Foto: padre James Martin S.J.

Foto: padre James Martin S.J.

 

di Annarosa Rossetto

 

Ieri è uscito un articolo di Rod Dreher in cui analizza un pezzo del New York Times sulla condizione di sofferenza in cui vivrebbero i preti omosessuali “non dichiarati” nella Chiesa Cattolica. Il titolo è illuminante:  “’Non è un armadio*. È una gabbia” Sottotitolo: “I preti cattolici gay parlano chiaro: La crisi sulla sessualità nella Chiesa cattolica va oltre l’abuso. Va nel cuore del sacerdozio, in un armadio che intrappola migliaia di uomini.” (*essere nell’armadio = modo tipico della cultura gay per definire le persone con attrazione per lo stesso sesso che non si sono dichiarati tali pubblicamente)

Un perenne clima di omofobia dovuto alla visione retrograda della Chiesa sulla sessualità terrebbe i sacerdoti omosessuali in uno stato di paura e sofferenza oltre che di marginalità. E questo clima, dopo l’esplosione del caso McCarrick, sarebbe ormai diventato simile ad una “caccia alle streghe” nei confronti dei “preti gay” da parte di conservatori e tradizionalisti anche se nessuno studio ha mai correlato omosessualità del clero e abusi. La maggioranza di vittime maschili sarebbe, secondo questa prospettiva, semplicemente dovuta all’opportunità di incontrare nella Chiesa più minori di sesso maschile che femminile.

Dreher risponde osservando che il fatto di essere omosessuale non ha certo impedito a McCarrick di fare una carriera ecclesiastica fino ai massimi livelli della gerarchia e come la faccenda della facilità di predare maschietti per motivi di maggior frequentazione degli ambienti ecclesiali sia insostenibile visto che catechismo per le ragazze c’è sempre stato e da molti decenni ci sono anche ministranti femmine, di tutte le età.

Ma la parte notevole dell’articolo è quella in cui, partendo dall’interesse della testata per la questione “preti gay”, racconta un aneddoto giornalistico proprio sul caso McCarrick di cui è stato protagonista qualche anno fa e di cui aveva accennato in articoli precedenti.

“Al New York Times ci credono davvero. Se non lo facessero, la loro visione del mondo si sgretolerebbe. D’altronde si può sinceramente credere che i preti gay casti abbiano una croce davvero pesante da portare all’interno della Chiesa, e che la loro storia debba essere raccontata e allo stesso tempo raccontare anche la verità sul modo in cui i preti gay non casti conducono vite segrete e si proteggono l’un l’altro.

Mi chiedo se questa difficoltà del giornalismo del Times abbia qualcosa a che fare con il fatto che uno scrittore freelance in missione per il New York Times Magazine già nel 2012 avesse pronta da pubblicare la vicenda di McCarrick (la parte sulla predazione dei seminaristi), ma la storia non sia mai stata stampata. Lo so perché sono stato intervistato per il pezzo dal giornalista stesso, che aveva documenti giudiziari e almeno una intervista registrata con una vittima di McCarrick. Il giornalista un paio di mesi dopo mi ha detto che non riusciva a capire perché la sua storia fosse stata messa a tacere. Il nuovo editore, un uomo – la donna che glielo aveva commissionato all’epoca si era trasferita – continuava a mettergli bastoni tra le ruote, e lui non ne capiva il perché.

“Il tuo nuovo editore è un gay?” gli chiesi.

“Sì”, ha risposto il giornalista. “Che c’entra?”

Forse niente, ho detto. Ma poi gli ho raccontato dell’illustre conservatore gay non dichiarato, ingaggiato dall’ ex-cardinale McCarrick nel 2002 per fare pressioni sul mio capo per far bloccare una storia su cui stavo lavorando sull’abuso di seminaristi da parte di McCarrick. La pressione non aveva funzionato con il mio capo, ma alla fine non potei pubblicarla perché nessuna delle mie fonti aveva accettato di farsi registrare o di fornire documentazione. Il punto, ho detto al giornalista, è che alcuni uomini gay potenti non vogliono che questa storia venga conosciuta, presumibilmente perché conferma uno stereotipo negativo nei confronti degli omosessuali predatori. Inoltre, i redattori impressionabili, gay o etero, sono convinti che questa storia sia troppo pericolosa da raccontare perché, eh, tutte le persone coinvolte sono adulti, e come facciamo a sapere se questi seminaristi non fossero consenzienti a fare sesso con l’arcivescovo?

Ci sono voluti le #MeToo per risvegliare la sensibilità giornalistica nei confronti dell’evidenza che un prete o un seminarista messo sotto pressione per acconsentire a fare sesso con un vescovo o un arcivescovo non lo sta facendo con una vera libertà di scelta. Per suo grande merito, il Times ha finalmente denunciato la vicenda di McCarrick lo scorso anno, grazie alle giornaliste Laurie Goodstein e Sharon Otterman, che hanno pubblicato alcune delle stesse informazioni che il freelance che aveva lavorato per il Times Magazine  (il quale, nota bene, ha una diversa gerarchia editoriale rispetto al quotidiano) mi aveva detto di avere nel 2012. Il Washington Post pubblicò in seguito un resoconto di un seminarista anonimo che aveva vomitato nell’appartamento di McCarrick dopo un incontro sessuale indesiderato con l’allora arcivescovo di Newark. Sapevo di quell’incontro già nel 2012 perché il freelancer la cui storia era stata bloccata dall’editore del Times Magazine lo aveva registrato e me ne aveva parlato.

La storia uscita sul Times stamattina denuncia le ingiustizie fatte dai “bulli di destra” e da una incomprensibile istituzione che vessa i preti gay, ma non parla dei seminaristi e sacerdoti adulti predati da potenti prelati gay, così come da altri sacerdoti cui potrebbero sfuggire, ma che hanno potere di fatto all’interno di una diocesi. 

Prendiamo, per esempio, il caso recente nella diocesi di Gaylord (Michigan), che coinvolge un giovane sacerdote di nome Padre Matthew Cowan. Cowan si è lamentato con il suo vescovo per essere stato ripetutamente molestato sessualmente da padre Dennis Stilwell, vicario generale (n. 2) della diocesi. Quando Cowan ha capito che la diocesi la stava tirando per le lunghe rispetto alla sua denuncia, e che forse si stava persino preparando a insabbiare il tutto, ha messo le prove e un elenco delle sue preoccupazioni in questa e-mail. Per favore leggetela” 

Quindi Dreher racconta la vicenda di un sacerdote sospeso dal suo vescovo, Steven Raica,  per aver inviato una e-mail ad alcuni laici della diocesi, dicendo che la lettera violava l'”unità” del sacerdozio. Padre Cowan, infatti, dopo aver denunciato il vicario generale padre Dennis Stilwell per molestie nei suoi confronti, aveva visto che la cosa veniva insabbiata ed aveva scritto le prove e le sue paure di insabbiamento a dei laici.

Nel frattempo, un gruppo di laici della diocesi, stanchi delle menzogne ​​e delle coperture, hanno dato vita a un gruppo chiamato Gaylord Diocese Watch che, oltre ad appoggiare padre Cowan, ha rivelato altre coperture di sacerdoti che avevano molestato minori e che erano rimasti in servizio presso parrocchie come se niente fosse. Tra i sacerdoti denunciati dal comitato dei laici c’è anche tale padre Holtz.

“La pagina Facebook di Holtz, facilmente accessibile al pubblico, mostra che negli ultimi due e tre anni ha dato recensioni favorevoli a libri con temi esplicitamente omoerotici. Nella sezione del suo profilo Facebook intitolata “Recensioni” molti dei libri hanno copertine con un’immagine di bei giovanotti in pose provocatorie. Un libro, “Leap of Faith” (Atto di Fede, n.d.t.), cui Holtz ha assegnato a 5 stelle mostra due uomini che si baciano. La descrizione su Amazon dice: “Questa è una storia d’amore completa che contiene più scene di sesso gay. Solo per lettori maturi.”

E vi risparmiamo per decenza la descrizione del contenuto di altri libri recensiti favorevolmente dal sacerdote, li trovate nel link all’articolo originale.

Dreher si domanda:

Padre Stilwell ha violato la Carta di Dallas (documento della Chiesa statunitense per la prevenzione e la repressione degli abusi, n.d.t.) permettendo a padre Holtz di lavorare in parrocchia? Il vescovo Raica sapeva che cosa stava succedendo? Perché padre Cowan, il denunciante, è stato punito in questa faccenda? E’ perché padre Cowan aveva visto che la rete stava attivandosi per proteggere uno dei suoi?

Ricordate la lezione di McCarrick (una lezione che è stata chiarita più e più volte dal 2002): se volete vedere la Chiesa cattolica correggere gli errori del suo operato, allora i laici devono parlare, parlare spesso e parlare ad alta voce. Un prete che ci prova da solo potrebbe essere schiacciato dalla gerarchia, come pare sia successo a padre Cowan.

E sulla questione delle reti di preti gay che proteggono i reciproci segreti – compresi i segreti degli autori di abusi – è chiaro che i media mainstream spesso fanno parte della cospirazione. Hanno una narrativa da sostenere. Sentirai parlare di sacerdoti come padre Gregory Greiten, un prete omosessuale che si è dichiarato alla sua parrocchia, e di cui oggi si parla nell’articolo del NYT; mentre le storie di sacerdoti come padre Matthew Cowan – i cui amici hanno aperto una raccolta fondi perché possa tutelarsi legalmente in questa vicenda – sono ben più difficili da vedere sui giornali a grande tiratura.

Dreher passa poi a dare una rapida occhiata alle anticipazioni del libro “Sodoma” in uscita proprio il giorno prima dell’inizio dell’incontro sugli abusi che raccoglierà in Vaticano i rappresentanti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo. Molte anticipazioni sono già state rilasciate da numerosi giornali e blog. Dreher sottolinea come, nonostante le posizioni estremamente anticlericali dell’autore, un attivista LGBT, smonti il mito che la rete omo-clericale, la cosiddetta “Lavender mafia”,  sia una invenzione dei conservatori omofobi e la descrive, pur tra vergognose illazioni e pettegolezzi non confermati, come una realtà facilmente verificabile: “Dietro la maggior parte dei casi di abusi sessuali, ci sono preti e vescovi che hanno protetto gli aggressori a causa della loro omosessualità e per paura che possa essere rivelato in caso di uno scandalo.” (dal libro Sodoma, la “seconda regola”).

Come abbiamo visto, anche se di sfuggita, nell’articolo del NYT commentato da Dreher,  il “prete omosessuale” viene presentato come vittima del sistema omofobo della Chiesa cattolica e come modello per eccellenza di sacerdote sofferente. Questa rappresentazione è quella che sui Media più diffusi va per la maggiore, soprattutto come reazione al caso McCarrick che ha dimostrato, invece, come sia evidente la connessione tra reti omosessuali clericali e abuso sessuale anche, ma non solo, di minori.

Campione di questa narrativa è, oggi come oggi, il gesuita p. James Martin. Per rispondere a questa visione, tutta incentrata sul “sacerdote gay” caratterizzato principalmente dalla sua sofferenza per dover nascondere il proprio orientamento sessuale, riproposta al grande pubblico proprio dal NYT, p. Thomas Petri O.P., un domenicano anche lui molto attivo su Twitter, ha scritto questa riflessione che vi proponiamo in conclusione.

“Non sopporto i sacerdoti che fanno “coming-out” come gay e insistono che il sacerdozio è una sorta di gabbia. Nessuno ti ha costretto a diventare prete. I fedeli non hanno bisogno di occuparsi dei tuoi problemi, amico. Non meritano di occuparsi di nessuno dei nostri problemi. Siamo lì per servirli. Punto.

I sacerdoti che insistono nel dire che “non possono essere chi sono” nel sacerdozio stanno dicendo che “chi sono” non è  “essere sacerdote” come la Chiesa ha *sempre* inteso il sacerdozio. L’ultima cosa di cui i fedeli hanno bisogno sono sacerdoti che rendono la loro sessualità la loro identità primaria.

“Essere gay” e “fare coming-out” può sembrare a te, padre, un modo di essere fedele al tuo autentico io, ma questo è contrario alla tua ordinazione, che rende la tua autentica persona *in persona Christi* al servizio del popolo di Dio.

Se non riesci a vivere in questo modo, se non puoi donarti liberamente, senza rendere la tua sessualità “una cosa” in questa equazione, allora sii un uomo, sii nobile e, come dice il nostro Santo Padre Papa Francesco: lascia il sacerdozio.

Lo stesso, per inciso, vale per qualsiasi sacerdote che si ritrova assorbito e completamente distratto dalle attenzioni e dalle grazie del gentil sesso. Se il tuo sacerdozio serve per stare con le donne da cui sei attratto, se i tuoi pensieri e il tuo linguaggio sono sempre rivolti al sesso, hai un problema.

Un padre non può aiutare i suoi figli se è un disastro d’uomo confuso e ferito che chiede loro di raccoglierne i pezzi e di aggiustarlo. Questa è la classica inversione di ruoli di una famiglia disfunzionale. Non ha posto nel sacerdozio e nella Chiesa.

Per un sacerdote alleggerirsi dei suoi problemi di sessualità riversandoli sul popolo di Dio è incredibilmente auto-indulgente. È una forma di clericalismo far sopportare ai fedeli il pesante carico che lui è stato chiamato ad affrontare e ad offrire a Dio, visto che è stato ordinato per servirli.”

 

Padre J.Martin, in un suo tweet, definisce l’articolo del NYT, saggio, assennato ed innovatore:

Tweet del gesuita padre James Martin

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