Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Regis Martin e pubblicato su Crisis Magazine. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.

 

Papa Francesco triste
Papa Francesco triste

 

Supponiamo che vi sia stato chiesto dal cardinale Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, di assisterlo nella stesura di una dichiarazione ufficiale sulla possibilità di benedire le coppie omosessuali. Lui ci sta, naturalmente, ma vorrebbe che anche voi saliste a bordo. E non importa perché ve l’abbia chiesto; il punto è che l’ha fatto, quindi cosa gli dite? Di andare a quel paese? No, questo chiaramente non va bene. Ok, allora provate a dirlo in modo meno sgarbato: “Grazie per avermelo chiesto, Eminenza, ma l’argomento mi riempie di un tale terrore e disgusto che preferirei non farlo”. Funzionerà?

In ogni caso non ha molta importanza, visto che il cardinale Fernandez ha già provveduto a scriverla lui stesso. Poi la invia a Papa Francesco, che, approvando quanto scritto, la firma e – bingo – il magistero è immediato. Gli dà anche un nome. “Fiducia Supplicans, sul significato pastorale delle benedizioni”.

E adesso? Beh, viene diffusa in tutto il mondo, causando non poca confusione e costernazione tra i fedeli. Persino i vescovi sono in rivolta per questo. Che cosa succede ora?

Supponiamo ancora una volta che, nel bel mezzo di questa catastrofe, il Papa stesso si rivolga a voi per un consiglio. “Cosa devo fare?”, chiede con una certa frustrazione. “Piace solo ai tedeschi e alle persone LGBTQ, e nessuno di loro pensa che sia andato abbastanza lontano! Non posso accontentare tutti, ovviamente. Voglio dire, non sono un mago!”.

Allora, cosa dire al Papa? Se fossi io, ecco cosa direi: “Santità, con tutto il rispetto, ci sono due cose che deve fare e altre due che potrebbe fare. Le prime due sono abbastanza facili. Si sbarazzi di Fernandez; poi scarichi la Dichiarazione. Per quanto riguarda le altre due, sono facoltative, ma le consiglio vivamente entrambe. Si dimetta dalla carica che è diventata così pesante da occupare; poi si rechi nel monastero più vicino per una vita di preghiera e penitenza”.

Chissà, forse si può convincere l’ex prefetto ad accompagnare l’ex Papa nel silenzio? Potrebbe fare miracoli per le anime di entrambi.

Tra l’altro, le probabilità che ciò accada sono pari a zero. Allora, perché mi preoccupo? Non è un po’ come sputare nel vento? O cercare di far quadrare il cerchio? Lo faccio perché il Vangelo lo richiede. Sebbene io non sia San Paolo, non sono nemmeno contrario a parafrasarlo. Il quale, nella sua Lettera ai Galati (2,14), ha avuto la faccia tosta di chiamare in causa San Pietro stesso, il primo Papa, su un punto di dottrina. Quando un uomo non cammina retto, quando non è retto, non c’è dubbio che qualcuno debba dirglielo. Così Paolo disse a Pietro, ammonendolo in faccia ad Antiochia. E così, con il massimo rispetto, bisogna davvero trovare il coraggio di dirlo al Papa.

Dirgli cosa esattamente? Che è tutto sballato. Che la dichiarazione da lui firmata e consegnata è palesemente sbagliata. “Un grande inganno”, per usare il linguaggio dell’arcivescovo Tomash Peta del Kazakistan e del suo vescovo ausiliare Athanasius Schneider, che affermano che la proposta di benedire le coppie omosessuali, insieme a quelle che commettono adulterio, “contraddice direttamente e gravemente la Rivelazione divina e la dottrina e la pratica ininterrotta e bimillenaria della Chiesa cattolica”. Si tratta, aggiungono, di “un grave abuso del Santissimo Nome di Dio, poiché questo nome viene invocato su un’unione oggettivamente peccaminosa di adulterio o di attività omosessuale”.

In breve, non può essere salvata. Se lasciata in piedi, sostengono, la Chiesa stessa rischia di diventare “un propogandista dell’ideologia gender globalista ed empia”. E quindi, per rimediare al danno, che è di vasta portata e profondo, devono rotolare delle teste. A cominciare da chi l’ha scritta. Ma non finisce qui: non può essere l’unico capro espiatorio della situazione.

Una soluzione senza cuore, secondo lei?

Per chi, in realtà? Certamente non per il giovane di cui mi ha parlato una volta il defunto padre Benedict Groeschel, al quale si era rivolto disperatamente per avere un consiglio su una lotta in corso con l’attrazione per lo stesso sesso. “Sono in una specie di inferno”, disse al vecchio e saggio sacerdote. “E uno di questi giorni vorrò uscire da quell’inferno. Ma finché non lo farò, padre, mi prometta due cose: Uno, che non mi abbandonerà mai e, due, che non getterà via la mappa”.

Con Fiducia Supplicans, sembra che la Chiesa abbia appena buttato via la mappa. E senza la mappa, praticamente rinuncia a tutti coloro che lottano con il peccato sessuale. Di certo, nel documento non c’è nulla che possa portare conforto o incoraggiamento a quel giovane. O a innumerevoli altri che lottano, spesso in modi decisamente eroici, per superare la loro afflizione. Che accettano le dure parole della Madre Chiesa con totale e sentita convinzione. Non stanno cercando di trastullarsi nel loro peccato, sicuri che, grazie alla benedizione del Padre, tutto va a gonfie vele. Cercano la grazia, un po’ di speranza che dica loro che la lotta, anche se dura, alla fine vale la pena. Ma cercherete invano di trovare un riconoscimento dei drammi nascosti che mettono in scena nella loro vita.

Quanto è sconcertantemente triste tutto questo. Dopotutto, il Papa non aveva forse detto, solo due anni fa, esattamente il contrario di ciò che viene detto ora? A meno che la legge di non contraddizione non sia stata abrogata nel frattempo, la Chiesa non può avere entrambe le cose. Per quanto Papa Francesco possa voler estendere la portata della sua millantata “visione pastorale”, essa non potrà mai comprendere la benedizione del peccato. O l’adulterio e la sodomia sono sbagliati, e chi li pratica sta commettendo un peccato grave e ha bisogno di pentimento; oppure non c’è nulla di sbagliato o disdicevole in entrambe le cose, e nessun sacerdote dovrebbe ostacolare chi si fa avanti per far benedire le proprie unioni.

Da quella parte c’è la follia. E la Chiesa, che ha sempre difeso il buon senso, potrebbe dover chiedere al Papa di dimettersi per far tornare il buon senso.

Regis Martin

 

Regis Martin è professore di teologia e professore associato presso il Centro Veritas per l’etica nella vita pubblica presso l’Università francescana di Steubenville. Ha conseguito la licenza e il dottorato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma. Martin è l’autore di numerosi libri, tra cui Still Point: Loss, Longing, and Our Search for God (2012) e The Beggar’s Banquet (Emmaus Road). Il suo libro più recente, pubblicato da Sceptre, si intitola Looking for Lazarus: A Preview of the Resurrection .

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