Sergio Mattarella e Mario Draghi
Sergio Mattarella e Mario Draghi

 

 

di Mattia Spanò

 

Ad un orecchio imparziale, il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini aveva un tono presidenziale. Il premier uscente ha parlato da presidente della Repubblica senza esserlo.

Il desiderio di Draghi per il Quirinale non è un mistero. Nonostante l’apparente armonia che avrebbe regnato fra presidente della Repubblica e premier, qualche commentatore a fine gennaio osservò malignamente che potrebbe esser stato proprio Mattarella a eliminare Draghi dalla corsa alla sua successione. Il che, fosse vero, mostrerebbe come in politica esista ancora un primato della politica: tutto sta a saperlo, e soprattutto volerlo, esercitare.

Prendiamo per buona l’ipotesi che l’idillio fra Mattarella e Draghi sia tutt’altro che tale. Immaginiamo che al contrario volino gli stracci e metaforiche coltellate alla schiena.

Draghi, impaziente di scendere dal tram prima che vada a schiantarsi, tenta la zampata quirinalizia e viene bocciato dai partiti che lo hanno sostenuto per diciotto mesi. Il tempismo e la discrezione in politica sono importanti: un uomo abituato ad essere obbedito perinde ac cadaver, difficilmente coglie il valore del compromesso e dell’assenza di zelo suggerita da Tayllerand.

All’uomo del Britannia non piace perdere o essere contraddetto. Con le dimissioni di luglio senza alcuna crisi di governo, e la conferma delle medesime una settimana dopo aver incassato una magrissima fiducia, Draghi si vendica politicamente sia dei partiti che del presidente Mattarella. Soprattutto esce di scena come voleva, addossando la colpa alla mediocrità di politici come Conte.

Mattarella, da sempre contrario alle elezioni, senza esplorare nuove maggioranze indice delle elezioni rapidissime: in settembre. Perché tanta fretta? Un’ipotesi è che un nuovo esecutivo troppo distante nel tempo – ad esempio nel 2023, a scadenza naturale della legislatura – non consentirebbe di circoscrivere le responsabilità del disastro imminente ad attori precisi. Nessuno vuole restare col cerino fra le dita.

A dimostrazione del teorema del ‘capro espiatorio’ partiti e organi di stampa cominciano ad inneggiare a Draghi, alla sua “agenda”, al suo “metodo”, senza che nessuno abbia visto o sappia descrivere né l’una né l’altro. Gesù fu accolto in Gerusalemme da una folla festante giusto una settimana prima di essere appeso alla croce: non sono dinamiche nuove o incomprensibili.

C’è poi lo strano stacchetto di Berlusconi, l’unico del giro in grado di eruttare enormità indicibili ma necessarie al carrozzone dei guitti. Berlusconi il 12 agosto descrive uno scenario che porta alle dimissioni di Mattarella. Due, tre giorni di squittii indignati e tutto rientra, ma la boutade andrebbe registrata a livello profondo: il dado è tratto.

Il dado sono le premesse dello scenario più probabile, o quanto meno il più ambito da partiti in rotta di collisione con la base. Nessuno dei partiti vincerà le elezioni, che saranno probabilmente minate da un’astensionismo mai visto prima, con i 5S che prenderanno il posto all’opposizione di FdI nel frattempo diventato primo partito.

In mancanza della possibilità di esprimere un esecutivo garante di equilibri spericolati (Letta, Salvini, Meloni e Fratojanni: auguri) si chiederà a Draghi di riprendere le redini del paese. Lui, conscio del ruolo intermedio e sub iudice della presidenza del Consiglio, risponderà picche chiedendo la testa di Mattarella.

Scatterà allora una moral suasion che accompagnerà Mattarella alla porta, e sarà eletto Draghi. Il quale non ha molte chances di diventare presidente della Banca Mondiale, e meno ancora di diventare segretario della Nato (posto che sembra destinato all’altro falco dimissionario, Boris Johnson).

Dal canto suo, Mattarella è un presidente debole proprio perché eletto per un secondo mandato in barba alla Costituzione: difficilmente potrà impuntarsi.

Non è vero che il presidente della Repubblica in Italia conti poco. Al contrario, oltre alle prerogative tipiche e all’indubbia influenza politica, è presidente del CSM e capo dell’esercito. Gode poi dell’immunità, ed è al riparo da temperie politiche per un lasso di tempo molto lungo – sette anni sono un’era geologica.

Draghi avrebbe qualcosa di molto simile ai pieni poteri, un’età relativamente bassa, e proprio la mancanza di credibilità di forze politiche squalificate da direttive dementi prima sulla gestione della pandemia che ha triturato l’economia e la psiche delle persone, poi della guerra e della crisi energetica (le armi a Zelensky sono un crimine internazionale col bollino D.O.P., per tacere del suicidio strategico dovuto alle sanzioni alla Russia), fa sì che nessuno in questo disgraziato paese abbia la dirittura morale per porre fine allo scempio.

Non solo: si ritroverebbe a essere presidente della Repubblica, con un governo di suo assoluto gradimento davanti ad un parlamento di cooptati (malamente: si metta sotto la lente il valzer macabro dei candidati sbattuti in circoscrizioni sperdute nel Far West per capirlo, o il carattere aerostatico dei programmi) in balìa della propria inconsistenza.

In fondo al tunnel dei governi tecnici non resta che la Repubblica Tecnica: la sospensione dei diritti costituzionali e il disprezzo di leggi e procedure messe in atto dal Migliore erano l’antipasto, una sorta di prova generale.

A meno che i partiti anti-sistema non raggiungano percentuali tali da rompere la malia, magari alleandosi con i 5s in caduta libera (l’opposizione è un corroborante naturale). Improbabile ma non impossibile. Un’opposizione tra il 15 e il 20% potrebbe in effetti rompere qualche uovo nel paniere.

Non mi auguro che tutto questo accada, ma temo che sia una possibilità. La politica è l’arte del possibile. A volte, del tragico.


 

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