Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Alastair Crooke e pubblicato su Strategic Culture Foundation. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

Gaza 9 ottobre 2023 (foto: afp)
Gaza 9 ottobre 2023 (foto: afp)

 

Dominique De Villepin, ex primo ministro francese, che ha notoriamente guidato l’opposizione della Francia alla guerra in Iraq, ha recentemente descritto il termine “occidentalismo” (attualmente il sentimento prevalente in gran parte dell’Europa) come l’idea che “l’Occidente, che per cinque secoli ha gestito gli affari del mondo, potrà continuare tranquillamente a farlo”. E continua:
C’è l’idea che, di fronte a ciò che sta accadendo attualmente in Medio Oriente, dobbiamo continuare a lottare ancora di più, verso quella che potrebbe assomigliare a una guerra religiosa o di civiltà.

Cioè di isolarci ancora di più sulla scena internazionale.

Hanno puntato tutto su un certo quadro morale ed etico del mondo e, di fronte a una situazione in cui il tessuto morale dell’Occidente è stato apertamente esposto e confutato, trovano estremamente difficile – e forse fatalmente impossibile – ritirarsi.
Lo stesso vale per un Israele (che è legato in maniera indissolubile all’Occidente): Se Israele immaginasse che i suoi ex alleati arabi possano voltarsi dall’altra parte, mentre lo Stato ebraico tenta di annientare la resistenza a Gaza, e poi si aspettasse che questi alleati aiutino la polizia e paghino un apparato di sicurezza per governare Gaza, si renderebbe colpevole di un pensiero velleitario.

E se Washington o Israele ipotizzano che questo piano per il “dopo-Gaza” possa svolgersi nello stesso momento in cui i coloni militanti dall’altra parte del terreno costruiscono il loro regno di insediamenti con l’obiettivo esplicito di fondare Israele sulla Terra d’Israele (eliminando così del tutto la Palestina), anche questa nozione costituirebbe una fantasia, sia strategicamente che moralmente incoerente.

Non funzionerà. Israele non sarà in grado di generare né i partner palestinesi, né gli alleati globali di cui ha bisogno per cooperare in un simile schema.

La situazione in Medio Oriente si è radicalmente trasformata. Mentre la Palestina riguardava la liberazione nazionale, oggi la Palestina è il simbolo di un più ampio risveglio della civiltà, la “fine di secoli di umiliazione regionale”.

Allo stesso modo, mentre il sionismo in Israele era in gran parte un progetto politico secolare (Grande Israele), oggi è diventato messianico e profetico.

Il punto è che continuiamo a pensare alla questione di Gaza alla “vecchia maniera”, attraverso il prisma del razionalismo materiale secolare. Questo porta a conclusioni come “Hamas è oggettivamente più debole dell’IDF di Israele”, e quindi razionalmente quest’ultimo deve prevalere come parte più forte.

In questo modo di pensare, però, esiste solo “un’unica realtà”, di cui differiscono solo le descrizioni e le interpretazioni. Eppure è dimostrabile che esiste più di una “realtà”, poiché collettivamente progrediamo da una coscienza all’altra. In una consapevolezza, ad esempio, “Hamas è destinato a fallire” e la discussione si sposta sulle nozioni statunitensi e israeliane di “ciò che seguirà a Gaza”.

In un altro stato di consapevolezza, invece – che sta diventando sempre più prevalente nella regione – la “realtà” è che qualsiasi compromesso “razionalmente” negoziato tra due strutture escatologiche in conflitto è impossibile. A maggior ragione se il conflitto dovesse intensificarsi orizzontalmente – travalicando i confini di Gaza.

Potrebbero aprirsi altri “fronti”, poiché Gaza è vista – che Hamas venga schiacciato o meno – come la scintilla rivoluzionaria che accende una trasformazione nella coscienza del Medio Oriente e del Sud globale (si noti l’elenco degli Stati del Sud globale che ora tagliano i legami diplomatici con Israele).

L’Occidente, tuttavia, ha scelto di chiudersi in un silos di sua creazione, come definito dalla richiesta di un messaggio univoco che tutta l’Europa “stia dalla parte di Israele”, rifiutando qualsiasi cessate il fuoco e dicendo “nessun limite” all’azione israeliana (nel rispetto della legge).

Un commentatore israeliano veterano scrive: “Siamo di fronte a..:
…un caso (Israele) in cui un Paese è così devastato, scioccato, umiliato e naturalmente consumato dalla rabbia che la punizione diventa l’unico fine. Il momento in cui un Paese si rende conto che la sua deterrenza è fallita e che la percezione del suo potere è stata così criticamente diminuita, da essere spinto unicamente dalla motivazione di ripristinare un’immagine di potere.

È un punto pericoloso in cui i responsabili delle decisioni sentono di poter fare a meno dell’assioma del teorico militare von Clausewitz: “La guerra non è semplicemente un atto politico, ma un vero e proprio strumento politico, una continuazione del rapporto politico, un’esecuzione dello stesso con altri mezzi”.

L’Europa, prendendo esempio da Washington, sta semplicemente disattendendo l’assioma di Clausewitz, legandosi senza riserve alle operazioni militari di Israele, con il rischio concreto di colludere con qualsiasi cosa possa accadere.

In parole povere, l’ordine assoluto di distinguere senza ambiguità tra verità e menzogna e l’unicità di significato per quanto riguarda la questione palestinese, oltre al divieto di “messaggiare a favore dei palestinesi”, riflette una profonda insicurezza dell’Occidente, come se una comunicazione unilaterale potesse essere il rimedio a uno scontro di civiltà. Nel clima attuale, anche solo chiedere un cessate il fuoco può far perdere il posto di lavoro.

Piuttosto, questa posizione serve solo a isolare l’Europa dal giocare un ruolo sulla scena internazionale – salvo quello di minacciare un’escalation contro l’Iran, se Hizbullah dovesse aprire un fronte settentrionale verso Israele.

Anche in questo caso, ci troviamo di fronte al problema del “vecchio pensiero” razionalista materiale, che vede il dispiegamento di portaerei e la disseminazione di difese aeree nella regione come una manifestazione di una forza così schiacciante e potenziale da costituire una deterrenza, mentre Israele termina l’attività di sedare le irruzioni palestinesi a Gaza e in Cisgiordania senza interruzioni.

Anche in questo caso, il mito della deterrenza è stato soppiantato dalle tattiche asimmetriche della nuova guerra. I conflitti sono diventati geopoliticamente diversi, tecnologicamente più complessi e multidimensionali – in particolare con l’inclusione di attori non statali militarmente esperti. Ecco perché gli Stati Uniti sono così nervosi per l’ingresso di Israele in una guerra su due fronti.

L'”altra realtà” è che la potenza di fuoco pura non è “tutto”. La gestione di un’escalation controllata è la nuova dinamica. Gli Stati Uniti possono pensare (razionalmente) di possedere da soli il dominio dell’escalation. Ma è così, in questo nuovo mondo multidimensionale e asimmetrico?

Inoltre, l'”altro” stato di coscienza potrebbe leggere le cose in modo diverso: Il martellamento di Israele su Gaza potrebbe rivelarsi più prolungato di quanto gli Stati Uniti si aspettino e il suo esito potrebbe non produrre il definitivo ripristino della deterrenza israeliana a cui la maggior parte degli israeliani anela. Visto in modo dinamico, l’assalto di Israele a Gaza potrebbe produrre, piuttosto, un’ulteriore metamorfosi della coscienza regionale verso la rabbia e la mobilitazione, imprimendo una nuova dinamica nella “realtà” geostrategica.

Nonostante l’obiettivo della deterrenza sia stato presentato come tale (consentendo a Israele di trovare un nuovo paradigma di sicurezza per se stesso), l’escalation militare non porterà ad alcun accordo sostenibile con cui si possa raggiungere la divisione della Palestina mandataria in due Stati. Anzi, lo allontanerà ulteriormente dal suo raggiungimento.

L’attuale disordine in Palestina potrebbe quindi, semplicemente e tranquillamente, essere messo a tacere sotto la gestione della Casa Bianca?

Considerare la guerra tra Israele e Hamas come un evento locale sarebbe un altro errore del “vecchio pensiero”. Questa è diventata una guerra per l’esistenza della Palestina – tra la visione ebraica di Israele e la visione islamica del proprio rinascimento civile. In questa seconda visione, la ferita palestinese costituisce una lacuna che si è incancrenita per 75 anni, a causa della cattiva gestione occidentale.

La questione palestinese non svanirà ora, né si risolverà con il ripristino della screditata Autorità palestinese, né con vaghi “colloqui” su uno Stato palestinese “un giorno”. Dobbiamo riconfigurare il nostro pensiero – su un piano più lungo – per tenere conto dell’intrusione di dimensioni mutevoli nella coscienza.

Alastair Crooke

 


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