Biden mette su una sorta di “Ministero della Verità”, di orwelliana memoria, chiamato “Comitato della Pubblica Informazione” che controllerà ed epurerà le informazioni scomode. Rilanciamo un articolo nella nostra traduzione scritto da David Harsanyi e pubblicato su National Review

 

Joe Biden
Joe Biden, Presidente degli Stati Uniti

 

Uno zar federale della parola? Proprio come lo immaginavano i Fondatori, senza dubbio.
All’inizio di questa settimana, il segretario del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, Alejandro Mayorkas, ha dichiarato al Congresso che la sua agenzia sta creando un “Comitato per il Controllo della Disinformazione” con l’obiettivo di combattere la “disinformazione” proveniente dalla Russia, mentre ci avviciniamo alle elezioni di metà mandato. Il nuovo Comitato per l’Informazione Pubblica dell’Amministrazione Biden sarà guidato da Nina Jankowicz, “una collega della disinformazione” che si aggiunge perfettamente alla squadra di governo venendo da un think tank chiamato con il nome dell’ex Presidente Woodrow Wilson. Come Wilson, Mayorkas, anche lui una fonte di falsità, non spiega sotto quale potere costituzionale si propone di sorvegliare le notizie.

Diventa noioso sottolinearlo, ma si può chiaramente immaginare il crollo termonucleare a cui il paese sarebbe (giustamente) soggetto se un presidente repubblicano prevedesse una commissione governativa incaricata di estirpare la “disinformazione”. Per lo sgomento dei nostri tecnocrati, questa non è l’Europa, dove lo Stato può dettare i discorsi consentiti e talvolta arrestare chi non li rispetta. Qui i cittadini sono quelli che denunciano lo Stato per aver spacciato disinformazione, non il contrario.

La sinistra pro-censura, vale a dire la stragrande maggioranza dei Democratici contemporanei, ora ha anche Barack Obama a bordo. L’ex campione neoliberale della libertà di parola – una libertà che ha utilizzato in modo aggressivo per ingannare il popolo americano quando serviva ai suoi interessi di parte – ha affermato in un recente discorso alla Stanford University che “la gente sta morendo” a motivo della disinformazione. E, sapete, se la censura può salvare una vita…

Infatti questi arbitri della verità non sono solo alcune delle stesse persone che sono andate in giro per cinque anni a ripetere ridicole cospirazioni sulle interferenze straniere; sono anche le stesse persone che hanno usato la minaccia della “disinformazione russa” per mentire e sopprimere le notizie che minavano le loro prospettive elettorali, come hanno fatto con la storia del computer portatile di Hunter Biden. (Quella squadra, sarete sorpresi di apprenderlo, include la zarina Jankowicz).

Tralasciando un uso così cinico della “disinformazione”, dovremmo davvero credere che un governo – che sostenga seriamente che una legge di bilancio pari a 3,5 trilioni di dollari sia a “costo zero” o che mostrare un documento d’identità equivalga a un sistema “Jim Crow 2.0” (sistema di leggi razziali contro le persone di colore) o che il vostro sesso si basi interamente sulla vostra percezione – stia per sistemare l’accuratezza della retorica? Jankowicz è stata assunta da un uomo che negli ultimi 50 anni è stato uno dei nostri più divertenti affabulatori.

La maggior parte delle aziende tecnologiche non offre diritti di libera associazione senza vincoli. Spendono decine di milioni ogni anno per cercare di affittare e fare lobby a Washington per garantirsi norme favorevoli e sono altamente sensibili a intimidazioni e minacce da parte dello Stato. Ricordiamo che Jen Psaki ha informato i media non molto tempo fa che la Casa Bianca stava “segnalando post problematici per Facebook che diffondono disinformazione”. O il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Kate Bedingfield, che sosteneva che le aziende dei social media “dovrebbero essere ritenute responsabili” per le idee di coloro che usano le loro piattaforme. O il Ministro della Salute degli Stati Uniti, Vivek Murthy, che afferma che “noi” dobbiamo “sradicare” il discorso fuorviante. Ciò che il governo sostiene essere una teoria del complotto può essere una possibilità plausibile, come abbiamo imparato quando Facebook, su ordine dei funzionari governativi, ha vietato storie sulle origini cinesi del Covid. Tuttavia, anche la vera disinformazione o l’”incitamento all’odio” non sono questioni di competenza del governo.  Se qualche ammiratore di Putin vuole dirvi che il giorno delle elezioni è il 20 novembre e che gli ebrei dovrebbero essere privati del loro diritto di voto, è vostra responsabilità ignorarlo, non è affare dello stato decidere che è vietato.

Se lo Stato che mette un imprimatur sulla “verità” è pericoloso per la libertà, risulta anche ridicolo nella pratica. Jankowicz ha dimostrato di essere completamente inadeguata a svolgere il compito di esprimere giudizi sulla verità dei fatti. Dal trattare il dossier Steele (disinformazione russa, come si è scoperto) come un fatto (per non parlare della valutazione sbagliata delle basi di partenza della storia), a usare ripetutamente la sua qualifica di “esperta” di disinformazione per scartare la storia di Hunter Biden come uno stratagemma del “Cremlino”, la Jankowicz non sembra essere migliore della media dei partigiani di sinistra della CNN.

Naturalmente arrivare alla verità non è il punto di tutto questo. Per qualsiasi ideale liberale di libero discorso è preferibile consentire alle bugie di infiltrarsi nel flusso di informazioni piuttosto che permettere a una nomenklatura di comitati di iniziare a dettare la veridicità di ciò che leggiamo e ascoltiamo. Primo, e soprattutto, perché sarebbe autoritario. Secondo, perché non ci si può fidare di chi accetta il lavoro.

David Harsanyi

 

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Fin qui l’articolo.

La Jankowicz è la stessa che nel 2020 diceva che il potere esecutivo non dovrebbe avere il potere di determinare cosa sia una fake news. Ora lei è stata incaricata dal potere esecutivo per definire cosa sia verità e disinformazione e tappare di conseguenza la bocca alle persone. 

 

 

Al contrario, il governatore della Florida, Ron De Santis, è stato chiaissimo che il controllo statale su ciò che si legge, si parla e si pensa non sarà tollerato:

 

 

 


 

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