La pubblicazione della lettera dello scrittore e insegnante Giorgio Ponte nel blog di Sabino Paciolla (si invitano i gentili lettori a leggerla) è stata, a mio avviso, uno dei commenti più significativi e illuminanti relativi al DDL sopra citato. Questo perché nella lettera è stato evidenziato come il contenuto liberticida del disegno di legge soffochi anche le libertà degli stessi omosessuali. Paradossalmente il DDL contro l’omofobia diventa omofobo a sua volta. Giorgio a Milano ed io a Londra abbiamo avuto virtualmente modo di imbastire uno scambio di domande e risposte. Dalle origini Palermitane, alla passione per la scrittura, fino alla decisione di esporsi pubblicamente anni fa contro le prime leggi “omosessualiste”, ecco di seguito il ritratto di Giorgio Ponte che spero di aver reso il più fedele possibile.

 

Giorgio Ponte, scrittore

Giorgio Ponte, scrittore e docente

 

 

di Maurizio Patti

 

Patti: Prima di tutto Giorgio grazie per la tua disponibilità e per il tuo tempo. Raccontaci un po’ delle tue origini.

Ponte: Sono nato a Palermo, ultimo di quattro figli – il mio fratello maggiore, due sorelle ed io. Una famiglia in cui le figure femminili sono sempre state molto forti e rilevanti rispetto a quelle maschili. Basti pensare che in un’epoca in cui le donne non avevano ancora nemmeno il diritto di voto, mia nonna paterna è stata una delle prime donne in Sicilia a prendere la patente di guida, mentre quella materna ha intrapreso una fiorente carriera da pittrice quando era già sposata e con i figli grandi, arrivando a organizzare mostre a Parigi, a Milano e a Roma, senza il sostegno di nessuno. In casa le mie sorelle sono state due mamme aggiuntive alla mia, e tutte con lo stesso piglio. Questo, fra gli altri, è stato uno degli elementi che col tempo mi hanno portato a sviluppare un’attrazione omosessuale: circondato da donne forti, ero attratto da chi inconsciamente rappresentava un mondo che non conoscevo, anche se ne facevo parte. Il mondo degli uomini.

 

Con una nonna pittrice, è stata femminile anche l’influenza sul piano artistico?

Nella famiglia di mia madre i creativi sono stati tanti: architetti, cantanti lirici, scultori, pasticceri, pittori… E anche io mi sono dedicato a molte di queste cose: durante gli studi superiori ho studiato canto per tre anni; poi ho preso una laurea in Comunicazione Sociale a Roma, all’Università Salesiana, grazie alla quale conobbi il teatro e decisi di provare a entrare in un’accademia. Dopo un anno compresi che nemmeno quella era la mia strada e tornai a Palermo. Fu allora che ripresi a scrivere, dopo anni in cui non credevo di essere più in grado di farlo. Scrivere era stata la passione più antica che avevo e l’unica che alla fine mi corrispondeva pienamente. Ricordo vivamente il desiderio che avevo fin da bambino di raccontare storie che potessero fare bene alla vita di chi le leggeva.


Oggi sei anche insegnante di lettere e un tempo lo sei stato di Religione, ma nel frattempo sei riuscito a realizzare questo tuo sogno di diventare scrittore. Hai scritto quattro romanzi di un certo successo. Ce ne vuoi parlare?

Io sto con Marta è stato il vero successo di selfpublishing (autopubblicazione N.d.R.), per il quale Mondadori mi chiese i diritti dopo che per sei mesi il libro era rimasto nella top ten dei best seller di Amazon. Poi è venuta la Trilogia Sotto il Cielo della Palestina, che in realtà era stata scritta prima, e che Mondadori non ha voluto pubblicare. In Io sto con Marta, la protagonista è di Palermo e si trasferisce a Milano per cercare lavoro. È una storia dei nostri tempi, sul precariato e la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo. Una storia rocambolesca e con diversi colpi di scena e dal tono comico e leggero, con molti riferimenti autobiografici. Anche io ho seguito il percorso di Marta, da Palermo a Milano, città in cui ora vivo e che amo profondamente. Nulla di quello che ho vissuto in questi anni, compresa la mia testimonianza pubblica, sarebbe potuta accadere in una città diversa. Il romanzo vuole essere anche un omaggio a lei.

 

La trilogia con soggetto biblico invece ha un tono completamente diverso che denota le tue doti eclettiche di scrittore.

Purtroppo non tutti la pensano così. Il cambio di genere letterario non è una scelta che viene sempre compresa in ambito editoriale e per questo ad oggi Levi, Giairo e Yokabe restano tre libri senza editore. Si tratta di tre personaggi secondari del vangelo dei quali il racconto biblico non conserva nemmeno i nomi, e ai quali io ho cercato di restituire carne e identità, rendendoli protagonisti e immaginando le loro vite prima e dopo quell’incontro che costituisce l’unico frammento che conosciamo della loro vita. In essi ho riversato pezzi del mio vissuto, in un momento in cui non ero dichiarato e cercavo un modo per testimoniare quanto Dio aveva fatto per me. Il primo che ho scritto fu Yokabe, che incarnava il sentimento di rinascita che avevo provato appena tornato da Roma, dopo la mia prima relazione omosessuale che mi aveva devastato; Giairo invece fu ispirato dalla prima vera amicizia maschile che mi salvò la vita e Levi dice come nessuna esistenza, per quanto piccola, quando viene toccata da Dio resti fine a sé stessa. La vita dei protagonisti, pur di duemila anni fa, riflette tematiche contemporanee di dimensioni universali e atemporali. La trama è tessuta in maniera che l’incontro con Gesù non sia come una “magia” risolutiva, ma il compimento di un cammino che i protagonisti iniziano (e che qualsiasi uomo, anche non di fede può affrontare), quando scelgono di non fuggire più dalle proprie ferite esistenziali e dal dolore, per scorgere in esse quella scintilla di vita nuova che poi Cristo fa divampare. L’esperienza umana è al centro, perché ogni essere umano, idealmente, possa ritrovarcisi.

 

Penso che i lettori rimarranno affascinati da queste storie, come è capitato a me. Il tema della trilogia riflette una forte sensibilità religiosa. Sei cresciuto in una famiglia cristiana? E come si è sviluppato il tuo incontro con la fede e la Chiesa?

Si la mia famiglia è profondamente cristiana. Mi ha sempre colpito come quella dei miei fosse una fede vissuta realmente, non formale. Tuttavia anche io a un certo punto ho avuto bisogno di staccarmi dall’esperienza dei miei genitori per trovare il carisma e l’esperienza che riuscissero a farmi compiere il mio incontro personale con Cristo, “scrostandolo” di tutti i retaggi che non appartenevano al Suo Volto, ma a un certo tipo di educazione ricevuta. Alle Superiori è stato fondamentale l’incontro con la Congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù, di matrice ignaziana, fondata da Santa Raffaella Maria.

 

Nelle tue interviste racconti spesso di come in quella realtà tu ti sia sentito accolto a nome della Chiesa anche con la tua ferita da cui si è generata l’omosessualità.

Sì, esatto. La suora responsabile dei gruppi giovanili che condividevano il carisma delle congregazione è stata la prima con cui io riuscii a parlare di quanto provavo e dell’esperienze degli abusi che avevo subito da bambino.

 

Come è stato condividere con il mondo la tua esperienza di vita? Cosa è significato per i tuoi, per la tua famiglia.

Quando nel 2015 decisi di espormi pubblicamente da persona con attrazione omosessuale in difesa della dottrina della Chiesa e della famiglia naturale, contro le Unioni Civili e il DDL Scalfarotto (prima bozza dell’attuale Zan sull’omotransfobia N.d.R.) avevo già avuto modo di affrontare i miei genitori e i miei fratelli e di parlare con loro delle ferite che tutti noi in famiglia ci portavamo dentro da generazioni e che facevamo finta di non vedere. Ferite di cui la mia omosessualità era solo il sintomo più evidente. È stato un momento importantissimo per tutti noi, perché potessimo riprendere ad avere rapporti in verità e poter sperare di perdonarci per i mali involontari che ci eravamo causati. Perciò al momento di espormi, per quanto mi riguardava, il peggio con loro lo avevo già affrontato: ho dovuto solo comunicare quanto avevo intenzione di fare e tutti mi hanno sostenuto, come sempre.

 

Cosa ti ha fatto decidere ad un certo punto che fosse opportuno dichiarare la tua omosessualità pubblicamente?

Ho sempre avuto la consapevolezza che la vita di ciascuno di noi ha uno scopo che non va inventato, ma scoperto. La vocazione non è una casellina da segnare sulla carta di identità alla voce “stato civile”: è rispondere ad una chiamata nell’oggi per amare di più, con quello che hai, coloro che hai attorno a te. Per certi versi è molto più semplice di come la raccontano in certi ambienti clericali. Ognuno ha un compito e una responsabilità specifica, ma tutti, in modo diverso, siamo chiamati a testimoniare ciò che Dio ha fatto per noi. E nella mia vita Dio si è rivelato sempre nonostante la sofferenza e il dolore (anzi, proprio attraverso di essi) con tanta tenerezza e amore: con incontri, esperienze, fatti che mi hanno mostrato la verità su di me. Tuttavia questa esperienza non era comune a molti né dentro, né fuori la Chiesa. Dovevo raccontarlo. In un mondo in cui la visione dell’uomo è manipolata con menzogna e inganno e la visione antropologica cristiana viene a priori esclusa, è giusto dare le ragioni della nostra fede, a patto di credere che tali ragioni, sul piano umano e razionale, esistano. Io lo avevo sperimentato e sapevo che la visione dell’uomo che divide la gente in base al desiderio sessuale non corrispondeva alle verità della persona umana, prima di tutto sul piano psicologico, e solo dopo su quello spirituale.

 

Quindi se ho ben capito non sei mai stato mai respinto dalla Chiesa? Ti chiedo questo perché uno dei capisaldi della visione monolitica alla quale tu ti sei contrapposto è che la Chiesa odii chiunque abbia attrazione omosessuale.

Al contrario. Mi sono sempre sentito accettato, sostenuto e valorizzato come persona dalla Chiesa. L’incontro con Cristo, se è vero, deve esserlo a trecentosessanta gradi: non può escludere nulla della persona. E questo vale per chiunque, quale che sia la parte di sé con la quale fa fatica a fare i conti o mostrare agli altri. La Chiesa mi ha liberato dal mio vittimismo, mostrandomi che nulla di me era inconfessabile o indegno di essere amato, persino la mia miseria. Dare il giusto peso ad ogni parte di te, compresi i tuoi desideri più o meno sani, capire ciò che essi dicono della tua storia, quali bisogni reali nascondano, vuol dire riappropriarsi di tutta la dignità del tuo essere uomo; del tuo essere umano. In questo, la presenza della Chiesa mi è sempre stata amica e di aiuto, attraverso i molti carismi diversi che la abitano, e che molti fuggono senza conoscerli o ritenendo che il proprio sia il migliore, quando invece tutti concorrono al bene della persona. In ogni momento Dio mi ha messo davanti la realtà o il dono che mi serviva per affrontare un dato pezzo di cammino, a volte per mesi, a volte per anni. La guida dei corsi dei Francescani ad Assisi, i doni del Seminario di Vita Nuova del Rinnovamento dello Spirito, i Dieci Comandamenti di Rosini, l’onestà intellettuale di alcune scuole di comunità di Comunione e Liberazione, e ora la forza dello Spirito e la libertà interiore che si respira nel carisma di Nuovi Orizzonti: ciascuno di questi luoghi ha contribuito a darmi nutrimento, vita e nuove armi e strumenti per affrontare il mio cammino. Da tutte sono stato sempre accettato come uomo, figlio amato, e mai incasellato riduttivamente come omosessuale.
Nulla di paragonabile al clima che si respira nel mondo LGBT, dove chi osa non allinearsi al pensiero unico viene isolato o denigrato o in casi estremi come il mio, anche minacciato.

 

Perché accade questo?

Mi faccio sostenitore di una visione dell’omosessualità molto scomoda e impopolare, secondo la quale essa non è una condizione innata da subire passivamente. La responsabilità genetica dell’omosessualità, dopo infiniti tentativi da parte del mondo LGBT, non è mai stata dimostrata. Per fattori legati all’infanzia e alla crescita nell’ambiente familiare e sociale si può sviluppare un orientamento sessuale opposto alla finalità naturale per la quale è fisiologicamente programmato il nostro corpo. Tuttavia tale orientamento non è statico. Il rapporto con i genitori è fondamentale. L’autore Joseph Nicolosi (i cui libri sono stati tutti ritirati e censurati da Amazon, che evidentemente ritiene meno pericoloso vendere il Mein Kampf di Hitler o la Bibbia di Satana, che ancora si possono acquistare sul suo portale) è portavoce di una terapia che mira a prendersi cura della ferita da cui si genera l’omosessualità e che negli anni ha dato molti risultati, ovviamente non matematici o uguali per tutti. Per cui ci possono essere dei cambiamenti nel corso della vita di una persona etichettata come omosessuale. Un noto esempio è Luca di Tolve che nel suo libro “Ero Gay” illustra proprio questo tipo di cammino. O Richard Cohen, o Andrew Comiskey. Non pretendo che tutti condividano questa visione, ma voglio avere la libertà di poterla esprimere. Libertà che in genere l’attivismo gay contrasta perché mina l’unico criterio di appartenenza su cui si fonda: noi siamo nati così, uniti contro il mondo da questa “natura” omosessuale.


Prima di parlare della legge, volevo chiederti: molti si sentono perseguitati dalla Chiesa perché ritengono che ciò che da essa viene spesso identificato con la sessualità abbia prima una connotazione affettiva. E a questi sembra che la Chiesa, opponendosi agli atti sessuali “disordinati” si opponga anche ai loro sentimenti. A tal proposito vorrei leggerti una citazione di Eliot sul sentimento di disagio che molti (omosessuali e non) sentono rispetto alla Chiesa e a ciò che essa propone come condotta di vita nel suo Magistero: “Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perché dovrebbero amare le sue leggi? Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare. È gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri. Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli. Essi cercano sempre d’evadere dal buio esterno e interiore, sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono”. Cosa ne pensi?

La nostra società associa sempre ed esclusivamente l’affettività alla sessualità. Abbiamo disimparato cosa vuol dire amare, e pensiamo che l’amore si basi sull’intesa sessuale con qualcuno. La cosa sconcertante è che anche negli ambienti ecclesiali è passato il medesimo concetto, quando la forma più grande di amore di cui Gesù ci parla è l’amicizia: una forma relazionale che non prevede atti sessuali. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” Gv 15,13. La Chiesa nelle sue forme istituzionali (al netto del singolo prete autarchico più o meno in buona fede), non fa che ricordarcelo, restituendo ad ogni uomo la sua identità di figlio, senza mai ridurlo ai propri orientamenti sessuali. Siamo tutti uomini, creati e amati da Dio, a sua immagine e somiglianza e per questo sacri. Nella Bibbia non esiste la parola omosessualità. Si parla di comportamenti che dicono l’Amore, per come Cristo lo ha inteso, o non lo dicono. In questo essa è chiara e davvero egualitaria con tutti: la castità non è prerogativa di chi ha attrazione omosessuale, ma di ogni uomo o donna, sposato o meno. Ciò che è disordinato, lo è per tutti. Allo stesso modo di ciò che è vero Bene. Anche nel matrimonio tra un uomo e una donna c’è un invito alla castità matrimoniale, poiché la castità è più che semplice continenza. Essa, all’atto pratico, solo fuori dal matrimonio si traduce in una continenza, e tuttavia non è mai riducibile ad essa. Imparare la castità vuol dire trovare la strada per un vero rispetto di se stessi e dell’altro senza possedere ed essere posseduti, ma amando nella libertà. Posso non andare a letto con qualcuno eppure non essere casto nel mio rapporto con lui, manipolandolo e “possedendolo” psicologicamente. La castità autentica permette anche all’affettività di esprimersi in un amore che trascende l’aspetto sessuale. Se io amo un altro uomo, come ama Cristo, nessuna Chiesa mi può dire che questo è peccato. Ma siamo certi che possederlo o lasciarmi possedere da lui fisicamente sia segno di un amore del genere? Non voglio negare la fatica che si può fare nel vivere questa verità. Siamo deboli, e schiavi di forze inconsce che agiscono su di noi. Si cade e ci si rialza. Solo chi non vive, e non cammina, non cade mai. Io stesso, ho vissuto una castità piena solo in alcuni periodi della vita, anche molto lunghi, ma ad oggi ho ancora delle forme di dipendenza dal sesso che mi rendono schiavo, nei momenti di tristezza o frustrazione. Tuttavia so qual è la direzione, perciò so dove sono diretto ogni volta che perdo la strada. Una volta che hai gustato quella libertà, la libertà di saper amare davvero, vuoi tornare lì, dove senti che la vita fiorisce. È dura certo, ma solo le cose difficili valgono la pena di essere vissute. Per questo ciò che il Vangelo e il Magistero ci consegnano crea tensione e fastidio. Eliot lo dice bene: “dura dove noi vorremmo essere teneri, tenera dove noi vorremmo essere duri”. Tutti d’istinto fuggiamo la durezza del vivere. Il problema è che così ci perdiamo anche la tenerezza della vita, e viviamo già come morti.

 

E tu? Sei solo in questa battaglia del vivere? Hai modo di vivere quell’amore di cui parli?

Nella mia vita ho la grazia di avere molti amici con i quali condivido la vita, anche quando non condivido la stessa visione delle cose. Una conquista che solo un cammino come quello di Nicolosi poteva darmi: scoprirmi uomo come gli altri e gustare la bellezza dell’amicizia libera profonda e non erotizzata con tutti quegli uomini che per anni avevo considerato irraggiungibili o al contrario inferiori e “grezzi”. Quando esci da te stesso scopri quanta meraviglia c’è attorno a te e di cui ti eri privato. Tuttavia nel testimoniare sono pubblicamente solo, purtroppo, ad eccezione di Luca Di Tolve. Fra quelli che mi sostengono privatamente ci sono centinaia di persone che hanno superato l’attrazione omosessuale e si sono sposati con donne che conoscono la loro storia, anche se non hanno il coraggio di parlare in pubblico, e altri che cercano di vivere come me. Ma la paura delle persecuzioni LGBT e un malinteso senso di pudore, alimentato anche da certi contesti di Chiesa, impedisce a queste persone di unirsi con me nella testimonianza. Ultimamente sto ricevendo molto sostegno dalle chiese Pentecostali, dove questi temi si affrontano all’ordine del giorno e le testimonianze di persone che hanno storie anche più significative della mia fioccano a migliaia. Questo è un dolore grande che mi colpisce personalmente e che colpisce, con l’omissione di tanti, la Chiesa Cattolica stessa, dove risuonano solo le menzogne gridate al suo interno da chi vuole il male delle persone, mentre chi sa la verità resta in silenzio. Ma più che pregare che lo Spirito risvegli nuovi testimoni, non posso fare.

 

La tua risposta riguardo all’affettività mi fa venire in mente il libro di CS Lewis “i quattro Amori”. L’amicizia è uno di questi. Re Davide (che aveva 8 mogli e più concubine) definisce la sua amicizia con Jonathan così “Io sono in angoscia a motivo di te, Gionatan, fratello mio; tu mi eri molto caro, e l’amore tuo per me era più meraviglioso dell’amore di donna” 2 Samuele, 26 .

Sì, purtroppo questa citazione è stata molto spesso manipolata dai gruppi cosiddetti “gay cattolici”, completamente contrari alla dottrina e alla verità biologica dell’essere umano, che l’hanno strumentalizzata per giustificare gli atti sessuali e leggere un rapporto omosessuale in quella che era una amicizia per la vita tra uomini (come molti esempi di Santi nella Chiesa ci hanno consegnato nella Storia).

 

Ma concludendo, veniamo al disegno di legge che verrà discusso alla Camera il 27 luglio. Perché secondo te è contro le libertà fondamentali degli uomini e quindi contro gli omosessuali che la pensano come te diventando paradossalmente omofoba?

Oltre a categorizzare le persone omosessuali in base al loro orientamento, rendendoli per un’attrazione puramente soggettiva meritevoli di garanzie speciali diverse da tutti gli altri cittadini, il testo di questa legge resta volutamente ambiguo sul reato che dovrebbe punire, per poter colpire qualsiasi manifestazione di pensieri contrari a quelli portati avanti da un certo attivismo LGBT. Basti pensare che se il disegno di legge passasse, questa intervista stessa sarebbe soggetta a possibili denunce. Non definendo cosa sia “discriminazione” e “incitamento all’odio” il DDL Zan diventa uno strumento per imbavagliare il libero pensiero, dal momento che già le mie parole di oggi per alcuni corrisponderebbero a una forma di discriminazione nei confronti di chi la pensa diversamente. E gli emendamenti proposti recentemente da alcuni esponenti dell’opposizione non ovvierebbero a questo problema, lasciando comunque a discrezione del giudice il discrimine tra ciò che è “espressione di un opinione” e ciò che sarebbe “incitamento all’odio”. E questo non è ammissibile. Ognuno può e deve pensare ciò che vuole su questi temi, però se la legge passasse non sarebbe più permesso a me e a tanti altri come me di esprimere le proprie idee, nemmeno quando esse prendessero a riferimento la propria storia, ciò che si è vissuto personalmente. Dire poi che chi vuole può intraprendere una terapia per cambiare la proprio inclinazione sessuale, già oggi porta al linciaggio mediatico assicurato: figurarsi dopo che sarà passata una legge del genere. Persino io, che non ho cambiato orientamento, sarei perseguibile come “omofobo interiorizzato” per aver detto che vale la pena provarci. Mentre una società veramente civile e rispettosa della libertà dei cittadini deve permettere ad ognuno, se vuole, di esplorare la propria esperienza umana a partire dalle proprie convinzioni. E in ogni caso non può impedire una pluralità di informazioni su qualsiasi argomento. Imporre una sola visione delle cose significa negare qualsiasi possibilità di scelta. E questo, da quel che so, avviene solo nei sistemi totalitari.

 

Grazie Giorgio per la tua testimonianza e il tuo coraggio.

 

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