Gli esperimenti fantasy dell’élite sociale su genere, matrimonio e famiglia hanno già causato devastazioni nella vita familiare. Ma molto peggio può essere in serbo.

Riprendo ampi stralci di un articolo pubblicato il 2 aprile scorso su The Catholic World Report da William Kilpatrick (leggi qui).

Eccoli nella mia traduzione

Foto: giovane rappresentante ideologia gender [divider] [/divider]

Benvenuti in fantasylandia! No, non sto parlando di Disney World. Mi riferisco alla società americana intorno al 2018. Sembra che le élite sociali si siano allontanate dalla realtà e chiedano a tutti noi di fare altrettanto.

Conoscete senza dubbio gli esempi più eclatanti del “facciamo finta che“:

-Facciamo finta che i bambini non ancora nati non siano realmente esseri umani.

-Facciamo finta che il “matrimonio” dello stesso sesso sia un vero e proprio matrimonio.

-Facciamo finta che le ragazze possano diventare ragazzi e viceversa.

-Facciamo finta che ci siano molto più di due generi e che si possa scegliere quello che si vuole.

Tutte queste “finzioni” hanno la forza della legge alle spalle, e si possono passare dei guai se non si va avanti con la finzione. Ad esempio, a New York City una multa pesante attende coloro che non si rivolgono a un collega con il pronome che preferisce, anche se il pronome non ha alcun legame con la realtà. In breve, si può essere multati per essersi rifiutati di dire una bugia.

Ma la realtà alla fine morde dietro. Al di fuori del mondo del gioco dei bambini, abbandonarsi alla fantasia può avere conseguenze pericolose. Gli esperimenti fantasy dell’élite sociale su genere, matrimonio e famiglia hanno già causato devastazioni nella vita familiare. Ma molto peggio può essere in serbo. Questo è la ragione del perché il germe della “finzione” ha contagiato la nostra comprensione della cultura, della religione, della politica e degli affari internazionali.

L’esempio più lampante della pericolosa pia illusione è la disponibilità occidentale a giocare al “facciamo finta che” a proposito dell’Islam. Qui abbiamo alcuni esempi.

Facciamo finta che gli adulti siano adolescenti. In Svezia, un igienista dentale è stato licenziato, ha perso il suo appartamento ed è sul punto che gli vengano confiscati i beni di tutta la sua famiglia perché ha riferito che fino all’80% dei bambini musulmani rifugiati erano in realtà adulti, e quindi soggetti a possibili espulsioni. La sua relazione minacciava anche di minare una finzione correlata, quella che la maggior parte dei rifugiati e dei migranti che arrivavano in Svezia fossero donne e bambini. In Svezia, come a New York, si può essere multati (e peggio ancora) per aver detto la verità.

Facciamo finta che le ragazze non siano realmente violentate a Rotherham. In un periodo di 15 anni, più di 1.400 ragazze inglesi nella città di Rotherham, in Inghilterra, sono state stuprate da bande pakistane. Il consiglio comunale, la polizia e le agenzie per la protezione dell’infanzia sapevano cosa stava accadendo, ma hanno deciso di guardare dall’altra parte per non essere considerati razzisti o islamofobi. Una finzione simile si è verificata sulla scia delle 1.200 aggressioni sessuali avvenute fuori dalla stazione centrale di Colonia, in Germania, la vigilia di Capodanno del 2016. Solo dopo che l’incidente è divenuto virale sui social media, i media e i funzionari della città hanno riconosciuto tardivamente l’aggressione di massa due giorni dopo.

Facciamo finta che l’hijab sia un segno di empowerment per le donne. (L’hijab, nella tradizione islamica, è il velo allacciato sotto la gola utilizzato dalle donne per coprire il capo e le spalle, ndr). Una delle figure chiave del movimento delle donne in America è, che ci crediate o no, una donna musulmana velata che è una forte sostenitrice della sharia e del diritto ad indossare l’hijab. Nel frattempo, gli studenti delle università di tutto il paese indossano l’hijabs per celebrare la Giornata internazionale dell’Hijab e per mostrare la loro solidarietà alle loro sorelle musulmane. Questo non per solidarietà nei confronti delle donne che vivono sotto il rigido dominio della sharia, ma piuttosto per garantire loro il diritto di indossare l’hijab.

Nel frattempo, gli inserzionisti in Europa e negli Stati Uniti stanno utilizzando le immagini delle donne velate per vendere tutto, dallo shampoo alle caramelle, alle linee di abbigliamento. Nel mondo fantastico dell’Occidente, gli hijab sono un simbolo figo di marketing per dimostrare che si è alla moda e all’avanguardia. Nel mondo musulmano, tuttavia, l’hijab è un simbolo dello status inferiore di una donna. In molti paesi musulmani indossare l’hijab è obbligatorio. E le donne che non riescono a indossare possono essere incarcerate o peggio. Sia nel mondo musulmano che in quello occidentale, le donne che non indossano l’hijab possono essere picchiate, stuprate, torturate, mutilate e persino uccise, e in molti, se non nella maggior parte dei casi, la punizione è inflitta da membri della stessa famiglia.

Facciamo finta che l’Islam sia una parte importante del patrimonio occidentale. Il nuovo capo del Consiglio Nazionale per il Patrimonio Svedese è Qaisar Mahmood, musulmano nato in Pakistan. Mahmood ammette di non sapere quasi nulla del patrimonio e della storia svedese, ma questo non è un problema. Sembra che il suo vero ruolo non sia quello di celebrare il patrimonio svedese, ma, nelle sue stesse parole, di “creare la narrazione [che renderà i migranti musulmani] parte di qualcosa”. La maggior parte degli svedesi non è molto soddisfatta della migrazione di massa di musulmani e della conseguente ondata di criminalità. A quanto pare, le autorità svedesi ritengono che, se riusciranno a convincere che l’Islam è sempre stato parte della Svezia, essi saranno più disposti ad accettare l’immigrazione musulmana.

(…) Tutto questo, naturalmente, è assurdo. Ma, come ha osservato Goebbels (il gerarca nazista, ndr), se si ripete una menzogna abbastanza spesso, alla fine la gente ci crederà. (…)

Facciamo finta che musulmani e cristiani abbiano molto in comune. I cristiani non sono immuni dalla sindrome del “facciamo finta che”. Forse la pretesa principale è che musulmani e cristiani condividano valori simili. Ci sono, naturalmente, alcune somiglianze, ma ci sono anche grandi differenze, molto più grandi di quanto la maggior parte degli occidentali supponga. (…)

Poiché il maltrattamento musulmano delle donne non musulmane si sta diffondendo in Europa, diventerà sempre più difficile mantenere la finzione che i valori islamici siano proprio come i valori cristiani. Tuttavia, molti continueranno a persistere in questa e in altre finzioni sull’Islam. Ma uno si chiede per quanto tempo loro possano fingere. Le informazioni sono facilmente accessibili a chiunque abbia una minima curiosità. In verità, si deve quasi fare uno sforzo cosciente per evitarlo. In quest’epoca di comunicazione istantanea, coloro che non conoscono il lato oscuro dell’Islam sono quelli che non vogliono saperlo.

In un rapporto sulle condizioni disumane di un macello locale, Tolstoj scrisse: “Non possiamo fingere di non saperlo. Non siamo struzzi, e non possiamo credere che se ci rifiutiamo di guardare a ciò che non vogliamo vedere, non esisterà”. (…)

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