di Sabino Paciolla
E’ molto interessante l’editoriale pubblicato su European Conservative, scritto da Rafael Pinto Borges, fondatore e presidente di Nova Portugalidade, un think tank conservatore e patriottico con sede a Lisbona. Rafael Pinto Borges è un politologo e storico. Vi riporto di seguito una sintesi.
La riunione del Consiglio europeo di questa settimana avrebbe dovuto segnare il momento di gloria per Ursula von der Leyen. Dopo una serie di umiliazioni pubbliche – dalla “grande macchia sulla sua integrità e credibilità rappresentata dal caso Pfizergate”, all’ondata di voti di sfiducia nel Parlamento europeo e, più recentemente, allo “scandaloso arresto dell’ex Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Federica Mogherini” – questo summit era destinato a essere il suo trionfale ritorno. Sotto la sua “leadership decisa”, l’accordo commerciale UE-Mercosur, dopo due decenni e mezzo di negoziati, sarebbe stato firmato, permettendole un “tour autocelebrativo a base di caipirinha” in Sud America. Ma soprattutto, von der Leyen puntava a realizzare la sua “grande ossessione”: punire i russi consegnando a Kiev le riserve finanziarie di Mosca.
Le aspettative si sono infrante. Von der Leyen aveva insistito che l’unico modo per sostenere finanziariamente Kiev fosse attingere alle “centinaia di miliardi di euro detenuti dalla Banca centrale russa presso Euroclear, in Belgio”. Il presidente del Consiglio europeo António Costa aveva persino minacciato, “in modo piuttosto buffo”, di sequestrare i capi di governo a Bruxelles fino a una decisione. Similmente, per l’accordo Mercosur, i funzionari della Commissione hanno spinto fino all’ultimo. Ma tutto è stato vano. Il primo ministro italiano Giorgia Meloni ha affossato le speranze residue, convenendo che le garanzie per gli agricoltori europei fossero “insufficienti”. Von der Leyen ha dovuto “vergognosamente rinviare la sua vacanza in Brasile”.
Il piano defunto di prestare miliardi all’Ucraina usando beni russi immobilizzati era il frutto di una “Commissione inetta: giuridicamente fragile, politicamente radioattiva e spinta da quel tipo di arroganza esorbitante che il mondo ha finito per associare al Berlaymont”. Nel discorso sullo stato dell’Unione a settembre, von der Leyen lo aveva presentato come l’unica via, respingendo alternative come il debito comune come “impossibili, irresponsabili o entrambe le cose”. Bruxelles sapeva che, nonostante la fedeltà alla linea pro-guerra, poche capitali erano disposte a finanziare eternamente il conflitto. Usare il denaro russo era la “soluzione miracolosa”, ma è fallita. Tre mesi dopo, il sostegno si è dissolto in “esitazione; gli slogan sono evaporati a contatto con la realtà”. Come ha detto il primo ministro belga Bart De Wever, il piano era un “Titanic ed è affondato”.
Il risultato: un “clamoroso e profondamente umiliante voltafaccia pubblico”. Invece di un nuovo strumento contro Mosca, è arrivato un pacchetto di prestiti UE garantiti da debito comune, possibile solo grazie al blocco filopacifista (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) che ha rinunciato al veto in cambio dell’esclusione di partecipazione al debito comune. Gli eurocrati mantengono il flusso verso Kiev, ma il peso ricadrà sui “contribuenti europei”. Un “risultato disastroso per l’Europa”, ma per l’establishment di Bruxelles, “quando arriverà il conto, saranno comunque tutti fuori dall’ufficio”.
Questo fiasco culmina un modello persistente: una Commissione che confonde “fervore moralistico e manipolazione emotiva con l’autorità legale”, e “teatro politico infestato da slogan con il potere reale”. Lo stile di von der Leyen – “arrogante, teatrale, impaziente nei confronti del dissenso e maldestro” – mal si adatta a un’UE basata su trattati, unanimità e bilanci nazionali.
Sul sfondo, un “decadimento istituzionale troppo evidente”: l’arresto di Mogherini per corruzione e la “cultura delle porte girevoli” confermano sospetti di arricchimento rapido diffusi nel pubblico. Nel Parlamento, tentativi di censura lasciano “residui tossici: la sensazione di una presidenza permanentemente sulla difensiva”.
Il momento clou? In conferenza stampa alle 3:30, a una domanda sul fallimento, von der Leyen ha mormorato un scoraggiato “va bene” prima di allontanarsi. Quel gesto dice tutto: una Commissione che ha “esagerato, ha venduto troppo e ora si trova limitata proprio dagli Stati membri che cercava di disciplinare”. Il vero Titanic è questa Commissione; per il bene dell’Europa, “lasciamola affondare ora, prima che causi ancora più danni”.
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