di Sabino Paciolla
L’articolo di Matteo Carnieletto, pubblicato su La Verità il 29 gennaio 2026, offre una critica severa alla deriva percepita nella Chiesa cattolica post-conciliare, contrapponendo l’immagine tradizionale del prete alla figura del “prete-amico” moderno.
L’autore parte da un parallelo letterario con Giovannino Guareschi: Don Camillo appare sconsolato di fronte a don Francesco, soprannominato don Chichì, il prete “rivoluzionario” degli anni del Concilio Vaticano II. L’obiettivo era «demistificare»: via il grande Crocifisso dall’altare maggiore, sostituito da una «tavola calda», via l’altare tradizionale. Il risultato? Chiese sempre più vuote.
Don Chichì proponeva di «tornare alle origini», portando la parola di Dio casa per casa, trasformando il prete-burocrate in «amico» e intervenendo attivamente nei problemi dei fedeli. Secondo Carnieletto, questa idea – emblematica della Chiesa post-conciliare – fu un fiasco allora e rischia di ripetersi oggi.
Il pretesto attuale è il documento finale del Consiglio Permanente della CEI, che – in un linguaggio burocratico – demanda alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per studiare:
- linee orientative per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali;
- l’affido della cura pastorale a diaconi, laici o comunità non sacerdotali;
- aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender.
Tradotto: ogni parrocchia dovrebbe avere un responsabile (diacono o laico) per l’inclusione di persone omosessuali o trans. Per l’autore, questo è il sintomo di una Chiesa interessata a tutto – clima, disoccupazione, diritti LGBTQ+, ecologia – tranne che alla fede e alla salvezza delle anime.
Cita il modello opposto: san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, che passava ore nel confessionale, ascoltava peccati e difficoltà, assolveva e richiamava alla conversione. Era un «prete-prete», non un «prete-amico» come don Chichì o tanti prelati odierni, che – a furia di inseguire i lontani – hanno perso i vicini.
Le chiese sono vuote: resta qualche «vecchina» col rosario o chi chiede un miracolo. La «primavera del Concilio», come la definì Paolo VI, si è trasformata in un «gelido inverno» che ha ghiacciato le anime. Invece di psicologia e sociologia, serve chi parli di fede, dell’aldilà, del Cristo dell’altare maggiore che indica la via. Servono preti come don Camillo, con «mani come badili» per rimettere in carreggiata, capaci di scaldare «il nostro vecchio cuore di marziani», come scriveva Guareschi.
In sintesi, Carnieletto denuncia una Chiesa che, aprendo a mode contemporanee, rischia di perdere il suo centro: la salvezza eterna.
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