XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 26 luglio 2026
1Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52
don Ambrogio Clavadei
“Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio …”.
È un’esperienza quella che san Paolo testimonia in queste parole, è la constatazione da lui fatta che tutto della sua storia era stato usato da Dio per il compiersi della sua vocazione e del suo destino. E in forza di questo sapeva che per noi, per ogni uomo che si fosse affidato a Dio, sarebbe accaduto altrettanto.
Naturalmente non tutte le circostanze della vita sono buone. È purtroppo constatazione comune. Ma nonostante questo ogni cosa, per quanto avversa, può contribuire all’avverarsi del nostro destino perché questo è il bene che Dio, un Dio che è Padre, è venuto ad offrirci in Cristo con la sua redenzione. Ecco perché san Paolo subito dopo soggiunge: “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8, 31).
Per questo il cap. 8 della lettera ai Romani è proprio il manifesto della libertà cristiana. Cristo ci libera dalla prigione in cui noi stessi ci rinchiudiamo attraverso i nostri pensieri, i nostri gesti, le cose che desideriamo e maneggiamo, e ci libera non sottraendoci a tutte queste cose, ma inserendosi per così dire in esse come possibilità di compimento. Ciò vale paradossalmente anche per i nostri peccati. Perché si pecca? Perché si cerca il nostro bene in modo sbagliato. Ma se Cristo si inserisce nel nostro peccato come misericordia, ecco che anche il peccato diventa via attraverso cui egli ci raggiunge, e diventa strada perché noi lo raggiungiamo. Ecco perché il pensiero teologico medievale usa spesso l’espressione “etiam peccata”, rifacendosi a quanto sant’Agostino scrive nel suo De Correptione et Gratia (13, 39): “[Dio] rende persino i peccati utili ai suoi eletti…”, “Usque adeo semper in bonum cooperatur Deus electis suis, ut etiam peccata illorum prodesse faciat”.
In questo modo formidabile Cristo rende umana ogni nostra dimora, anche le catapecchie che noi erigiamo spacciandole per piccole o grandi torri di Babele erette per illuderci di raggiungere l’abitazione di Dio, ma che di fatto diventano le nostre prigioni. Egli però, scrivendo dritto sulle nostre righe storte, usa tutto ciò che ci rende prigionieri, anche il nostro peccato, per liberarci. Nulla sfugge al disegno vittorioso di Dio, preparato ancor prima che il mondo fosse: “predestinati … chiamati … giustificati … glorificati”.
Ma allora io, in tutte le cose che mi accadono posso costruttivamente cercare e trovare Cristo, affermando contemporaneamente le cose nella loro verità, bontà e bellezza ultima. Così il mondo si mostra positivamente come l’immenso campo in cui mi è dato di cercare e di trovare ad ogni istante il “tesoro nascosto”, la “perla preziosa” che certo richiede tutto il mio faticoso impegno umano dove questa fatica trova tutta la sua ragion d’essere. Non devo separarmi da niente, ma in tutte le cose amare Cristo sopra tutte le cose, così che egli diventa la possibilità di amarle senza idolatria nel modo adeguato, offrendomi anche la possibilità di raccogliere “i pesci buoni nei canestri” e buttare “via i cattivi”. Tutto questo è grazia, perché non il campo rende apprezzabile il tesoro ma è il tesoro che rende stimabile il campo, che solo così vale la pena che sia comprato.
Ecco perché “L’ascesi della morale cristiana – dice il grande filosofo E. Gilson – è un’ascesi positiva; in luogo di mutilare il desiderio negando il suo oggetto, essa appaga il desiderio rivelandogliene il significato. Poiché, se niente di ciò che gli è dato è capace di soddisfarlo, è forse perché esso è più vasto del mondo. O dunque bisognerà accontentarsi dei beni che lo lasciano inappagato, e ciò che gli si propone allora è una rassegnazione parente prossima della disperazione; oppure bisognerà rinunciare al desiderio stesso, perché è follia estenuarsi a saziare una fame che rinasce dagli alimenti stessi che le si offre. Ma per compensare questa rinuncia, che cosa daremo all’uomo? Tutto” (Lo spirito della filosofia medievale, Morcelliana, 1983, p. 334-335).
Cristo è venuto per dirci: io sono l’oggetto dei tuoi desideri. Non devi cancellarli, ma spendili tutti per cercare me nel campo della realtà, perché solo così i tuoi desideri saranno soddisfatti. Così trovando me in tutto, possederai veramente tutto in me. Non per niente Dante, giunto di fronte “ a l’etterno lume”, così sintetizza tutto il suo lungo cammino: “E io ch’al fine di tutt’ i disii appropinquava, sì com’ io dovea, l’ardor del desiderio in me finii” (Paradiso, XIII, 43, 45-48).
È quindi un innamoramento di Cristo che conduce ad un innamoramento veritiero della realtà: “introduxit me in cellam vinariam ordinavit in me caritatem” (Cantico, Vulgata 2, 4), “Mi ha introdotto nella cella del vino [mi ha fatto entrare nell’ebbrezza della compagnia cristiana, perché è lì che s’insegna a spendere bene] – dice la sposa del Cantico -, ha posto ordine al mio modo di amare”, ha reso capace il mio amore di amare lui, amando ogni cosa in lui.
Un diverso approccio alla realtà rischia invece di mettere in questione la novità della libertà cristiana conquistataci da Cristo, perché si cade in quel sottile spiritualismo che ha inficiato tanta parte della spiritualità cristiana. Don Giussani, commentando una poesia di A. Negri, così si esprime: “Bisogna riconoscere quello che invece non accettiamo. Intendo quell’ultima astrazione tipica della spiritualità di fine Ottocento-inizio Novecento… di influsso francese [ma quest’influsso viene su da molti secoli prima, dal tardo M.E. in particolare]: ‘Cristo solo…’. «[…] fu amore di Te, che in ogni cosa / e creatura sei presente»: l’amore a Te che in ogni cosa sei presente implica l’amore alla cosa in cui sei presente. Non è una spada che divide, contraddittoriamente alla sua natura, l’eterno dal presente. Il fatto che nella singola cosa vi è la presenza del Mistero, per l’evidenza del segno (mistero e segno esistenziale sotto questo aspetto coincidono), è il contrario di questa separazione spiritualista: se dunque amo Te in questa cosa, amo questa cosa. Anzi, il modo vero di amare questa cosa è amare Te… «Resta Tu solo / accanto a me tua serva…». No, non «Tu solo», ma tutto. Quel «Tu solo» è autentico se implica il tutto! Se non implica tutto, non è nemmeno «Tu solo» … come se tutte le cose, [che] ci sono, [non c’entrassero] con la vita di questa affezione a Cristo, e si [potessero] azzerare mentalmente” (Le mie letture, Rizzoli, 1996, p. 74-75).
Allora vendere tutto per avere il tesoro è l’aspetto di distacco che si colloca dentro il possesso già dato del tutto: è – come detto sopra – dopo aver scoperto il tesoro che si vende tutto. Non inevitabile e faticosa premessa per un successivo possesso, ma gioiosa conseguenza del tesoro già trovato: “Poi va, pieno di gioia…”. Si chiama verginità questa modalità d’amore a Cristo dentro il tutto del reale; un modo di amare dove anche l’istintività del possesso immediato è fatta concorrere al possesso vero, mostrandole ciò che essa veramente desidera senza saperlo o senza volerlo. Per questo la verginità (che è per tutti, non solo per i consacrati) è proprio la carità più grande e il culmine della regola morale, poiché si accompagna ad ogni cosa per andare insieme al destino. È come prendere a braccetto tutto ciò che ci capita e dirgli: vieni con me! Dove? Al destino, alla felicità! Solo nella verginità “tutto concorre al bene...”, vale a dire tutti gli aspetti della realtà corrono con me, e mi aiutano a correre, accompagnandomi al compimento. Nulla mi rimane avverso o estraneo; non c’è realtà per quanto ostile, di cui io possa dire: tu non m’interessi, tu non c’entri con me. Tutto è passibile di una simpatia ultima. Perchè se non fare la fatica di amare il nemico e pregare per quelli che ci perseguitano? (cfr. Mt 5, 44).
Come Salomone chiediamo a Dio questa sapienza, questo cuore saggio e intelligente, capace di governare verginalmente la realtà: “uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te” gli dice Dio, lodandolo per la sua scelta di avere sopra ogni cosa un “cuore docile” capace di “distinguere il bene dal male”. L’amplificazione retorica apre ad una prospettiva profetica, perché dopo Salomone è sorto il cuore di Cristo, più grande di tutti, e in lui il cuore nostro, più grande e intelligente di quello di Salomone, se vive di fede. La nostra saggezza, infatti, è governare la vita con questo giudizio del cuore verginale di Cristo, in cui si esprime il vertice dell’autocoscienza e della missione cristiana. Come dice ancora san Paolo: “Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio” (1 Cor 3,21-23).





















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