di Sabino Paciolla
La confessione shock di Mark Carney al World Economic Forum
Il 21 gennaio 2026, Mark Carney, Primo Ministro del Canada, economista laureato ad Harvard che ha lavorato a Goldman Sachs ed è stato governatore della Banca del Canada e della Banca d’inghilterra, ha tenuto un discorso al World Economic Forum di Davos che ha fatto scalpore nell’establishment progressista internazionale. L’intervento, intitolato “Principled and pragmatic: Canada’s path”, conteneva un’ammissione straordinaria: per decenni l’Occidente ha vissuto consapevolmente nella menzogna dell’ordine internazionale basato sulle regole.
Carney ha utilizzato una potente metafora tratta dal saggio “Il potere dei senza potere” di Václav Havel, paragonando i paesi occidentali al fruttivendolo cecoslovacco che, pur non credendoci, appendeva ogni giorno lo slogan comunista in vetrina per conformarsi al sistema.
“Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente. Che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima.”, ha detto Carney.
Il Primo Ministro canadese ha sostenuto che questo “patto” non funziona più perché le grandi potenze hanno iniziato a utilizzare l’integrazione economica come arma, trasformando dazi, infrastrutture finanziarie e catene di approvvigionamento in strumenti di coercizione. La sua proposta? Le “potenze medie” come il Canada devono “togliere il cartello dalla finestra”, costruire autonomia strategica e creare coalizioni “a geometria variabile” basate su valori condivisi. In questa geometria variabile è ricompresa ovviamente anche la Cina messa quasi alla pari con gli USA. Anzi, Carney ha affermato a Pechino che la Cina è, in questo momento, un partner commerciale più affidabile degli Stati Uniti. “Prendiamo il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse”, ha affermato Carney.
Una tale posizione ha fatto ovviamente infuriare il Presidente degli USA che ieri ha minacciato il Canada di ulteriori dazi al 100% in risposta agli accordi commerciali strategici che il Canada ha appena imbastito con la Cina. Inoltre, su Truth Social, Trump ha comunicato a Carney di aver revocato l’invito al Canada di entrare a far parte del suo Consiglio di pace, una proposta che Carney stava valutando ma che non aveva ancora accettato.
Il discorso di Mark Carney è stato salutato con grande acclamazione dal mondo progressista, tanto da spingere Paolo Valentino a scrivere sul Corriere della sera:
Se l’occidente che non vuole sottomettersi all’arroganza prevaricatrice di Donald Trump cercava un leader, martedì lo ha trovato nel più improbabile dei luoghi e nel più inopinato dei politici.
Le contraddizioni evidenziate dalla critica di George Magnus
Nonostante l’entusiasmo suscitato negli ambienti progressisti, l’analisi di George Magnus su Engelsberg Ideas ha messo in luce le profonde contraddizioni del discorso di Carney. Magnus riconosce che “c’è molta sostanza” nelle parole del premier canadese, ma sottolinea come alcune sfumature nella sua retorica siano “inappropriate, forse fuorvianti e potenzialmente pericolose”.
Il primo problema riguarda la Cina, con cui Carney ha appena concluso una “nuova partnership strategica” durante la sua prima visita a Pechino dopo otto anni. Magnus evidenzia l’ipocrisia di criticare gli Stati Uniti di Trump mentre si elogiano accordi con la Cina di Xi Jinping. La Cina, ricorda l’economista, ha registrato un surplus commerciale di 1,2 trilioni di dollari nel 2025 (il 6% del PIL), diventando “la più grande potenza mercantilista del mondo”. Oltre 50 paesi hanno dovuto erigere barriere commerciali contro le esportazioni cinesi a basso costo. Come può Carney considerare la Cina un partner “più affidabile” degli Stati Uniti, quando Pechino è “uno Stato totalitario che rappresenta una minaccia per la sicurezza, una forza organizzatrice per altri Stati autocratici e un sostegno alla guerra della Russia in Ucraina”?
Il secondo problema è ancora più grave: il parallelo con Havel risulta profondamente sbagliato. Magnus osserva che Carney confonde la coercizione esercitata dai comunisti nell’URSS e nell’Europa orientale con la partecipazione volontaria all’ordine liberale del dopoguerra. “Niente potrebbe essere più lontano dalla verità”, scrive. I paesi hanno aderito all’ordine occidentale per due ragioni fondamentali:
1) perché credevano in quei valori, non perché costretti. L’ordine era certamente imperfetto e spesso ipocrita, ma equiparare la vita sotto il totalitarismo comunista alla partecipazione al sistema liberale occidentale è un’operazione intellettualmente disonesta.
2) perché era per loro conveniente da pmolti punti di vista: economico, sicurezza, strategia.
Non a caso, è proprio Carney che sottolinea quest’ultimo aspetto quando dice:
Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. (…)
Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie.
Così, abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E abbiamo in gran parte evitato di sottolineare il divario tra retorica e realtà.
Ma “Questo accordo non funziona più.”, dice Carney.
Perché proprio ora? La Groenlandia come punto di svolta
La domanda cruciale è: perché Carney ha sollevato questa questione proprio ora, con tale veemenza? La risposta la fornisce Francesco Sylos Labini in un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano: “Perché per la prima volta la prepotenza non è rivolta verso ‘gli altri’, ma verso l’Europa stessa”.
Il caso emblematico è la dichiarata volontà di Donald Trump di annettere la Groenlandia, territorio di un paese europeo, la Danimarca. Come scrive Sylos Labini: “La differenza fondamentale tra Trump e i precedenti presidenti statunitensi è che Trump tratta l’Europa esattamente come gli Stati Uniti hanno sempre trattato il resto del mondo”.
Per comprendere la portata di questa rivelazione, è essenziale distinguere tra diritto internazionale delle Nazioni Unite e il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” (Rules-Based International Order, RBIO). Il diritto internazionale è un corpus di norme giuridiche vincolanti che regolano i rapporti tra Stati sovrani, fondato sulla Carta dell’ONU del 1945, sui trattati multilaterali e sulle decisioni della Corte Internazionale di Giustizia. I suoi principi cardine sono la sovranità e l’uguaglianza giuridica degli Stati, la non ingerenza negli affari interni, la risoluzione pacifica delle controversie e il divieto dell’uso della forza.
Il RBIO, invece, non ha alcun fondamento giuridico, ma solo geopolitico. È una costruzione ideologica promossa dai paesi occidentali che rimanda a un insieme di norme e valori che non coincidono necessariamente con il diritto internazionale codificato. Come spiega Sylos Labini: “Il RBIO include meccanismi decisionali ed esecutivi collocati al di fuori del perimetro ONU. Questo ‘ordine’ viene frequentemente invocato per giustificare interventi unilaterali o multilaterali non autorizzati dal Consiglio di Sicurezza, in nome della tutela dei diritti umani, della democrazia liberale o della sicurezza globale”.
In sostanza, mentre il diritto internazionale è diritto, il RBIO è politica – una visione normativa selettiva costruita e imposta da un blocco di potere che controlla le principali istituzioni economiche, militari e mediatiche globali.
Dal multilateralismo di facciata al multipolarismo reale
Trump sta trattando l’Europa da vassallo perché il continente è debole in una fase di transizione geopolitica epocale: dal fantomatico multilateralismo (mai realmente esistito) a un multipolarismo effettivo che vede tre poli principali – Stati Uniti, Russia e Cina. Il quarto, rappresentato dall’India, lo possiamo considerare in nuce, data la grandezza della popolazione indiana, 1,5 miliardi di persone. Ricordiamo che l’india rappresenta la più grande democrazia al mondo, e sta facendo passi importanti nell’assumere le fattezze di una potenza internazionale di tutto rispetto con cui occorre misurarsi, quanto meno dal punto di vista economico e commerciale .
L’Europa si trova invece in una posizione di debolezza perché si è cullata per decenni all’ombra del potere statunitense, senza sviluppare una vera identità strategica autonoma. Come nota Sylos Labini, il continente è oggi “privo di risorse naturali strategiche, prigioniero di una dipendenza energetica strutturale e sempre più marginale sul fronte dell’innovazione tecnologica”. È frammentato internamente in varie identità nazionali, indietro in termini di difesa, ricerca e sviluppo. L’Europa è ammalata di una strana patologia che la porta ad una iperproduzione di norme che servono semplicemente a soddisfare un delirio politico di alcuni rappresentanti e a frustrare le attese dei cittadini europei.
Cosa ancora più importante e decisiva, l’Europa come parte dell’Occidente, ha volutamente contribuito a distruggere la sua più intima identità cristiana che ha reso grande nella storia la civiltà occidentale.
A tal proposito, L’allora Papa Benedetto XVI profeticamente disse:
«C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico. L’Occidente tenta sì in maniera leader di aprirsi fino in fondo, ma si nega sostanzialmente a se stesso. […] L’Europa, per sopravvivere, ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se essa vuole davvero sopravvivere.»
L’esito di questo odio di sé è un sempre più dilagante nichilismo che ha la sua espressione pubblica nel wokismo europeo.
Nell’ottica del multipolarismo, Trump tratta quindi l’Europa, proprio a causa delle sue debolezze, come un vassallo rispetto al polo americano e alla sua sfera di influenza. E questa è la ragione per cui Carney e altri leader europei improvvisamente scoprono l’ipocrisia del sistema che hanno sostenuto per settant’anni: alla fine, la prepotenza li colpisce direttamente.
Il cinismo insopportabile: Valori democratici calpestati dall’Occidente stesso
Qui emerge il cinismo più insopportabile del discorso di Carney. Il Primo Ministro canadese parla di costruire un nuovo ordine basato su “valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, rispetto dei diritti umani”. Eppure questi sono esattamente i valori che l’Occidente, Canada incluso, ha sistematicamente calpestato per decenni.
Finché a patire erano altre nazioni, il cosiddetto Occidente – USA al comando e Unione Europea e UK al seguito – tutto andava bene. Sapevano benissimo che l’esportazione della democrazia era una balla colossale ma la propalavano solennemente e accortamente a tutti i cittadini dei loro stati. Queste bugie facevano comodo all’Europa perché ne beneficiava dal punto di vista economico e della sicurezza. L’Europa non solo non ha guardato o ha girato lo sguardo dall’altra parte sulle centinaia di migliaia di morti provocate dalle guerre “esportatrici di democrazia”, ma vi ha attivamente partecipato, coprendo questo orrore con la favola della inseminazione dei diritti umani. Tutte le “rivoluzioni colorate” ne sono un una plateale dimostrazione.
Quando invece del “regime change” si parla di “flag change”, come nel caso della Groenlandia, allora le cose non vanno più bene. E questa nuova bugia della costruzione di un mondo più buono da parte dei nuovi buoni, di cui il Canada di Carney di fa promotore, fondato sui valori fondamentali, deve essere sbandierata per accattivarsi la popolazione in vista del vero obiettivo che è la creazione di un nuovo player sulla scena internazionale, l’Europa, in competizione con gli USA.
Il catalogo delle guerre “democratiche”
A riprova di questa ipocrisia basta scorrere l’elenco delle guerre riportato da Massimo Nava sul Corriere della Sera: “Non basterebbe un’enciclopedia per raccontare decine di guerre e interventi militari che gli Stati Uniti hanno combattuto in ogni angolo del mondo”, oltre ai colpi di stato provocati o sostenuti.
Dal secondo dopoguerra: la Corea (presidente Truman), il Vietnam e Cuba (Kennedy), Vietnam e Repubblica Domenicana (Johnson), Cile, Cambogia e Laos (Nixon), Afghanistan e Iran (Carter), Grenada e Libia (Reagan), Panama e Iraq (Bush senior), Somalia e Serbia (Clinton), Afghanistan e Iraq (Bush junior), Siria e Libia (Obama), Afghanistan (Biden), Iran e Venezuela (Trump). A questo elenco va aggiunto il bombardamento di Belgrado.
Tutte queste guerre sono state giustificate con la retorica dell’esportazione della democrazia e dei diritti umani, mentre erano mosse da interessi geopolitici ed economici. L’Europa ha partecipato attivamente a molte di queste operazioni, beneficiandone economicamente e in termini di sicurezza.
Alleati sì, vassalli no
Il messaggio di fondo del discorso di Carney può essere sintetizzato così: “Alleati deboli e servili ai voleri dettati dalla strategia geopolitica USA sì, ma vassalli no”. Il problema è che questa presa di coscienza arriva solo quando la prepotenza si rivolge contro l’Occidente stesso, e viene accompagnata da una partnership strategica con la Cina che tradisce gli stessi valori democratici tanto decantati.
Come conclude Sylos Labini: “Questa volta, non verrà nessuno a salvarci. Abbiamo creduto che il pericolo venisse dalla Russia, immaginando un’invasione dell’Europa. Ma abbiamo sbagliato alleato. Ora che la minaccia arriva direttamente dagli USA, l’illusione si dissolve e con essa viene messa definitivamente a nudo l’incapacità strategica delle élite europee: prive di visione, dipendenti dall’esterno e incapaci di difendere l’interesse del continente che pretendono di rappresentare”.
Il discorso di Davos rimarrà come la confessione pubblica di un’ipocrisia settantennale, svelata non da un sussulto di onestà intellettuale, ma dalla semplice paura di subire alla fine lo stesso trattamento riservato per decenni al resto del mondo.
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Egregio, condivido pienamente quanto scritto nel suo articolo se non quel “finalmente”, mi si perdoni, finale. Temo che le considerazioni del prof. Labini corrette e drammatiche fatte sue, giustamente, non meritino quel finalmente in quanto, a mio modo di vedere, rappresentano una situazione, ormai, senza possibilità di ritorno. Non credo più ci siano speranze per un futuro migliore di quello che fino ad oggi è stato.
Ha ragione, forse il “finalmente” trae un po’ fuori strada. Esso deve intendersi come “alla fine”. Per questo ho corretto. Grazie della segnalazione.