di Aurelio Porfiri

 

Corpo e spirito

 

Ho vissuto anni fa in una città moderna. Una città come ce ne sono tante in giro per il mondo. La mia era in Asia, ma per molti aspetti non era diversa da qualsiasi città europea o italiana. Uno di quegli aspetti che decisamente accomunava la mia città con tutte le altre era quello che viene definito come “sessualità libera” o “liberazione sessuale”. Cosa significa? Significa che il sesso, non viene più vissuto puramente nella sfera intima delle persone ma esso può (e per alcuni, deve) essere esibito, vissuto senza tabù o pudori. Quindi, in giro per le strade, si vedevano non infrequentemente immagini di donne (nella schiacciante maggioranza dei casi) che ostentavano il loro corpo alla pubblica ammirazione e alla privata concupiscenza. Foto, filmati, TV, Internet, tutto concorreva a questa pubblica ostentazione. Ed era un qualcosa da cui non era semplice distogliere l’attenzione. La debolezza della carne offusca la nostra capacità di controllarci e rende più difficile che il nostro pensiero (per non dire del resto…) rimanga esente dal fuoco della passione. Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica, tratta le passioni (anche di questo tipo) con mirabile intuito psicologico e con lungimirante sapienza pastorale. La bellezza che ci attrae attraverso la sensualità non va scacciata con proclami da virtuosi. Questo mi sembra importante da ribadire, il moralismo non è mai la soluzione, è soltanto una bugia che noi diciamo a noi stessi per cercare di sentirci migliori quando non lo siamo.

 

Bellezza e bellezza

Già, perché il problema è che i corpi di quelle donne (parlando da uomo) erano belli, erano attraenti. Ora, parlando di bellezza e di teologia, ci troviamo ad dover dirimere una questione delicata sull’uso di questa parola. Ciò che ci salva è bello (il più bello dei figli dell’uomo….) ma anche quello che ci perde è bello. Pensiamoci, tra le tentazioni possibili (denaro, potere, fama…) quella a cui si può riservare la parola “bellezza” è proprio quella legata alla sessualità. Se ti domandano perché ti piacciono i soldi, difficilmente risponderai: perché sono belli. Ma se ti domandano perché ti piace quella donna (o quell’uomo, per le donne) la risposta tipica è: perché è bella. Ora, nel trovare qualcuno bello, non c’è nulla di peccaminoso, ma quando la bellezza ci perde allora ci si deve fermare un attimo a riflettere. La bellezza salverà il mondo? O forse lo perderà? O queste domande non sono poste, qui, nella giusta maniera?

 

Ancora Platone

La nostra riflessione precedente su queste pagine, si era soffermata sul contributo dei greci, i classici del pensiero occidentale, sul tema della bellezza. Si era valutato particolarmente l’insegnamento di Platone, la bellezza come ideale sommo che si presenta incompleto in tanti “particolari” terreni: “perfette, semplici, immutabili e beate erano le visioni a cui eravamo iniziati e che contemplavamo in una luce pura, anche noi puri senza questo sepolcro che ora portiamo in giro chiamandolo corpo, legati ad esso come ostriche” (Platone, “Fedro”, versione italiana di D. Fusaro reperibile in www.filosofico.net.).

Il corpo è come una prigione che ci impedisce di protendere verso la bellezza assoluta. Questo pensiero, pur se andiamo semplificando, non sarà dimenticato nello sviluppo del pensiero cristiano. Abbiamo già appurato in precedenza che Cristo, venuto a riportare ordine nella Creazione, venuto a ristabilire il cosmico contro il caotico, è Bellezza. Ma come metterla con questa parola che ci salva e ci perde? Come avranno fatto i nostri predecessori nella fede a mettere d’accordo queste due dimensioni? Si deve cominciare dando uno sguardo a uno dei periodi d’oro della riflessione teologica e filosofica: il Medioevo.

 

(Le precedenti puntate le trovate qui)

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