Valdimir Putin, presidente della Russia
Valdimir Putin, presidente della Russia

 

 

di Mattia Spanò

 

Il discorso che Vladimir Putin ha tenuto agli stati maggiori russi il giorno dopo la visita (a sorpresa, dicono) di Biden a Zelensky presenta, alle orecchie di un russo, ben poche novità. Il presidente ha detto cose che afferma da anni, se non decenni.

Di questa lunga summa putiniana si può pensare tutto il male possibile, ma a parte alcuni passaggi pratici per lo meno ovvi – come la sospensione del trattato Start (nessuno sano di mente permetterebbe al nemico di entrargli in casa per contare le bombe di cui dispone) – è degno di nota il messaggio che Putin manda all’Occidente, il vero destinatario del suo lungo discorso.

Putin dice una cosa molto chiara e semplice: noi occidentali siamo corrotti. Lo siamo materialmente, lo siamo economicamente e politicamente, lo siamo spiritualmente.

Ci sono due atteggiamenti possibili di fronte a questo giudizio così tagliente. Il primo è quello di bollarlo come la propaganda di un pazzo fanatico in difficoltà, e mi pare che questa interpretazione vada per la maggiore, benché largamente confutata da dati oggettivi che non si vogliono mettere nel calcolo.

Il secondo è quello di esaminare uno per uno gli argomenti del presidente russo, e scoprire che ha ragione da vendere su quasi tutti i difettucci che ci attribuisce (si può fare qualche appunto qua e là, ma si tratta di dettagli poco significativi).

Chi può in coscienza negare il dissesto di tutti i valori occidentali perpetrato negli ultimi decenni? Il punto dirimente è che per le élite occidentali e i loro scherani questo sovvertimento, questa corruzione, questa umiliazione radicale della struttura morale e naturale dell’uomo sono cosa buona e giusta.

La parola corruzione di per sé indica il deterioramento irreversibile delle cose, siano esse buone o cattive (vanno in malora tanto le carogne quanto le castagne).

L’esistenza umana, tutta la civiltà – qualunque civiltà – si è costituita come argine contro il tempo, e la cancellazione e l’oblio che inevitabilmente porta con sé, ecco che questa naturale tendenza alla putredine diventa di colpo il fondamento desiderabile di un nuovo modo di essere. Che è non essere, cupio dissolvi, la morte come bene supremo e una vita di stenti e miseria come giusto contorno.

L’idea che l’uomo, così com’è e si presenta, sia un colossale errore, che occupi abusivamente uno spazio da liberare tramite la corruzione del vecchio che faccia posto al nuovo indistinto ma buono, in epoca moderna ha preso un’accelerazione quasi parodistica. Il male, in fondo, si presenta sempre come una caricatura scimmiesca del bene.

Per sommi capi si può dire che l’Occidente abbia in effetti raggiunto obiettivi impensabili per culture più statiche e legate al proprio passato come quella russa, indiana, cinese o persino africana.

Ma questi successi sono dovuti in larghissima parte a premesse che sono state in seguito messe in discussione e rifiutate. La scienza moderna e il metodo scientifico nascono nel Medioevo, ma questo nessuno lo dice.

Nei fatti noi abbiamo legato a doppio filo il processo di costruzione a quello di distruzione. Il Progresso è essenzialmente un gigantesco infinito processo di distruzione e ricostruzione, nuova distruzione e nuova ricostruzione.

Questo è il modus supervivendi dei parassiti, i quali non a caso dopo aver distrutto un ospite devono passare ad un altro. Proprio la Russia è stata, nella sua storia recente, un magnifico esempio di come un’ideologia radicalmente occidentale come il comunismo marxista possa venire impiegata per distruggere un paese.

Non mi interessa tanto criticare Marx (che ho rivalutato, peraltro) quanto l’uso contundente e distruttivo, appunto parassitario, che si può fare delle idee. Idee cicliche che infettano di proposito l’umanità col proposito di correggerla, curarla, metterla finalmente sulla retta via dell’auto-salvazione. Finché qualcosa non va storto, il che accade sempre quando si occupa abusivamente lo spazio della natura, o di Dio per chi ci crede.

Faccio quattro rapidi esempi di cosa intendo con “corruzione parassitaria”.

Un conto è rispettare e tutelare l’ambiente, un altro obbligare le persone a mangiare insetti o andare a piedi per “salvare il pianeta”. Il quale pianeta, come osservava George Carlin, se vuole ci si scrolla di dosso come un cane le pulci.

Un conto è invitare le persone ad onorare la Quaresima non mangiando carne il venerdì o praticando il digiuno, un altro stravolgere completamente il significato del sacrificio chiedendo di digiunare dall’uso del gas.

Spostare il sacrificio dal proprio corpo fisico ad un altro corpo fisico – il Pianeta, sempre sia lodato – non è un gesto neutro: l’uomo diventa cellula, parte sacrificabile di un nuovo Tutto. Non è nemmeno più degno di mortificarsi in vista di un’esaltazione divina. Lo spirito è altrove, non abita più in noi. Se vi pare poco…

Un conto è rispettare le persone con tendenze sessuali omoerotiche o disforia di genere, un altro affermare che queste persone abbiano diritto a denunciare persone che non si rivolgono a loro in forma a loro gradita, adottare bambini, o si debba consentire a stupratori seriali che si sentono donne di essere internati in carceri femminili. La minoranza è titolare di un surplus di diritti specifici, e questi sono i nuovi principi non negoziabili.

Un conto è riconoscere l’importanza e il giusto valore ai progressi e alla ricerca medico-scientifica, un altro l’iniezione massiva di qualsiasi porcheria lor signori abbiano pensato “per il nostro bene”.

A tale riguardo, è abbastanza interessante notare che Putin, almeno a parole, metta la giusta distanza fra il potere nella sua massima espressione – lo Stato – e i comportamenti e le scelte individuali. Questa distanza è completamente scomparsa dalle nostre parti: non viene nemmeno nostalgicamente rievocata.

Si afferma anzi il contrario: che un potere bulimico, idrofobo, psicotico ha ogni diritto di abusare del singolo senza ritegno, né remora, né vergogna. Che il pensiero autonomo, originale, indipendente non hanno più diritto di cittadinanza.

Su questo non detto del discorso putiniano vale la pena riflettere ben oltre l’esito della guerra. Che c’è e ci sarà, e finirà come tutte le guerre precedenti. Con buona pace della manica di debosciati che ci governano a tutti i livelli.

Quanto affermato sinora non significa, come mostrano di credere alcuni, che la Russia sia un faro di luce nella notte e Putin un nuovo Carlo Magno. In definitiva, questo giudizio sarebbe nient’altro che una “reiterazione del reato”.

Quello che andrebbe rigettato con fermezza è il carattere antropocratico – qualcosa di ben peggiore della peggior teocrazia – dell’Occidente, che semplicemente non è più in grado di vivere dentro sé stesso, e al tempo stesso non sopravvive al di fuori di sé.

Non lo è perché ha rigettato la dimensione verticale, l’ipotesi di uno sguardo dall’alto sull’uomo e sul mondo. Il bene e il male, le tenebre e la luce vengono irrisi e risolti nell’unica via possibile – there’s no alternative: la morte servita in tutte le salse.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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