Si rendono ammissibili atti moralmente illeciti e dannosi per la vita della persona attraverso la negazione della realtà. Ne sono un esempio l’assoluzione di Cappato e la liberalizzazione della Cannabis. E proprio chi ama definirsi “razionalista” mostra tutta la mancanza di razionalità delle sue posizioni.

Persona bendata

 

Dal punto di vista bioetico, l’anno non finisce granchè bene: Cappato è stato assolto e la Cannabis si fa strada verso la liberalizzazione.

In questo articolo non intendo affrontare sistematicamente questi argomenti di nuovo (qui:   e qui) ma mettere in luce un aspetto che riesce ad accomunare due argomenti – e tanti altri – seppure così diversi tra di loro: la negazione del dato di realtà nel commettere o approvare un male morale, un atto o una legge.

Mi spiego.

Marco Cappato è stato assolto. Non poteva che essere così, dopo il Comunicato del 22 Novembre dell’ufficio stampa della Corte Costituzionale che individuava un’“area” in cui punire l’aiuto al suicidio è incostituzionale: «si tratta dei casi nei quali l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». C’era da aspettarselo: il terreno era già stato sapientemente preparato dalle DAT (Legge n.219 del 2017) e dall’ordinanza della Corte n.207 del 2018 che invitava il Parlamento a legiferare a riguardo, alla luce proprio del caso Cappato/dj Fabo.

Abbiamo già analizzato il pensiero che soggiace al suicidio assistito (qui ) e ci aspettavamo che Cappato non venisse condannato, ma addirittura incensato tra gli allori laicisti che lo elevano sui giornali a “candido innocente” (qui ); quello che stupisce e irrita, però, è la negazione della realtà oggettiva: «il fatto non sussiste», ha dichiarato la Corte. Ma questo non è vero. Il fatto, cioè, che qualcuno (Cappato) ha istigato e “aiutato” un’altra persona (Fabio Antoniani, dj Fabo) a suicidarsi, sussiste eccome! Sussiste, perché realmente è avvenuto. Solo che, parallelamente a questo, il Diritto, in virtù della “forza” e non del rispetto della verità, e dunque negando se stesso, ha deciso arbitrariamente che aiutare qualcuno a suicidarsi non sia reato. Così come tempo addietro ha deciso che è possibile interrompere la vita umana nel grembo materno. Ma questo non significa che quelle vite scompaiano per magia. Quelle vite c’erano e qualcuno deliberatamente le ha interrotte e il Diritto, invece, di punire chi ha compiuto questo atto abominevole lo ha depenalizzato e addirittura legalizzato. Ma “il fatto sussiste”, eccome!

Se il pensiero classico (greco-romano e cristiano) aveva determinato l’essenza del diritto entro il quadro del giusto/ingiusto e del morale/immorale e aveva affermato la moralità della categoria giuridica in base alla sua corrispondenza con la natura umana, il pensiero della modernità, invece, risolve il problema della qualificazione del diritto facendo ricorso alla nozione di “amoralità” (G.Cerrelli, Famiglia e Diritto). È negata, cioè, una verità comune propria dell’essere umano. Il Diritto diviene, pertanto, una categoria tipologicamente amorale e sganciata dal riferimento al valore e alla comprensione dell’uomo con riferimento alla sua natura ontologica.

Il rispetto del Diritto, pertanto, non si basa più sulla sua giustizia, bensì sulla sua efficacia, cioè sulla sua capacità di imporsi e farsi obbedire, mediante la sua forza coercitiva. Dis-umanizzare la persona fino a rendere la vita una “non-vita” di cui l’individuo e la società possono disporre fino alla sua eliminazione, in virtù di concetti accidentali come “dignità” e “libertà”, è un artifizio ideologico che non cambia però la realtà della persona e ovviamente nemmeno dei fatti.

Le opinioni vanno sempre rispettate, purchè siano fondate, prima ancora che su dati scientifici, sulla realtà. Non è un’opinione sostenere che la tastiera su cui sto scrivendo in realtà è una fetta di panettone. E il livello di convinzione o di opportunità o convenienza dell’idea di scrivere affondando le dita su una succulenta fetta di panettone non cambierà la realtà: questa è e rimarrà una tastiera!

Prendiamo, per esempio, il dibattito sull’aborto. Sostenere che l’aborto è lecito perché l’embrione o il feto o il neonato (visto che oggi c’è pure l’aborto “post nascita”) non è un essere umano non ha senso, perché si basa sulla negazione del dato di realtà, dunque sul niente. Pertanto non è nemmeno un’opinione.

La scienza ci ha, infatti, abbondantemente confermato l’umanità e l’individualità dell’uomo-embrione. L’identità biogenetica del nuovo individuo costituita alla fusione dei gameti permette di distinguerlo nettamente dalla madre, come attestano anche le differenze immunologiche e la barriera placentare, rendendo insostenibile la tesi che vedrebbe l’embrione una parte dell’organismo materno. Oggi si può affermare che l’embrione è un essere senziente che percepisce stimoli e rumori, che vive la sofferenza e il dolore, che è particolarmente sensibile a odori, sapori, suoni, un essere dotato di una propria individualità fatta di caratteristiche e tendenze proprie, di specifiche preferenze, ecc. Esso contiene un patrimonio genetico originale, che non è né quello del padre, né quello della madre. Dal concepimento, quindi, non si dà puro e semplice sviluppo di qualcosa che era prima, ma una vera novità, una nuova individualità umana. L’inizio della vita coincide con l’atto del formarsi di un’entità biologica che contiene ed è dotata dell’intero programma biologico e dell’informazione necessaria ad evolvere e ad attraversare tutti gli stadi di sviluppo che caratterizzano un essere umano e che sono parte della sua storia naturale (zigote, morula, blastocisti, embrione, feto, neonato, bambino, ragazzo, uomo) fino alla morte. Poiché la temporizzazione dei differenti stadi dello sviluppo è critica, una volta che il processo dello sviluppo è iniziato non c’è stadio particolare dello stesso che sia più importante di un altro; tutti gli stadi sono parte di un processo continuo. Perciò, da un punto di vista biologico non si può identificare un singolo stadio nello sviluppo dell’embrione al di là del quale non dovrebbe essere mantenuto in vita.

Il tentativo di ridurre l’embrione ad un’entità biologica priva di vita, basando su questo le proprie battaglie abortiste o “pro-choice” significa negare la realtà oggettiva delle cose e tutto può dirsi fuorchè una posizione razionale.

Alla negazione della realtà oggettiva e scientifica abbiamo assistito in questi giorni anche per quanto riguarda la liberalizzazione dell’utilizzo di Cannabis e derivati. La Corte di Cassazione, infatti, il 19 dicembre ha stabilito che coltivare Cannabis in casa per uso personale “in modica quantità” non costituisce reato. Anche in questo caso, non vogliamo entrare in merito della questione bioetica, ma sottolineare che questa decisione è stata presa ignorando deliberatamente la ricerca e i dati oggettivi sull’argomento, presentati peraltro da organismi del Governo, come il Dipartimento delle politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, che solo pochi giorni prima aveva diffuso l’annuale “Relazione” sulle dipendenze (qui ). Tra i dati del documento emergono, com’era prevedibile, dati sconcertanti sulla Cannabis, coerentemente con il lavoro già svolto da tempo da parte del team guidato dal prof.Serpelloni (qui e qui ).

Secondo l’Osservatorio Europeo delle droghe (EMCDDA), 75,5 milioni di europei hanno usato Cannabis una tantum, cioè circa il 20%. Il suo consumo si concentra prevalentemente tra i giovani adulti (15-34 anni). L’EMCDDA ritiene che, tra questi, raggiunga livelli massimi nella fascia di età dei 15-24 anni. Lo studio HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), realizzato dall’OMS per esaminare lo stato di salute e gli stili di vita dei giovani in età scolare, mostra che l’uso di Cannabis è più frequente nei maschi ed è tipico dei ragazzi vulnerabili, per esempio giovani che commettono reati, che abbandonano la scuola o che hanno un basso livello di istruzione. Insomma, dagli studi emerge che l’esposizione alla Cannabis in adolescenza costituisce un rischio per la persona a livello cognitivo, proprio perché è in questo periodo che lo sviluppo cerebrale raggiunge il suo picco.

Continuare a chiamarla “droga leggera” è ancora una volta una negazione della realtà oggettiva che concerne l’uso – e non solo l’abuso – di questa sostanza. Ora, è chiaro che questa espressione, oltre ad essere scorretta non solo in quanto si conoscono perfettamente i danni psicologici legati alle dipendenze (non solo quelle da stupefacenti, ma anche da altre dimensioni come il gioco d’azzardo o, ad esempio, gli apparecchi tecnologici), ma anche perché tutte le droghe “leggere” possono evidentemente fare da “ponte” a quelle pesanti, è fortemente diseducativa. È evidente, infatti, che il termine può lasciare intendere che “leggero” equivalga a “non-dannoso” e dunque facilitarne l’uso, per di più in un soggetto adolescente che, data l’età, ha già di per sé un’alterata percezione del rischio. Questa immagine fuorviante che ha ispirato anche parte delle politiche “anti-droga” è alla base della identificazione della Cannabis come un “non problema” perpetuando una sottovalutazione della sua pericolosità, fino a liberalizzare acriticamente l’uso personale. Il consumo viene rimandato alla sfera individuale del soggetto in nome della sua “libertà”. E lo Stato interpreta il ruolo di chi diffonde il male e poi deve porvi rimedio.

Pensare che anche il Consiglio Superiore di Sanità ha sottolineato relativamente alla Cannabis light – quella venduta nei negozi che, come funghi, sono spuntati ultimamente – che degli effetti di tali sostanze su alcuni soggetti si sa ancora troppo poco soprattutto in relazione a specifiche condizioni: età, presenza di patologie e quindi interazione con i farmaci, gravidanza e allattamento, ecc. Dunque, è da evitare che la sua assunzione, percepita come sicura e priva di effetti collaterali, si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, soggetti coinvolti per uno stato alterato alla guida, ecc.). Dal punto di vista bioetico, del resto, bisogna puntualizzare anche che in presenza di un rischio minimo per la salute, il carattere di illiceità è dato dal fatto che non esiste nessuna ragione che giustifichi tale danno. Infatti, quando si assume un farmaco, si possono verificare degli effetti collaterali negativi; tali effetti, però, vengono compensati e giustificati dal fatto che l’assunzione del farmaco è necessaria per la guarigione.In questo caso, invece, non ci sono ragioni per esporsi a un rischio per la propria salute.

Sta di fatto che tutta questa abbondanza di dati, seri e oggettivi, è stata completamente ignorata e la sentenza è stata emessa dalla Cassazione come se nulla fosse e con una sconcertante schizofrenia rispetto alla realtà.

Insomma, sembra che le posizioni di chi ama definirsi “razionalista” siano le meno razionali, mostrando ancora una volta che alla base dell’etica il problema è di ragione prima ancora che di fede. Ma è proprio il Natale a mettere luce su questo. Come scrive Fides et Ratio al n.22, «Gli occhi della mente non erano più capaci di vedere con chiarezza: progressivamente la ragione è rimasta prigioniera di se stessa. La venuta di Cristo è stata l’evento di salvezza che ha redento la ragione dalla sua debolezza, liberandola dai ceppi in cui essa stessa s’era imprigionata».

 

 

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