare di perdere il lavoro, accettare farmaci sperimentali e Green pass.

Ho visto gente contestare il diritto all’aborto venir rieducata al politically correct a suon di contumelie ed insulti, auto-condannarsi al silenzio rispettoso.

Gente libera, intendiamoci, che abita uno splendido e multi-accessoriato lager.

Ma credo sia chiaro: senza memoria, senza storia conosciuta e giudicata, è la solita finta libertà.

Esempio: guardate le capovolte del mainstream sugli anti-infiammatori per il Covid: prima fanno male, nessuno li prenda! e ora, fanno bene, ci evitano l’ospedale!

E nessuno paga gli errori (…colposi o dolosi?), nessuno chiede scusa e tutti, con inquietante indifferenza, si adeguano.

E migliaia sono morti per aver seppellito nel fango chi proponeva soluzioni che oggi trovano finalmente credito.

Ma tutto questo non importa: lo Stato ha sostituito le coscienze degli elettori con delle rilanciatissime e condivisissime opinioni (a scadenza).

E morte ai nemici della Scienzah di stato!

Spero sia chiaro a tutti: le grandi questioni della vita politica, della medicina, dell’ecologia, della finanza, della cultura, della pubblicità, della guerra… vengono discusse, come descrive Grossman, in altra sede.

Agendo in nome della libertà, lo Stato vi nega ogni libertà.

Pensate, per fare un esempio, alla vicenda della libertà di educazione: da almeno 25 anni è scientificamente provato che in Italia, con l’introduzione del c.d. “costo standard” per allievo e con l’introduzione di una vera libertà di scelta educativa, avremmo spesa statale più bassa e miglioramento del livello di formazione dei nostri ragazzi.

Nelle sedi del potere questa evidenza è invisa ed osteggiata (…ovvio, direte voi, maggiore educazione comporta maggiore difficoltà per lo Stato di conservare il potere… la conoscenza rende liberi).

Da 25 anni, nessun Governo ha approvato la più semplice e ragionevole delle riforme (come sul nucleare pulito post referendum, come sulla riforma della giustizia, come sull’invio di armi in caso di conflitto…).

Su troppe questioni non siamo liberi, occorre ammetterlo.

In Occidente, due genitori non sono liberi di curare il figlio malato se lo Stato, sostituendosi alle coscienze, decide il best interest (Alfie, Charlie, Archie… never forget).

Era già successo, studiamo le storie di Vaclav Benda o quella di Franz Jägerstätter.

Il protagonista di Tutto scorre, tuttavia, “…avrebbe detto ai vecchi del lager che non c’era felicità maggiore dell’uscire dal lager – magari ciechi, senza gambe, strisciando sul ventre-, a morire in libertà, fosse pure soltanto a una decina di metri dal maledetto filo spinato”.

Chiunque abbia ancora un cuore, non può non soffrire la mancanza di libertà, che è mancanza di verità.

Infatti, “In un dibattito Lenin non cercava la verità, cercava la vittoria”.

Oggi vedo partiti che cercano la vittoria, non uomini che vogliano la verità.

Non è tutto perduto, però.

Mi aiuta Hans Urs Von Balthasar: “Qualcuno pensa che nella vecchiaia, nella malattia, nella prigionia o altre situazioni senza sbocco dell’esistenza gli sia ormai impossibile dare qualcosa; si sente inutile, per cui può essere tentato di troncare la sua vita. Rifletta che soltanto il povero, e proprio il povero, cioè colui che ha perso la consapevolezza di possedere qualcosa, questi soltanto si trova in condizioni di donare. La vedova versò nel tesoro del tempio più di tutti gli altri: costei ha messo della sua indigenza”.

Siamo poveri, siamo come la vedova evangelica.

E diabolicamente il mondo ci opprime: l’unica risposta è la santità.

Il grande Hans, infatti, lo scrive: “quale sia infatti l’estensione della fecondità di un santo rimane, almeno sulla terra, un segreto di Dio”.

Non possiamo neppure immaginare qual bene alla storia del mondo potrebbe portare una misera e oppressa anima che si converte e santifica.

Lasciamo a Dio i Suoi segreti e al mondo i suoi modellini: noi cerchiamo la verità.

 


 

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