Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da  padre Raymond J. de Souza, pubblicato su National Catholic Register. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

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Il Vescovo di Roma“, un documento di studio del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (DPCU) sul primato papale e l’ecumenismo, combina un resoconto dettagliato sui recenti sviluppi teologici con proposte che ignorano i principali sviluppi ecclesiali degli ultimi anni.

Nella sua enciclica del 1995, Ut Unum Sint (Perché siano una cosa sola), Papa Giovanni Paolo II ha invitato le altre Chiese cristiane e le comunità ecclesiali a ripensare come il ministero petrino possa essere esercitato al servizio di una maggiore unità dei cristiani. Si trattava di un invito audace, ma non ha generato una risposta significativa da parte di altri leader cristiani.

Nel 2020, in occasione del 25° anniversario dell’enciclica, il Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani ha avviato un processo di consultazione pluriennale che ha prodotto l’attuale documento di 43.000 parole. Non riuscendo a ottenere risposte effettive da altri pastori cristiani, il dicastero ha deciso di commissionare le proprie risposte alla comunità teologica.

Il dicastero lo descrive come “il frutto di quasi tre anni di lavoro veramente ecumenico e sinodale”:

“Il documento riassume circa 30 risposte alla Ut Unum Sint e 50 documenti di dialogo ecumenico sull’argomento. Ha coinvolto non solo i Funzionari, ma anche i 46 Membri e Consultori del Dicastero che lo hanno discusso in due Riunioni Plenarie. Sono stati consultati i migliori esperti cattolici in materia e numerosi esperti ortodossi e protestanti, in collaborazione con l’Istituto di Studi Ecumenici dell’Angelicum”.

Una rassegna degli studi e delle ricerche più recenti è certamente utile per gli operatori del settore. Cercare di capire perché l’invito di Giovanni Paolo è rimasto in gran parte inascoltato è necessario. Ma le proposte – e sono solo proposte – del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani hanno un che di “torre d’avorio”, molto distante dalla realtà effettiva dell’unità dei cristiani oggi.

 

La sinodalità non è una soluzione


Il titolo completo del documento suggerisce ipotesi su come potrebbero essere le cose piuttosto che su come sono effettivamente: “Il Vescovo di Roma: Primato e sinodalità nei dialoghi ecumenici e nelle risposte all’enciclica Ut unum sint”.

La sinodalità è di moda a Roma, ma non è mai stata menzionata nella Ut Unum Sint. Inoltre, la sinodalità oggi non produce unità ma divisione. Le strutture sinodali esistono da molto tempo e quindi non è detto che la sinodalità produca sempre divisione, ma ora è così.

Il fatto che il Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani proponga che una maggiore sinodalità porterà all’unità dei cristiani ignora importanti sviluppi nel mondo cristiano, che si sono verificati proprio mentre il Dicastero stava assemblando i suoi materiali di ricerca:

  • Le Chiese ortodosse – che sono governate da sinodi – non sono più in comunione tra loro. Mosca, la più grande Chiesa ortodossa, ha scomunicato Costantinopoli e Kiev.
  • Altrettanto ignorato è il fatto che nel 2023 molti primati anglicani – che costituiscono l’80% della Comunione anglicana globale – hanno dichiarato di non riconoscere più l’arcivescovo di Canterbury come “strumento di comunione”. Il Vaticano ha scelto di far finta che ciò non sia accaduto, ospitando all’inizio dell’anno l’arcivescovo Justin Welby e la riunione dei primati come se nulla fosse cambiato. Ma la Comunione anglicana – anch’essa governata da sinodi – non esiste più.
  • La Chiesa copto-ortodossa – un’altra Chiesa sinodale – ha rotto le relazioni ecumeniche con Roma solo pochi mesi fa a causa della presunta approvazione del Vaticano per la benedizione delle coppie dello stesso sesso.
  • Il processo del “cammino sinodale” in Germania ha prodotto gravi divisioni tra il Santo Padre e i vescovi tedeschi. La sinodalità sta attualmente erodendo l’unità cattolica ad intra. Perché allora il DPCU dovrebbe proporre di ampliarla ad extra?
  • Tra poche settimane, il secondo più grande dei riti orientali cattolici, la Chiesa siro-malabarese, potrebbe dover affrontare la scomunica di molti sacerdoti per una disputa liturgica di lunga data. In caso di scomuniche di massa, è possibile uno scisma. La Chiesa siro-malabarese è governata da un sinodo.


La sinodalità sta probabilmente attraversando la più grande crisi della sua storia. Il compito urgente dei pastori cristiani è quello di contenere i danni, non di ampliarne l’impatto.

Il documento di studio parla di sinodalità e primato in termini astratti. La realtà del XXI secolo è la divisione, non l’unità. È teoricamente possibile che un esercizio più sinodale del primato papale possa portare a un progresso ecumenico, ma questo semplicemente non è il caso oggi, né nel prossimo futuro. Il documento del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani rimane quindi un interessante esercizio intellettuale, ma non ha alcuna applicazione pastorale oggi.

Va anche ricordato che l’assemblea sinodale dell’ottobre 2023 ha constatato che non c’è accordo sul significato di sinodalità. Infatti, all’inizio di quest’anno è stato istituito un gruppo di lavoro vaticano per cercare di trovare un significato per la sinodalità. Se il Vaticano non comprende il significato di sinodalità, non può essere utile per ripensare il primato papale.

 

Vaticano I e Vaticano II


Sebbene il Concilio Vaticano I (1869-1870) sia noto soprattutto per la definizione dell’infallibilità papale, il suo insegnamento sulla “giurisdizione universale” è stato più importante nella vita quotidiana della Chiesa.

Il Vaticano I ha chiarito che il Papa ha autorità su tutta la Chiesa – un potere pieno, immediato e ordinario. Si tratta, a ben vedere, di un’interpretazione massimalista dell’ufficio petrino. Il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani ritiene che ciò possa costituire un problema e propone invece:

“una “ri-ricezione” cattolica, una “reinterpretazione”, una “interpretazione ufficiale”, un “commento aggiornato” o addirittura una “riformulazione” degli insegnamenti del Vaticano I. Infatti, alcuni dialoganti osservano che questi insegnamenti sono stati profondamente condizionati dal loro contesto storico, e suggeriscono che la Chiesa cattolica dovrebbe cercare nuove espressioni e un vocabolario fedele all’intenzione originaria, ma integrato in una communio ecclesiology e adattato all’attuale contesto culturale ed ecumenico”.

“Riformulare” l’insegnamento di un Concilio ecumenico è un compito importante, che un altro Concilio ecumenico potrebbe voler affrontare. Fortunatamente per il Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, il Vaticano II ha fatto esattamente questo, integrando l’insegnamento del Vaticano I sull’ufficio papale con la collegialità dei vescovi, che insieme vivono la communio della Chiesa. Nel 1995, Giovanni Paolo pensava proprio che l’ecclesiologia della communio del Vaticano II offrisse il cammino da seguire. Questo sembrerebbe un percorso più fruttuoso della riformulazione dell’insegnamento del Vaticano I.

 

Indietrismo?


Un altro caso in cui il documento di studio ignora le realtà attuali è che Papa Francesco ha fatto due passi indietro rispetto all’approccio communio del Vaticano II.

In primo luogo, la sua rimozione sommaria dei vescovi. Certo, la disciplina e la rimozione dei vescovi è spesso molto popolare; molte voci pensano che il Santo Padre dovrebbe farne di più. Tuttavia, la rimozione di un vescovo, soprattutto se il processo è oscuro o arbitrario, è animata più dallo spirito del Vaticano I che da quello del Vaticano II. I cristiani ora separati da Roma probabilmente non sarebbero entusiasti di un primato papale che può licenziare i vescovi come se fossero dei subordinati locali.

In secondo luogo, nella sua riforma della Curia romana, Papa Francesco ha deciso che il governo può essere esercitato da laici, il che significa che l’autorità non proviene dalla carica di vescovo, ma piuttosto da una delega del Santo Padre stesso. Si tratta di un punto di vista molto contestato e non ufficialmente definito dagli esperti di diritto canonico cattolico.

Tuttavia, l’idea che l’autorità derivi da un mandato papale piuttosto che da una partecipazione alla successione apostolica è un passo indietro rispetto al Vaticano II verso il Vaticano I. È improbabile che un approccio così arretrato sia attraente per altri cristiani nell’esercizio dell’ufficio papale.

Il “documento di studio” è un utile contributo accademico. Ma è il tipo di lavoro teologico che Papa Francesco spesso denigra come “teologia da scrivania”, lontana dalla vita reale del popolo cristiano.

 padre Raymond J. de Souza

 


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