“Nel presunto interesse collettivo sono state introdotte dittature di ogni genere, spesso subdolamente, in maniera mascherata, attraverso dichiarazioni di ‘stato di emergenza’. (…) si accettano restrizioni di diritti e libertà in nome della loro riaffermazione. Si parla di limitazione del diritto di spostamento in nome proprio di quel diritto, si viola il diritto alla salute in nome della sua tutela: ma da quando in qua si afferma un diritto limitandolo.”

 

 

 

di Marco Rigoni

 

 

Il Diritto da oltre un anno viene ripetutamente smantellato, demolito principio su principio, norma su norma. Persino le norme costituzionali, che sembravano intangibili, vengono intaccate peraltro volendo far apparire di tutelarle e riaffermarle nell’interesse collettivo.

Nel presunto interesse collettivo sono state introdotte dittature di ogni genere, spesso subdolamente, in maniera mascherata, attraverso dichiarazioni di  “stato di emergenza”.

Nel presente articolo è il Diritto a cui penso, ovvero un insieme di norme e principi dai quali derivano i diritti delle persone, i diritti soggettivi. E per diritto soggettivo non si allude ad una dimensione egoistica individuale, ma il riferimento è ad una dimensione di libertà alla quale evidentemente ci si è assuefatti al punto di non riconoscerne più la reale portata e il reale valore. Tanto che si accettano restrizioni di diritti e libertà in nome della loro riaffermazione. Si parla di limitazione del diritto di spostamento in nome proprio di quel diritto, si viola il diritto alla salute in nome della sua tutela: ma da quando in qua si afferma un diritto limitandolo.

Intendo riferirmi al Diritto – argomento in sé assai impegnativo, ove lo si volesse esporre in termini scientifici – alludendo al diritto delle persone senza necessariamente rivendicare libertà intangibili in nome di un individualismo sfrenato, ma libertà che costituiscono l’essenza del nostro vivere come individui e come società.

Da questo punto di vista osservo la politica vaccinale adottata dal Governo, che mira a far vaccinare il maggior numero di persone introducendo restrizioni sempre più ampie per chi non lo fosse, rendendo di fatto obbligatoria la vaccinazione pretendendo l’esibizione del certificato verde (green pass) in ogni ambito sociale.

Ormai tutti i lavoratori, pubblici e privati, sono costretti a munirsi della certificazione rilasciata a seguito della vaccinazione o dell’esito negativo di tamponi ogni due giorni. Pena la sospensione dal lavoro o, a quanto sembra, dello stipendio. Si tratta di una misura palesemente ricattatoria.

Di fatto è stata introdotta in maniera surrettizia l’obbligatorietà della vaccinazione. L’effetto prodotto, sul piano sociale, delle relazioni interpersonali e professionali è: sospetto, discriminazione, disaggregazione, emarginazione, violenza più o meno latente ma certamente evidente sul piano verbale.

Anche dal punto di vista più strettamente giuridico le violazioni sono molteplici. Ma questo aspetto del problema sembra che interessi a pochi.

Tanto si è scritto e detto, ma poco o nulla è stato diffuso dal tradizionale sistema dell’informazione pubblica, sulla violazione dei fondamentali diritti costituzionali, ad esempio: salute, circolazione delle persone, lavoro, istruzione, a questi aggiungo la violazione della libertà di pensiero e di manifestazione delle idee, ecc…

La portata di tali diritti è talmente rilevante, ampia, diffusa, addirittura scontata che finisce per non essere più colta nella sua vera essenza, tanto che le consistenti limitazioni introdotte nel loro esercizio finiscono con il non essere percepite per come in realtà sono.

Se ciò avviene con riferimento a norme che sul piano della gerarchia delle fonti si pongono al vertice, che dire delle norme ordinarie: lo stato di emergenza – vero, presunto o creato – alimentato costantemente con dati statistici che sfuggono ad una verifica autentica, sta determinando una condizione di “sospensione” delle norme comuni.

È stato scritto e deciso (Tar del Fiuli) che i vaccini in uso non sono in fase sperimentale poiché muniti di autorizzazione all’immissione in commercio “condizionata” conformemente ai regolamenti UE 726/2004 e 507/2006.

Il regolamento UE 726/2004 istituisce le procedure dell’Unione per l’autorizzazione e la sorveglianza dei medicinali per uso umano.

Il considerando n. 13 di tale regolamento precisa:

 Nell’interesse della salute pubblica, le decisioni di autorizzazione nell’ambito della procedura centralizzata dovrebbero essere prese in base ai criteri scientifici oggettivi della qualità, sicurezza ed efficacia del medicinale interessato, escludendo considerazioni economiche o d’altro tipo.

 Domanda: quali sono i criteri “oggettivi” della “qualità” e “sicurezza” dei vaccini in questione che ne hanno consentito l’immissione in commercio a prescindere da studi approfonditi su di essi? Come sono stati accertati questi criteri oggettivi se si tratta di medicinali somministrati da meno di un anno. Siamo certi che tutti gli eventi avversi, anche quelli solo potenzialmente collegati alla somministrazione dei vaccini siano segnalati all’AIFA?

Quale garanzia vi è che la loro commercializzazione prescinda da “considerazioni economiche e d’altro tipo”? Il costo dei vaccini è stato aggiornato in aumento e non di poco. Le problematiche contrattuali con le case farmaceutiche sfuggono alla percezione e alla conoscenza dei cittadini.

Il considerando n. 14 riguarda la valutazione del rapporto rischio/benefici. Ma come può essere valutato questo rapporto dopo meno di un anno dall’inizio della somministrazione alle persone? Come può essere valutato questo rapporto ad esempio rispetto alla gravidanza? Quali saranno le conseguenze a medio e lungo termine?

Il considerando n. 16 richiama anche per i medicinali immessi in commercio condizionatamente il rispetto dei requisiti etici e l’applicazione della cosiddetta “buona pratica clinica”, ne più e né meno di quanto avviene per i farmaci in fase di sperimentazione.  Ebbene, proprio l’applicazione di tali principi impedirebbe una sperimentazione impostata come è attualmente impostata la somministrazione di questi vaccini. Ma i comitati etici territoriali non sono coinvolti e la sperimentazione è condotta a livello centrale.

Il regolamento UE 507/2006 richiama e specifica ulteriormente la portata dei principi e delle precauzioni richiamati con il regolamento UE 726/2004.

Il primo considerando esordisce affermando:

Prima di ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio in uno o più Stati membri, un medicinale per uso umano va in genere sottoposto a studi approfonditi volti a garantirne la sicurezza, l’elevata qualità e l’efficacia di impiego per la popolazione destinataria

Domanda: la pandemia viene fatta risalire tra febbraio e marzo 2020. In un anno e mezzo quali studi “approfonditi” sono stati condotti per garantirne la sicurezza? Dov’è il contraddittorio con gli scienziati di parere contrario rispetto al pensiero di quelli costantemente presenti nelle trasmissioni televisive?

Il considerando n. 2 chiarisce che “al fine di rispondere a necessità mediche insoddisfatte dei pazienti e nell’interesse della salute pubblica, può tuttavia risultare necessario concedere autorizzazioni all’immissione in commercio basate su dati meno completi di quelli normalmente richiesti e subordinate ad obblighi specifici” I medicinali interessati sono quelli destinati al trattamento, alla prevenzione o alla diagnosi di malattie invalidanti o potenzialmente letali o da  utilizzare in situazioni di emergenza in risposta a minacce per la salute pubblica riconosciute dall’OMS.

Domanda: malattia potenzialmente letale è anche l’influenza, ma perché il vaccino antinfluenzale non è stato reso obbligatorio? Malattia potenzialmente letale è l’epatite, ma il vaccino contro tale malattia è somministrato a chi lo voglia.

Ancora. La malattia scatenata dal covid ha certamente determinato una situazione di emergenza, ma come è stata affrontata questa emergenza? Perché non sono state autorizzate le cure che si dimostravano efficaci ove somministrate tempestivamente senza assumere un atteggiamento di “vigile attesa”? Perché l’AIFA continua a non autorizzare l’uso di farmaci che hanno rivelato praticamente la loro efficacia?

Il considerando n. 6 precisa che l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata NON è destinata a rimanere tale a tempo indeterminato. Nulla però viene detto in proposito.

Il considerando n. 10 riporta che “è opportuno fornire ai pazienti e agli operatori sanitari informazioni chiare sul carattere condizionato delle autorizzazioni”.

Domanda: i pazienti sono davvero informati? Sono consapevoli che l’immissione in commercio di questi vaccini non è stata preceduta da studi approfonditi? Se studi approfonditi fossero conclusi l’immissione in commercio di questi vaccini non sarebbe “condizionata”.

Passando all’esame delle vere e proprie norme del regolamento 507/2006, vale la pena richiamare l’art. 4, che dispone che il medicinale immesso condizionatamente in commercio deve rispettare congiuntamente quattro condizioni, tra queste quella che il medicinale risponda ad esigenze mediche insoddisfatte.

Ebbene, quali sono queste “esigenze mediche insoddisfatte”. Farmaci di prevenzione e di cura, a detta dei medici di medicina generale, ci sono e si sono dimostrati efficaci nei fatti, ma l’AIFA e L’EMA non li riconoscono.

Basterebbe il venir meno di questa condizione per rendere illegittima o illegale l’immissione in commercio dei vaccini ora in uso senza che su di essi siano stati conclusi studi clinici.  Nessun farmaco in sperimentazione può essere somministrato obbligatoriamente ai pazienti.

Alcune considerazioni merita dedicarle all’esame dei fogli informativi che dovrebbero essere consegnati e spiegati alle persone che si sottopongono alla vaccinazione affinché possano esprimere un vero consenso informato alla somministrazione stessa.

La somministrazione di un farmaco, tanto più se sperimentale, deve essere preceduta da una dettagliata e precisa informazione da parte del medico al paziente, allo scopo di consentirgli di esprimere un attendibile consenso informato. Tali spiegazioni, però, non devono mirare a convincere ma a fornire informazioni oggettive. È la normativa sulle sperimentazioni che lo impone.

L’esperienza pratica dimostra, in realtà, la sommarietà delle informazioni fornite dal medico vaccinatore, con la conseguenza che la persona finisce con acconsentire a ricevere il vaccino in base a informazioni parziali, sommarie, superficiali, incomplete.

Lo stesso foglio informativo riporta l’indicazione degli eventuali eventi avversi in maniera incompleta; non solo perché molti degli eventi avversi che realmente si sono verificati non sono riportati nei fogli informativi, ma anche perché le stesse indicazioni che si trovano nei foglietti illustrativi allegati al farmaco (i cosiddetti “bugiardini”) elencano possibili o probabili conseguenze negative che non sono indicati nei fogli informativi, né sono illustrati dai medici vaccinatori, al fine della formazione del consenso informato da parte dei vaccinati.

La normativa sulle sperimentazioni dei farmaci prevede anche che chi conduce lo studio su di essi debba garantire il paziente contro i possibili o probabili danni legati alla somministrazione del farmaco mediante copertura assicurativa. Nel caso dei vaccini ciò non è previsto. Questa rilevante lacuna non trova giuridica spiegazione e suscita ulteriori sospetti che inducono a pensare che il tornaconto economico ricopra un ruolo importante nell’attuale campagna vaccinale.

Gianrico Carofiglio, noto scrittore e persona intellettualmente onesta, in un suo libro (Della gentilezza e del coraggio) scrive a proposito del principio dell’onere della prova che grava su chi formuli una dichiarazione, e richiama l’art. 2697 del Codice civile che, al primo comma, stabilisce: “Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”. Per cui se affermo che tizio mi ha insultato o se dichiaro che quel tal oggetto è di mia proprietà dovrò, nel primo, caso dimostrare di essere stato insultato da Tizio (ad esempio indicando testimoni che hanno sentito gli insulti); nel secondo caso dovrò esibire la fattura o il contratto di acquisto di quel bene. Non dovrà essere Tizio a dimostrare di Non avermi insultato, o Caio dimostrare che io Non sono proprietario di quel bene.

Questa fondamentale regola, oltre che nei processi, dovrebbe orientare anche i confronti verbali tra le persone, così che chi formuli una affermazione precisi anche su quali elementi di fatto o documentali sia fondata la sua affermazione.

Ebbene, quali dati verificabili pubblicamente dimostrano che i vaccini sono più efficaci che dannosi?

Il problema è complicato. Innanzitutto, in base al principio dell’onere della prova è chi sostenga il fatto positivo che il vaccino anti-Covid è efficace a doverne dare la prova; non sono coloro che negano tale efficacia a dover dimostrare che i vaccini anti-Covid non sono così efficaci.

Viene affermato che l’efficacia dei vaccini è stata dimostrata sulla base di studi e dati statistici per cui il rapporto tra i rischi legati alla somministrazione di quei vaccini e i benefici che ne deriverebbero sarebbe largamente a favore dei benefici. Ma il problema è proprio questo: quali sono questi dati, come sono stati raccolti, come sono stati elaborati sul piano statistico, come sono verificabili. La gente comune non ha accesso a queste fonti di informazione.

Le fonti di informazione sono quelle ufficiali governative, le televisioni pubbliche, l’AIFA. Ma tutto senza contraddittorio.

Come è possibile verificare la veridicità di quelle fonti? L’esperienza pratica, la vita normale offre indicazioni diverse rispetto a quanto viene diffuso dai cosiddetti “media”. Molte realtà individuali non vengono riportate. Le televisioni non riferiscono delle tante e partecipate manifestazioni contro il certificato verde se non per denunciare che si trattava di manifestazioni non autorizzate o che il discorso di un’agente di Polizia era un invito alla disobbedienza.

In realtà, chi avesse ascoltato quel discorso saprebbe che si trattava di un invito alla legalità, al rispetto della legge, della Costituzione, dei regolamenti europei. Sa che si trattava di un richiamo sofferto al rispetto dei diritti fondamentali delle persone.

In sostanza, non è ammesso esprimere opinioni divergenti; chi lo facesse sarebbe un no-vax, un violento, un manifestante non autorizzato, un ignorante.

La paura di ritorsioni impedisce a chi potrebbe riferire fatti di valenza anche penale di renderli pubblici. Così, chi captando incidentalmente la conversazione tra due medici – i quali pur esprimendo preoccupazione e stupore di fronte al numero dei ricoveri per gli effetti collaterali dei vaccini, sostenevano di non poterne riferire all’esterno poiché altrimenti nessuno si sarebbe più vaccinato – non può denunciare il fatto.

Così, il paziente che viene ricoverato per un problema ortopedico, vedendo che sul cartellino di ricovero viene scritto “Covid” non denuncia il falso evidente.

Per cui, come è possibile dimostrare questi fatti, veri e numerosi se chi li potrebbe confermare non lo fa per paura? Il principio dell’onere della prova come può trovare applicazione in questi casi? Ci si deve fidare di chi sostiene di avere concluso studi attendibili? Di chi sostiene che gli eventi avversi sono pochi e che effettivamente i ricoveri più frequenti riguardano persone non vaccinate? Come possiamo, noi, persone comuni, verificare la veridicità di queste informazioni?

Quante persone sanno che possono segnalare all’AIFA tutte le conseguenze che anche solo potenzialmente sono conseguenti alla somministrazione del vaccino? Quante persone che dopo pochi mesi dalla somministrazione hanno perduto la vista da un occhio, o hanno manifestato il diabete, o hanno problemi di deambulazione e forti dolori alle gambe, o avvertono una strana forma di debolezza fisica sanno di poter segnalare in maniera del tutto autonoma i loro sintomi all’AIFA collegandosi a google digitando “vigfarmaco”?

L’informazione pubblica è impostata sulla paura della malattia e della morte, non è impegnata a informare veramente la gente.

Torniamo al diritto. La campagna vaccinale e l’obbligo del certificato verde incidono assai pesantemente sul piano del diritto del lavoro, pregiudicando garanzie e tutele essenziali.

Senza richiamare ancora le norme costituzionali, basti considerare le norme ordinarie dettate dal Codice civile.

L’art. 2087 c.c. impone al datore di lavoro di adottare, nell’esercizio dell’impresa, le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Il che significa, innanzitutto, non introdurre meccanismi di emarginazione o di discriminazione tra dipendenti vaccinati e non.

Anche i dipendenti muniti del certificato verde rilasciato a seguito di un tampone negativo devono quindi essere tutelati e garantiti rispetto e al pari degli altri dipendenti vaccinati per i quali – peraltro – la certezza dell’assenza di malattia non esiste.

L’imposizione del certificato verde ha introdotto distorsioni sul piano giuridico assolutamente ingiustificate, foriere di tensioni inaccettabili fomentate ulteriormente da corrive e irresponsabili dichiarazioni, anche da parte di chi dovrebbe esprimersi nell’interesse generale e non di alcuni, per quanto numericamente rilevanti.

Violata anche la norma di cui all’art. 2103 del Codice civile che disciplina l’esercizio delle mansioni del dipendente. La violazione è palese poiché, in luogo di eventualmente adibire il dipendente – laddove strettamente necessario – a mansioni diverse rispetto a quelle per le quali è stato assunto se ne dispone la sospensione.

Il risultato che ne deriva è quello di determinare separazioni e ostilità tra i lavoratori stessi facendo regredire la società e le condizioni di lavoro a livelli che si pensavano ormai improponibili.

Lo sgretolamento dei diritti individuali, come sommariamente e limitatamente ho cercato di descrivere, comporta un’aggressione al Diritto con l’iniziale maiuscola.

È sempre in nome di una libertà collettiva che si giustificano le restrizioni alle libertà degli individui: lavoro, salute, manifestazione del pensiero, istruzione, spostamento, libertà personale, pari dignità tra tutti i cittadini, uguaglianza, ecc…

Com’è possibile non indignarsi di fronte al fatto che per entrare nelle strutture ospedaliere viene pretesa l’esibizione sia del certificato verde da vaccinazione che da tampone negativo, contravvenendo palesemente e sfacciatamente al Reg. UE 953/2021. Come non sorprendersi di fronte ad affermazioni del tipo: la vaccinazione tutela se stessi mentre il tampone negativo tutela gli altri. Come restare indifferenti rispetto al fatto che i malati ricoverati per qualsiasi motivo non possono beneficiare della vicinanza fisica – per quanto attenta e prudente – e dell’affetto dei familiari quando questa prossimità è così importante psicologicamente per affrontare meglio la malattia, quale che sia.

Come non indignarsi e restare indifferenti difronte a casi di dipendenti pubblici che per le loro dichiarazioni divergenti rispetto ai vaccini anti-Covid vengono o sospesi o sottoposti a procedimento disciplinare.

È democrazia questa?

 

 

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