di Aurelio Porfiri

 

Dal mondo a Dio

Parlando di Sant’Agostino, si comincia con una constatazione che prende le mosse dal mondo naturale. Se troviamo gioia nelle cose create (e lui ne aveva goduto anche smodatamente, come visto), se la natura ci emoziona, se le bellezze insite nel mondo umano ci avviluppano, come non pensare alla bellezza di chi ha creato tutto questo? “Cos’è che ti attrae nel mondo? Cosa vorresti lodare? Cosa amare? Da qualunque parti ti volgi con i sensi del corpo, ti si parano dinnazi il cielo e la terra; ma qualunque cosa ami sulla terra è terreno, qualunque cosa ami nello stesso cielo è corporeo. Eppure tu queste cose, sparse ovunque nel creato,  le ami e le elogi;  ma come non lodare l’autore di queste cose che lodi?  Effettivamente fino ad ora sei vissuta troppo ingolfata [nelle cose materiali]; frustrata dalla molteplicità dei tuoi desideri, ne porti le ferite. Sei piagata, divisa in una quantità di amori, sempre inquieta, mai serena. Raccogliti in te stessa! Se fuori di te c’è qualcosa che ti piace, cerca chi ne sia l’autore. Sulla terra non c’è nulla che, ad esempio, valga più di questa o quella cosa: dell’oro, dell’argento, degli animali, degli alberi, di tutte le cose belle. Pensa a tutta la terra! E nel cielo cosa c’è che sia più meraviglioso del sole, della luna e delle stelle? Pensa all’immensità del cielo. Tutte queste creature nel loro insieme sono perfette in bontà perché Dio fece tutte le cose perfettamente buone. Ovunque risalta la bellezza dell’opera la quale a sua volta ti indirizza all’artefice” (Esposizione sul Salmo 145, 5). La bellezza del mondo creato ci rimanda ad un’altra bellezza. E questo possiamo anche sperimentarlo, come detto in precedenza, ascoltando un brano di musica che ci mette dentro una nostalgia per qualcosa che non riusciamo a fare nostro. Si potrebbe obbiettare, come da molti parti si fa, che tutto ciò che esiste non ha bisogno di un Creatore, è frutto del caso e della necessità, come dal titolo di un famoso testo sull’argomento. Talvolta queste affermazioni, sembrano attingere da comportamenti neo-religiosi, anche se di segno diverso da quello cristiano. Sarebbe uno stupido chi svalutasse l’importanza della scienza, ma lo sarebbe altrettanto chi facesse della stessa una nuova religione, con i suoi dogmi e le sue scomuniche. Chi ha creato il mondo? Quello che sant’Agostino ci suggerisce è che in questa creazione c’è un disegno mirabile (altri lo chiamano Intelligent Design, disegno intelligente). Anche scienziati atei non si nascondono questo. Certo questa constatazione non risolve semplicemente il problema e non tutti la condividono, ma noi ora seguiamo le tracce che ci lascia il nostro Agostino. Non sono certo da eliminare a cuor leggero.

Un divino ordine

In effetti, il nostro santo ci dice chiaramente che tutte queste cose create, che mostrano una loro bellezza che riflette una bellezza originaria, hanno anche un’altra caratteristica che probabilmente è parte della loro stessa proprietà di essere belle: esse sono ordinate. Cioè sono fatte e disposte con un criterio che indica un ordinatore: “Dio dispose secondo un ordine tutti gli esseri che aveva creati (…). La bellezza della terra è come una voce muta che si leva dalla terra” (Esposizione sul salmo 144, 13). Quindi, se fossimo in grado di leggere la bellezza del creato, potremmo accedere alla bellezza del Creatore. In questo modo la dimensione estetica diventa Teologia prima, Teologia che direttamente ci spalanca nella dimensione Altra. Ma siamo in grado di fare questo? Teoreticamente sì, ma qualcosa oscura la nostra visuale. 

Confusi nel tutto

In uno dei suoi capolavori sommi, “La città di Dio’, il nostro autore dice:”Ma non ci diletta la bellezza di questo ordinamento, perché noi, inseriti in una parte secondo la condizione del nostro continuo morire, non possiamo percepire il tutto, nel quale si armonizzano con adeguata proporzione le singole particelle che quindi ci appaiono irrazionali” (Libro XII, 4). Quindi, la nostra debolezza ci impedisce di percepire un ordine superiore che pure esiste. È molto interessante questa riflessione del grande santo. Spesso noi ci chiediamo perché non riusciamo a percepire un’armonia superiore nelle devastanti dissonanze che il mondo ci presenta. Secondo lui, questa armonia non viene percepita in quanto noi siamo singole note che a malapena riescono a percepire la nota successiva o quella precedente, ma non l’armonia dell’insieme. Ma è possibile tentare di percepire l’armonia dell’insieme? 

Bellezza e fortezza

Commentando un versetto del salmo 92 (“Il Signore ha regnato; si è vestito di bellezza. Il Signore si è vestito di fortezza e si è cinto”) il nostro autore nota che il Signore si è rivestito di due cose: bellezza e fortezza: “In ordine a coloro per i quali era profumo di vita per la vita, si era vestito di bellezza mentre in rapporto agli altri, per i qual era profumo di morte per la morte, si era vestito di fortezza” (Esposizione sul salmo 92, 2). Così la bellezza di Dio si disvela per coloro che ne sanno cogliere il profumo, per gli altri si può solo assaporare la sua fortezza, che comunque viene dalla stessa fonte della bellezza.

Il furto delle pere

Questa valutazione sulla bellezza, vista in una duplice valenza, la troviamo in modo più radicale in un passo delle Confessioni. Non possiamo dimenticare che questi due volti della bellezza, la bellezza che salva e la bellezza che perde, li abbiamo già prefigurati in precedenza e li ritroveremo ancora per tutto questo percorso. 

Dicevamo del passaggio tratto dalle Confessioni. Qui, Sant’Agostino, ricorda un episodio giovanile di per se insignificante (un furto di pere) ma che lui usa per affrontare il tema della bellezza che inganna: “Ma io, sciagurato, cosa amo in te, o furto mio, o delitto notturno dei miei sedici anni? Non eri bello, se eri un furto; anzi, sei qualcosa, per cui possa rivolgerti la parola? Belli erano i frutti che rubammo, perché opera delle tue mani, o Bellezza massima fra tutte, creatore di tutto, Dio buono, Dio sommo bene e bene mio vero. Belli, dunque, erano quei frutti, ma non quelli bramò la mia anima miserabile, poiché ne avevo in abbondanza di migliori. Eppure colsi proprio quelli al solo scopo di commettere un furto. E infatti appena colti li gettai senza aver assaporato che la mia cattiveria, così inebriante a praticarla. Se pure un briciolo di quei frutti entrò nella mia bocca, a insaporirlo era il misfatto. E ora, Signore Dio mio, mi domando: cosa mi attrasse in quel furto?” (Libro II, capitolo 6).  Quando la bellezza ci svia, cosa ci spinge al peccato? Anche una bellezza innocente come può essere quella di un frutto può spingere ad un peccato, seppure non gravissimo. Quindi il problema è in chi guarda. Ma come mai che questa bellezza che ci approssima a Dio più di ogni altra cosa ce ne allontana con altrettanta violenza? Ecco il mistero della bellezza, che certamente, almeno in parte, risiede in chi ne fruisce ma probabilmente risiede anche in chi ne è la fonte.  Credo la mente riconosca il principio divino della bellezza, ma a quel punto i nostri istinti più bassi, la nostra natura corrotta e fragile ci spingono ad usare quel principio divino in modo distorto e ci forzano al peccato. Quindi la bellezza, da azione che ci protende verso un principio Altro si trasforma in tent-azione, forza che si oppone all’azione e che ci spinge nella direzione contraria. Ma quando commettiamo un peccato, anche in quel momento, stiamo provando una bellezza? O come chiamarla? In questo Agostino ci viene in parte in aiuto. In effetti egli la chiama bellezza, anche quella del peccato, ma la definisce “difettosa e irreale”.  Questo traduce a mio avviso abbastanza bene il latino originale che parla di “defectiva specie et umbratica”. In effetti la parola “umbratica”, come un ombra, da l’idea meglio della parola italiana “irreale”. Irreale significa non reale, mentre un ombra non è reale, certo, ma anche è strettamente legata al reale, senza cui non potrebbe esistere. Un ombra non è una panzana, è qualcosa che esiste realmente ma irrealizzata. Non è falsa, semplicemente non è vera. 

Come si vede, il pensiero di Agostino apre orizzonti sconfinati e non semplici che non possiamo semplicemente abbandonare nello spazio finora usato. La sua riflessione su teologia ed estetica merita una continuazione, così che la mente possa ruminare quanto finora affrontato per approfondire sempre più e meglio le insondabili profondità di questo mistero.

 

 

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