di Aurelio Porfiri

 

Plotino

 

Ma riprendiamo il nostro cammino nel medioevo. Dicevamo di Platone e della sua indubbia influenza sul pensiero occidentale e in special modo dei medioevali. Bisogna soffermarsi su un pensatore che precede la riflessione medioevale, un pensatore che fungerà da filtro del pensiero platonico che distillerà per i futuri pensatori che faranno la gloria della filosofia e teologia occidentale: stiamo parlando di Plotino (204-270). Non è che si sappia molto della sua vita e potrebbe non essere un caso. Infatti il filosofo in questione non doveva essere uno a cui le questioni meramente materiali e pratiche interessassero molto. Si racconta, ma potrebbe non essere vero, che si rifiutò di posare per un ritratto in quanto riteneva il suo corpo essere di nessuna importanza. Il problema non era meramente la concezione del suo corpo, ma che questa concezione sarebbe derivata da un certo suo disdegno per la materia. Comunque, concezioni corporali a parte, dobbiamo dire che Plotino è uno dei filosofi più importanti per quello che riguarda l’introduzione del platonismo nell’agone medioevale; in effetti sarà l’iniziatore di quel filone del pensiero occidentale che prende il nome di neo-platonismo. Perché gli è preso di ispirarsi proprio a Platone? Perché il suo insegnante, Ammonio Sacca, era un filosofo platonico. E a questo scambio da maestro ad allievo dobbiamo anche la nostra conoscenza di Plotino, che ci deriva attraverso il suo allievo Porfirio che all’inizio del quarto secolo metterà ordine nei trattati del maestro, pubblicandoli con il nome di Enneadi (perche’ suddivisi in sei gruppi, ognuno fatto di nove trattati).

Il sommo bene

Da Platone, Plotino riprende il tema del sommo bene, noi lo possiamo definire anche il sommo Bello. Ma Plotino preferisce identificare questo Ente con il nome di Uno, l’Unità suprema. L’uomo, attraverso l’esperienza mistica ma anche attraverso la ragione tenta di carpire questa unità suprema. Ma come tornare a questa unità? Rientrando in se stessi e quindi ricongiungendosi all’origine.  L’eterno ritorno, un tema anche caro ai teorici della tradizione, ecco uno dei pilastri importanti del pensiero di Plotino. Possiamo sentire in questo ciò che risuonerà per noi più potentemente nella riflessione di Sant’Agostino, a cui ci avviciniamo per gradi con timore e tremore.

Plotino e la bellezza

Il nostro Plotino si occuperà anche di bellezza nei suoi scritti. Nel primo capitolo delle Enneadi egli affronterà il problema e lo farà proprio facendosi una domanda (vedi sopra), che prende le mosse da un ragionamento; talvolta i corpi umani sono belli, altre volte no.  Quindi, si domanda il nostro filosofo, cosa è quel qualcosa che si manifesta in certe forme materiali piuttosto che in altre? La domanda è ben posta. Perché alcuni suoni, colori, forme vengono da noi percepite come belle mentre altre no? Plotino definisce questo come l’inizio naturale della sua investigazione. La prima risposta che egli riferisce su cosa dia vita alla bellezza è una risposta che si rifà alla grande tradizione classica: la bellezza è simmetria. Ciò che non è completo o non ordinato non possiamo chiamarlo bello.

Bellezza è simmetria?

Ma Plotino, bontà sua, non si ferma qui e continua ad interrogarsi: pur riconoscendo una verità in quanto esposto sulla simmetria, non può non notare come questa categoria non si sposi con tutta la concezione del bello: e la bellezza della virtù? Come possiamo conciliare questo con la simmetria, che simmetria c’è nella bellezza della legge? Allora Plotino sviluppa la sua riflessione e ci offre un’altra interpretazione: l’anima, riconosce nel bello un qualcosa che le appartiene (Plotino dice che l’anima riconosce questa bellezza “per l’autentica verità della sua natura”), il bello risveglia nello spirito l’anelito per una passata appartenenza o per una presente incoscienza di se stessi. L’anima tende all’origine. 

L’unità suprema

Ma ancora Plotino si domanda: ma cosa c’è in comune fra la bellezza qui e la bellezza assoluta? La bellezza si manifesta nel trionfo del principio di Unità che ordina le parti. Bellezza quindi, è unità formale. Dove “l’Ideale-Forma è entrato, ha raggruppato e coordinato ciò che da una diversità di parti era destinato a divenire una unità ”.  Ciò che si ri-unisce sotto questo principio della Bellezza è bello nel tutto come nelle sue singole parti. Questa unità che dà vita alla Bellezza interpella un unità ben più assoluta, una unità che anela al supremo, l’Uno. 

Il più bello dei figli dell’uomo

Cosa cui dice questa riflessione di Plotino? L’Uno è l’inconoscibile che si è autocomunicato attraverso il Figlio. Il Figlio quindi è Splendor Paternae Gloriae, è il volto di Dio che noi possiamo contemplare e donare alla contemplazione. Plotino è considerato uno dei massimi esponenti della teologia negativa: cosa puoi dire su Dio? Meglio pensare a cosa Dio non è. Il dire di Dio, della sua Bellezza, per noi, anche riferendoci, prescindendolo, a Plotino, è riconoscere nella Bellezza del Figlio l’avvio della teologia positiva.  Ma questa bellezza del Figlio è talvolta misteriosa, esso è il più bello dei figli dell’uomo ma anche il servo sofferente. Quale dei due opposti è l’immagine della Bellezza a cui fare riferimento? Inoltre, come dicevamo all’inizio, la bellezza per noi si presenta anche come un possibile pericolo, perché essa attrae e talvolta viene usata per scopi che la allontanano dalla sua natura originaria. Quale teologia della Bellezza? Come approcciarla? La riflessione successiva ci guiderà su altri sentieri affascinanti e gravidi di senso. 

 

(Le precedenti puntate le trovate qui)

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