di Miguel Cuartero Samperi

 

C’era una volta la teologia dissidente che mal sopportava Giovanni Paolo II, il suo più stretto collaboratore il cardinale Joseph Ratzinger, (temuto prefetto dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede) e, in generale, le decisioni di Roma. Una teologia che si considerava all’avanguardia, interprete dello spirito del tempo, frutto del Concilio Vaticano II e promotrice delle innovazioni e rivoluzioni che Roma invece temeva e arginava nel tentativo di difendere il deposito della fede e distinguere il sano aggiornamento dalle stravaganze del momento e gli inganni ideologici.

I protagonisti di queste teologie “periferiche” si trovavano, appunto, nelle periferie del mondo. Nel profondo Sud America, o nell’Europa continentale, lì dove Lutero riuscì a metter contro Roma (considerata una cloaca e una prostituta) intere nazioni. Scrivevano su riviste sconosciute, pubblicavano le loro riflessioni in modo semi clandestino e insegnavano in seminari o istituti lontani dai riflettori. Chi osava alzare la testa o la voce, sapeva a cosa poteva andare incontro.

Ogni tanto, infatti, Roma richiamava all’ordine tale teologo o tale teologia, perché certe cose si possono pensare e proporre, ma insegnare certe dottrine può essere fuorviante e dannoso per la fede, soprattutto se a farlo sono sacerdoti e teologi di Santa Romana Chiesa o – peggio ancora – se veniva fatto in università che si definiscono “cattoliche” o “pontificie”.

Oggi le cose sono cambiate e quelli che propongono un pensiero teologico “dissidente”, che contestano la dottrina (che vorrebbero le donne prete, i preti sposati, i preti omosessuali, i matrimoni omosessuali, le stravaganze liturgiche, la Dio-mamma, il catto-femminismo, la democratizzazione della Chiesa, la Chiesa povera e altre amenità) e accusano la Chiesa di rigidità e di inadeguatezza ai tempi che corrono, si sono seduti in cattedra.

Non si nascondono più, ma al contrario si mostrano e si promuovono, vengono invitati a convegni, conferenze e a tenere corsi. Li trovi nelle prime pagine di riviste di teologia e in quelle patinate, ma anche dei giornali laici, insegnano nelle università pontificie di Roma (alla Gregoriana e al Sant’Anselmo), dialogano col mondo della cultura facendosi rappresentanti della teologia cattolica, pubblicano con le più importanti case editrici, dirigono riviste come la Civiltà Cattolica e vengono intervistati, ricercati, citati. Ricoprono persino incarichi di potere in Vaticano, come Prefetti del Dicastero per la Dottrina della Fede o capi della Pontificia Accademia per la Vita e degli istituti di Teologia Morale (quali volpi nel pollaio).

Il risultato è la confusione, lo spaesamento di chi pensava di essere semplicemente cattolico. E che, senza una minima base di conoscenze in campo teologico e biblico o senza un minimo di fede, non si è più facilmente in grado di distinguere quando l’intenzione è quella di trasmettere la fede e quando invece si stanno propinando idee personali o, peggio ancora, posizioni ideologiche.

Capita infatti, e sempre più spesso, che la Bibbia e il Vangelo stessi vengano utilizzati per promuovere idee che fanno per lo meno storcere il naso. Sappiamo che in nome della misericordia oggi la Chiesa sembra propensa ad accettare tutto. E sappiamo quanto il Vangelo sia stato sbandierato (anche dai politici) per zittire ogni tentativo di dibattito – ad esempio – sulla immigrazione o sull’omosessualità, in nome della misericordia che tutto accoglie e tutto benedice. Mentre tutti coloro che pongono qualche distinguo vengono accusati di non conoscere e applicare il Vangelo. In base a questo principio, in questi anni si è arrivato a lodare degli atei anticlericali per le loro battaglie (Bonino o Pannella) mentre i cattolici sono stati definiti rigidi, bigotti e disumani perché incapaci di misericordia.

Recentemente è stata una nota teologa femminista italiana di fama internazionale a cercare di sostenere su basi bibliche che l’omosessualità è benedetta da Dio. Lo ha fatto citando la relazione tra Davide e Gionata, ma anche la relazione – anche questa secondo l’autrice una relazione omosessuale – tra Rut e la nuora Noemi. Così, Sacre Scritture alla mano si afferma che, nella Bibbia, “le uniche due storie d’amore vero e duraturo sono di natura omosessuale“. Ossia – se non si fosse capita la portata della notizia – l’amore omosessuale sarebbe migliore della unione tra uomo e donna, istituto che – secondo la suddetta – farebbe parte di quei precetti o norme sessuali “declinate dagli uomini e funzionali al loro potere”. Perché la Bibbia non condanna l’omosessualità ma chiede di “regolamentarla”.

Tuttavia fin’ora non si era ancora arrivati a reinterpretare lo stesso Gesù o accusare Nostro Signore di rigidità, intolleranza, nazionalismo, di comportarsi da teologo (termine che dal 2013 non è più un complimento) o – per usare una espressione cara a Papa Francesco – “indietrismo”.

Il Vangelo della scorsa domenica (XX del Tempo Ordinario, Mt 15,21-28) ha dato però l’occasione a un sacerdote molto in vista (e molto vicino al Papa) di spiegare la propria versione dei fatti. E lo ha fatto, non sul giornalino della parrocchia, ma su un quotidiano nazionale schierato radicalmente a sinistra (nota forse non necessaria ma utile per confermare quanto detto sopra).

Il brano lo conosciamo (sto scherzando!): riguarda il passaggio di Gesù a Tiro e Sidone, località pagane. Interpellato da una donna pagana Gesù rifiuta inizialmente (e con durezza) di operare il miracolo perché, afferma, «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma alla fine cede per l’insistenza, la tenacia e la fede di quella donna disperata che implora aiuto: Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
Il brano racconta la misericordia di Gesù che offre una apertura universale alla salvezza anche fuori dal popolo eletto e che – ancora una volta – non opera miracoli dove non trova la fede in coloro che chiedono aiuto.
Ma per il sacerdote gesuita c’è qualcosa di più. Gesù non accoglie la richiesta della donna a causa della sua rigidità, del suo rigorismo, della sua durezza, del suo essere “teologo”. Ma alla fine lui stesso guarisce dalla sua malattia.

Così ci viene spiegato il Vangelo nella nuova versione gesuitica, corretta e dialogante: Gesù resta inizialmente “indifferente”; poi risponde in maniera “stizzita e insensibile”; “risponde in maniera beffarda e  irriguardosa”;  pretende di “fare il teologo”; rifiuta la misericordia; la sua è una “caduta di tono, di stile di umanità “; Gesù appare come “accecato dal rigorismo e dal nazionalismo teologico”. Ma le parole della donna “sconvolgono la rigidità di Gesù”, lo convertono. Gesù appare “guarito”: “libero dalla rigidità dagli elementi teologici, politici e culturali del suo tempo”.

Secondo la versione del gesuita, dunque, Gesù sarebbe un “indietrista” che si converte e viene miracolato dalla donna pagana. Un’immagine plastica di quello che viviamo oggi: cattolici ancora tenacemente legati alla dottrina e al catechismo, nazionalisti, teologi, bacchettoni e giudicanti, incapaci di aggiornarsi, malati di indietrismo e di rigorismo, che hanno bisogno di convertirsi e di guarire ascoltando la donna pagana, ascoltando gli atei, i lontani, gli anticlericali che fanno belle battaglie, in una parola ascoltando e seguendo il mondo. Questo è – per il gesuita – l’inizio di una rivoluzione (QUI).

Nei suoi sermoni Sant’Agostino afferma: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei non per rifiutarle la sua misericordia, ma per accendere il suo desiderio”. Personalmente trovo che la prima lettura di domenica, tratta dal profeta Isaia, illumini il brano del Vangelo: Dio offre la possibilità di accedere alle promesse fatte a Israele a tutti coloro che si convertono a Lui. A coloro che sono disposti ad adorarlo, cambiando vita e osservando i suoi comandamenti. La conversione è dunque conditio sine qua non per attingere a piene mani alla misericordia e alle grazie riservate da Dio agli uomini che, nella loro  libertà possono rifiutare la conversione e la grazia.

L’idea che sia Gesù a doversi convertire sembra un po’ una forzatura dettata da – come affermato da un sacerdote – una forma di “misericordiosamente corretto”. Una necessità di utilizzare il Vangelo per spingere a una conversione al mondo che tradisce una malsana passione per ciò che è lontano da Dio e dai suoi comandamenti.


Per approfondire il tema (del Dio “cattivo” e “violento”, di Gesù duro e bacchettone) consiglio la lettura di questo bel libro: Quando Dio non perdona di Salvatore Maurizio Sessa, ed. Dehoniane.

 

 

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 






 

 

Facebook Comments