di Giuseppe Russo
La morte di Francesco Guccini ha riaperto inevitabilmente una discussione sul rapporto tra il cantautore e la fede. Alcune parole pronunciate in occasione della sua morte e alcune riflessioni proposte da esponenti della Chiesa italiana hanno letto la sua inquietudine, il suo interrogarsi su Dio e il tema della speranza presente in alcune sue canzoni come una sorta di cammino verso la fede.
È un atteggiamento comprensibile sul piano pastorale. La Chiesa non può non guardare con benevolenza a ogni uomo che si interroga sul senso dell’esistenza, sul bene, sul male, sulla morte e sul destino ultimo dell’uomo.
Ma proprio qui nasce una domanda che merita di essere posta con rispetto e senza alcuna volontà di giudizio sulla persona di Guccini: fino a che punto è lecito trasformare il dubbio in fede?
Perché c’è una differenza decisiva tra riconoscere che un uomo ha cercato e affermare che, proprio attraverso quella ricerca, abbia già incontrato Cristo.
Il dubbio non è ancora la fede
Francesco Guccini è stato un uomo capace di interrogarsi. La sua produzione artistica è attraversata da domande sull’uomo, sulla società, sulla morte, sulla libertà, sulla giustizia e anche su Dio.
Basterebbe ricordare Dio è morto, una delle sue canzoni più celebri.
Il titolo potrebbe essere interpretato come una dichiarazione atea. In realtà il testo è più complesso. Guccini denuncia un mondo nel quale Dio è stato sostituito da idoli, conformismi, consumismo, ideologie, violenza e ipocrisia. E alla fine introduce persino il tema della risurrezione: «se Dio muore è per tre giorni e poi risorge». Ma subito dopo colloca questa risurrezione «in ciò che noi crediamo», «in ciò che noi vogliamo», «nel mondo che faremo».
È un testo potente. Ma proprio per questo bisogna leggerlo per quello che è.
La speranza che vi compare non coincide necessariamente con la fede cristiana nella Risurrezione di Cristo.
Ed è qui che la distinzione diventa importante.
Il cristianesimo non annuncia semplicemente che Dio “risorge” nei valori nei quali gli uomini credono o nel mondo che gli uomini costruiscono. Annuncia qualcosa di infinitamente più esigente: che Gesù Cristo è realmente risorto dai morti.
La differenza non è marginale.
Nel primo caso la risurrezione può essere letta come metafora della speranza umana e del riscatto di una generazione.
Nel secondo è un evento che pretende di essere accaduto nella storia e che cambia radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio.
Non possiamo eliminare questa differenza per rendere più facilmente cristiana una ricerca che Guccini stesso non ha presentato come fede cristiana.
Prendere sul serio un agnostico significa anche rispettarne l’agnosticismo
Qui forse occorre andare contro una certa tentazione pastorale contemporanea.
Quando muore una persona famosa, soprattutto se è stata amata da molti, si tende a cercare nella sua vita qualche elemento che possa essere interpretato come apertura alla fede. Una frase, una canzone, una domanda, un gesto di solidarietà diventano così indizi di una fede nascosta.
È una tentazione comprensibile.
Ma può diventare una forma involontaria di appropriazione.
Se Guccini si è definito agnostico, prendere sul serio la sua persona significa anche prendere sul serio il suo agnosticismo. Non sarebbe corretto trasformarlo dopo la morte in ciò che durante la vita non ha dichiarato di essere. Questo non significa attribuire a Zuppi o a Savino una sorta di “conversione postuma” di Guccini, che essi non dichiarano. Significa interrogarsi sul limite oltre il quale l’interpretazione pastorale rischia di diventare interpretazione della coscienza altrui.
Questo non significa affatto negare la possibilità della grazia.
Significa semplicemente riconoscere che la coscienza di un uomo appartiene a Dio prima ancora che alla nostra interpretazione.
Noi non sappiamo che cosa sia accaduto nel segreto ultimo della coscienza di Guccini. Non sappiamo quale sia stato il suo rapporto con Dio negli ultimi istanti della sua vita. Non sappiamo se una domanda che per anni è rimasta aperta abbia trovato, alla fine, una risposta.
E proprio perché non lo sappiamo, la posizione più cristiana non è né la condanna né la canonizzazione retrospettiva.
È la preghiera.
La misericordia non ha bisogno di riscrivere la verità
La Chiesa può sperare nella salvezza di ogni uomo.
Anzi, deve farlo.
Può affidare Guccini alla misericordia di Dio. Può pregare perché il Signore accolga la sua vita, le sue fragilità, le sue domande e tutto ciò che di vero e di buono vi è stato.
Ma una cosa è affidare una persona alla misericordia di Dio; un’altra è affermare che quella persona, proprio perché inquieta e in ricerca, fosse già implicitamente cristiana.
La differenza è enorme.
La misericordia cristiana non ha bisogno di cancellare la verità, né la verità cristiana ha bisogno di appropriarsi di ogni uomo che abbia espresso una domanda religiosa.
Anzi, c’è qualcosa di profondamente rispettoso nel poter dire: non sappiamo quale sia stato il rapporto ultimo di Guccini con Dio, ma lo affidiamo a Dio.
È una frase molto meno spettacolare.
Ma forse è molto più cristiana.
La Chiesa non deve avere paura delle domande
Questo non significa, però, che le domande di Guccini debbano essere liquidate o svalutate.
Al contrario.
La Chiesa dovrebbe essere capace di ascoltarle.
Una canzone come Dio è morto contiene una denuncia che può persino interpellare il cristiano. Quando Guccini parla di una fede ridotta ad abitudine e paura, di una religione trasformata in conformismo, di un perbenismo che nasconde il vuoto, non sta necessariamente attaccando il Vangelo.
Sta denunciando, almeno in parte, ciò che il Vangelo stesso denuncia.
E questo dovrebbe farci riflettere.
Perché una Chiesa che risponde all’agnostico dicendo semplicemente «tu, in fondo, sei già uno di noi» rischia di non ascoltarlo veramente.
Forse la risposta più seria sarebbe un’altra:
«Le tue domande sono vere. Ma la risposta cristiana non è semplicemente una proiezione dei tuoi desideri. È una Persona: Gesù Cristo.»
Questa risposta non umilia l’agnostico.
Lo prende sul serio.
Tra il desiderio di Dio e il Dio della Rivelazione
C’è infatti una differenza fondamentale tra il desiderio umano di Dio e Dio stesso.
L’uomo può desiderare la giustizia, la vita eterna, la pace, la vittoria sul male, una speranza capace di attraversare la morte. Tutto questo può essere una straordinaria apertura alla trascendenza.
Ma il cristianesimo non dice che Dio esiste perché l’uomo ne ha bisogno.
Dice qualcosa di molto più radicale: Dio si è rivelato.
Non siamo noi a costruire Dio attraverso ciò che crediamo e ciò che vogliamo. È Dio che viene incontro all’uomo.
Per questo le parole finali di Dio è morto possono essere lette come una potente espressione della speranza umana, ma non possono essere semplicemente sovrapposte all’annuncio cristiano della Risurrezione.
«In ciò che noi crediamo, Dio è risorto».
È una frase poetica e suggestiva.
Ma il cristiano deve aggiungere una parola che cambia tutto:
Cristo è risorto non soltanto in ciò che noi crediamo. Cristo è risorto.
La fede cristiana non coincide con il semplice desiderio di Dio: nasce quando la domanda dell’uomo si apre alla Rivelazione e all’incontro con una Persona, Gesù Cristo.
La salvezza non è una proprietà della nostra inquietudine
C’è infine un rischio opposto, che riguarda non soltanto gli agnostici ma anche noi credenti.
Possiamo facilmente costruirci un cristianesimo nel quale la salvezza diventa una specie di premio assegnato a chi è stato “onesto”, “buono”, “in ricerca”, “sensibile”.
Ma il Vangelo è molto più serio.
Gesù parla della porta stretta. Parla della conversione. Parla del giudizio. Parla della necessità di seguirlo.
La grazia è gratuita, ma non è a buon mercato.
Non significa che Dio salvi soltanto coloro che hanno avuto la possibilità di conoscere Cristo in maniera esplicita. La Chiesa ha sempre saputo che la misericordia di Dio precede e supera i nostri giudizi. Ma proprio per questo non abbiamo bisogno di inventare una fede dove non sappiamo se ci sia stata.
Possiamo lasciare a Dio il giudizio.
E possiamo lasciare a noi il compito della testimonianza.
Forse Guccini non va corretto, ma ascoltato
Alla fine, dunque, forse la questione non è stabilire se Francesco Guccini fosse più vicino o più lontano dalla fede.
La domanda più interessante riguarda noi.
Che cosa ci dice il fatto che un uomo dichiaratamente agnostico abbia sentito il bisogno di parlare di Dio, della morte, della speranza, della giustizia e della possibilità di un mondo nuovo?
Ci dice che la domanda religiosa non è morta.
E forse proprio qui la Chiesa dovrebbe interrogarsi.
Non ha bisogno di trasformare ogni uomo che cerca in un credente inconsapevole. Ha bisogno piuttosto di tornare a proporre con chiarezza ciò che soltanto essa può annunciare: non una generica speranza umana, non un Dio costruito dai nostri desideri, ma Gesù Cristo, morto e risorto.
Guccini può essere rispettato per ciò che è stato e per ciò che ha dichiarato di essere. La sua domanda può essere accolta senza trasformarla automaticamente in una professione di fede. E il suo agnosticismo può essere rispettato senza per questo negare che, nel segreto della sua coscienza, Dio possa aver operato in modi che soltanto Lui conosce.
E la Chiesa può continuare a pregare perché ogni domanda umana, anche quella che non è arrivata alla fede, incontri la misericordia di Dio.
Perché la misericordia non consiste nel dire che siamo già arrivati.
Consiste nel continuare ad annunciare, con umiltà e senza appropriarci della coscienza degli altri, Colui che viene incontro a chi è ancora in cammino.
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Si dibatte tanto sul contenuto delle canzoni di Guccini, ma si dà per scontato che sia stato un “grande” nel campo musicale.
Francamente non mi sembra che la sua voce abbia trasmesso bellezza, nè che la sua musica sia originale. Il solito “menestrello profeta” alla De Andrè, senza vaori estetici.
Non occorre che tutta la musica sia Bach o il gregoriano. Anche la musica “leggera” può avere valore e trasmettere bellezza. Basta che non sia “contenutistica”. La musica “comizio” ha scarso valore artistico.
Provate ad ascoltare il country di Patsy Cline, la sfortunata artista americana. Quella era una voce! Poteva farvi piangere anche con dei testi di limitato valore artistico, perchhè il suono della sua voce non aveva limiti! Bellezza pura, nei pezzi più indovinati! (Dear God, St. Antonio Rose, Krazy e molti altri…)
Solo per fare un esempio…
Tobia
Tobia, secondo me hai centrato un punto che nell’articolo abbiamo lasciato un po’ sullo sfondo. Noi abbiamo discusso soprattutto del contenuto delle canzoni di Guccini e del modo in cui alcuni hanno letto la sua inquietudine religiosa, ma forse abbiamo dato per scontato il suo valore artistico.
E in effetti le due cose vanno tenute distinte: un conto è ciò che Guccini dice, un altro è il valore estetico con cui lo dice. Una canzone può avere contenuti profondi, persino filosoficamente interessanti, e tuttavia non essere necessariamente grande musica.
La tua osservazione sulla musica “contenutistica” mi sembra particolarmente interessante. Quando la canzone diventa soprattutto un veicolo per trasmettere un messaggio — politico, sociale, religioso o ideologico — il rischio è che il contenuto finisca per prevalere sull’arte. E forse proprio qui bisognerebbe chiedersi se Guccini sia stato davvero un grande musicista o soprattutto un grande autore di testi e un interprete di una certa sensibilità culturale.
Il riferimento a Patsy Cline è poi molto pertinente, perché mette in evidenza qualcosa che spesso dimentichiamo: la bellezza musicale non ha bisogno di essere spiegata. Una voce, una melodia, un’interpretazione possono raggiungere qualcosa che il contenuto delle parole non riesce nemmeno a esprimere.
Detto questo, non cambierei la prospettiva dell’articolo. Il nostro problema non era stabilire se Guccini fosse un grande o un mediocre musicista, ma se sia corretto trasformare la sua inquietudine e le sue domande su Dio in una sorta di fede cristiana implicita. E su questo continuo a pensare che la distinzione sia necessaria.
Anzi, la tua osservazione mi fa pensare che, eventualmente, si potrebbe fare un altro articolo: una cosa è il valore artistico di Guccini, altra cosa è il valore filosofico dei suoi testi, altra ancora è la loro eventuale apertura religiosa. Tre piani che non dovremmo confondere.
E forse è proprio questa distinzione che ci permette di discutere Guccini senza né santificarlo né demolirlo.
Sul fatto che Guccini abbia avuto una grande capacità di scrittura, però, non sarei così drastico. Anche se non lo considero un musicista paragonabile ai grandi della musica, penso che alcune sue costruzioni poetiche abbiano una forza notevole. Ma questo è un altro discorso, e non significa automaticamente riconoscergli un grande valore musicale.
Lo so, caro Don Giuseppe, ma…ho barato intenzionalmente.
Desidero con tutto il cuore che vengano riscoperte alcune figure non “di grido” che invece meritano di essere conosciute: per questo ho tirato in ballo Patsy.
Spero che qualcuno sia così spronato ad ascoltarla. A me la sua voce fa bene!
Grazie e buon lavoro! (nella vigna del Signore!!)
Tobia
Caro Tobia, allora confesso che la “furbata” mi piace! 😂
E devo dirti che hai raggiunto lo scopo: adesso Patsy Cline mi hai fatto venire voglia di ascoltarla.
In fondo è proprio questo il bello del confronto: si parte da Guccini, si finisce a parlare di bellezza, di musica e di artisti che magari non hanno avuto la stessa ribalta, ma che meritano di essere riscoperti.
E poi c’è una cosa che condivido molto di quello che dici: se una voce ti fa bene, se una musica riesce a toccare qualcosa dentro di te, lì c’è già una forma di bellezza che non ha bisogno di troppe spiegazioni.
Quindi ti perdono volentieri il “baro” 😂 e accolgo il suggerimento.
Ora però la responsabilità è tua: se Patsy Cline non mi convince, la prossima volta l’articolo su Guccini lo scriviamo insieme e ti faccio fuori dalla redazione! 😂
Grazie a te, Tobia.
E buon lavoro anche a te, nella vigna del Signore, dove evidentemente ogni tanto bisogna anche seminare qualche buona canzone. 😉
Caro Don, legga la vicenda tragica e incredibile di questa artista. Io le ho fatto dire una Santa Messa quando ho conosciuto la sua storia.
Il nome vero era Virginia.
Tobia
Caro Tobia, allora a questo punto la curiosità è davvero grande. Il fatto che tu sia arrivato a far celebrare una Santa Messa dopo aver conosciuto la sua storia mi fa capire che non si tratta semplicemente della vicenda di un’artista, ma di una persona che ti ha profondamente colpito. E quel particolare, il nome vero Virginia, mi incuriosisce ancora di più. La leggerò con attenzione. Grazie per avermela segnalata.