Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, Musei vaticani
Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, Musei vaticani

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di Lucia Comelli

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La locandina del film (1961) basato sulla tragedia di Sofocle interpretato dall’attrice Irene Papas

La distinzione tra diritto naturale e diritto positivo, il loro doveroso legame e la loro possibile antitesi, sono state messe in luce in vario modo dai pensatori greci, fin dal V secolo a.C., cioè fin dall’epoca di Socrate e della Sofistica. Nello stesso periodo, Sofocle (442 a. C.) ha rappresentato in modo indimenticabile nella sua Antigone le tragiche conseguenze del contrasto tra legge di natura e legge scritta (nomos, in greco).

L’opera narra la vicenda di Antigone, figlia di Edipo, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, contro la volontà del nuovo re di TebeCreonte, che l’ha vietata con un decreto. Di fronte al re – che poi la condannerà a morte – Antigone rivendica la legittimità del suo gesto, appellandosi a leggi non scritte, e innate, di origine divina:

Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.» (Antigone, vv. 450-457).

Aristotele ha posto successivamente a fondamento della sua interpretazione filosofica del reale il concetto di sostanza: ogni ente ha una sua forma, una sua essenza, cioè una sua natura. Egli utilizzava per designarla anche il termine entelechia (en – telos/fine), ogni cosa porta infatti iscritto nel suo stesso essere un dover essere, uno scopo – che è anche il suo bene: quello di sviluppare cioè compiutamente la propria natura. Quella dell’uomo è di essere un animale razionale e politico, perciò destinato a vivere in una società altamente organizzata, in cui l’esistenza di maestri, scuole, leggi, libri … gli permettono di realizzarsi in ciò che gli è peculiare, cioè in ambito conoscitivo e morale. Il dinamismo naturale ha dunque, anche per l’essere umano, una direzione e un significato.

Natura
I greci hanno intuito la profonda razionalità del mondo (cosmo/ordine l’hanno chiamato i Pitagorici): essa è la manifestazione, che l’uomo può cogliere, di un’intelligenza divina (un divino demiurgo secondo Platone). Nella foto, esempi di forme geometriche in natura.

Il concetto di diritto naturale viene ulteriormente sviluppato, nell’età ellenistica, dai filosofi stoici per i quali la natura è retta da un’immanente legge razionale (Logos). La loro dottrina è stata divulgata da Cicerone in pagine che hanno avuto un’influenza enorme:

“In realtà vi è una legge vera: è la retta ragione conforme alla natura, presente in tutti gli uomini, invariabile, eterna, tale da richiamare con i suoi comandi al dovere, e da distogliere con i suoi divieti dall’agire male … Non è lecito togliere valore a questa legge, né si può derogare in qualcosa da questa, né può essere interamente abrogata; da questa legge non possiamo essere sciolti per (decreto del) senato o del popolo … Essa non è diversa a Roma o ad Atene, non è diversa ora o in futuro: tutti i popoli invece in ogni tempo saranno retti da quest’unica  legge eterna e immutabile; ed  unico comune maestro, per così dire, e sovrano di tutti sarà Dio; di questa legge lui solo è l’autore, l’interprete, il legislatore; e chi non gli obbedirà, rinnegherà se stesso e, rifiutando la sua natura di uomo, per ciò stesso incorrerà nelle massime pene, anche se sarà sfuggito ad altre punizioni  (De re publica, III, 22, 33)”.

L’idea, poi, è stata ripresa dai filosofi cristiani. Infatti – come Papa Ratzinger ha ricordato davanti al Parlamento federale tedesco il 22 settembre 2011 – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto:

Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s).

San Tommaso d’Aquino, il maggiore pensatore dell’età medievale, ci ha lasciato, in particolare nella Somma Teologica (1265 – 1274), la più compiuta elaborazione di tale teoria, assunta in quell’epoca a fondamento dello stesso diritto canonico.

Le leggi poste dall’uomo si fondano sulla legge naturale o per deduzione o per specificazione: per deduzione (dall’istinto di autoconservazione, ad esempio, l’uomo deduce il divieto di uccidere) e questo dà origine allo jus gentium (tutte le società evolute proibiscono l’omicidio); per specificazione (cioè per la concretizzazione di norme generali) e questo dà vita allo jus civile (il modo in cui, ad esempio, venivano regolati i rapporti tra i cives romani e quindi punito l’omicidio).

Egli distingue quattro forme di leggi: eterna, naturale, umana e divina.

La legge eterna è la stessa ragione divina che governa il mondo: infatti ogni creatura riceve da Dio “un’inclinazione ai propri atti e fini”.

In particolare, la legge naturale è «participatio legis aeternae in rationali creatura», ossia è il modo in cui la legge eterna, ossia l’ordine cosmico creato da Dio, si manifesta consapevolmente nella creatura umana. Bene è per l’uomo, come per ogni vivente, la propria conservazione; bene è per lui, come per ogni animale, seguire gli insegnamenti della natura: unione del maschio con la femmina, generazione, cura e protezione dei piccoli. Bene  per l’uomo, in quanto dotato di ragione, è la conoscenza della Verità e il vivere in società.

La legge umana (o posta dall’uomo) consta di tutti i precetti particolari che la ragione ricava dalla legge naturale per regolarsi nelle diverse situazioni. Infatti ciò che vincola (il termine legge deriva da legare) la coscienza al rispetto della legge positiva non è il fatto che esprime la volontà del principe, ma che mira al bene comune ed è conforme ai principi della ragione umana.

In caso contrario, essa non è una legge, ma una corruzione della legge, una violenza a cui si può (e a volte si deve) resistere.

La legge naturale guida l’uomo nella realizzazione dei suoi fini terreni; poiché tuttavia la destinazione ultima dell’uomo è soprannaturale, esiste infine una legge divina positiva, rivelata nella Bibbia, che lo guida al conseguimento della beatitudine e colma le imperfezioni delle leggi umane (volte a reprimere non tutti i mali, ma solo quelli che confliggono con la stabilità sociale).

Il riconoscimento che il Medioevo cristiano ha fatto del diritto di natura come fonte giuridica valida per tutti è stato decisivo – ha aggiunto Ratzinger – per lo sviluppo del diritto e dell’umanità:

Per lo sviluppo del diritto e dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che … la ragione aperta al linguaggio dell’essere”.

La natura si riverbera nella coscienza quindi ‘come legge non scritta’, come diritto naturale. Ratzinger sviluppa questo argomento in polemica con il positivismo giuridico. La dottrina del diritto naturale, ripresa in età moderna da Ugo Grozio, da Locke e da altri pensatori successivi, fino alla Dichiarazione dei diritti umani (1948), individuando nella comune natura umana i fondamenti della legislazione, sembrava aver dato all’uomo gli strumenti culturali per distinguere con chiarezza il bene dal male; ma nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione: la visione positivista della natura e della ragione, prendendo il sopravvento, ha segnato il rapido declino del giusnaturalismo. Per giuristi contemporanei, come l’austriaco Hans Kelsen (1881-1973) ciò che non è ‘verificabile’ non rientra infatti nell’ambito della ragione: etica e religione hanno un valore meramente soggettivo, individuale, e le leggi vanno determinate unicamente dalla maggioranza (positivismo giuridico). Ora in gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente, ma è evidente – ha detto ancora il Papa – che “nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta”.

Ciò che è giusto (ciò che è legittimo) non può semplicemente coincidere con ciò che è stabilito dalla legge positiva (ciò che è legale), anche se tale legge fosse stata introdotta nel rispetto delle procedure democratiche: questo è il motivo per cui, ad esempio, la prima parte della Costituzione italiana, dedicata ai principi fondamentali e ai diritti/doveri dei cittadini, non è modificabile.

Benedetto XVI al Parlamento federale tedesco (Bundestag)
Benedetto XVI al Parlamento federale tedesco (Bundestag)

Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo – ha detto inoltre Ratzinger – è nel suo insieme “una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza”. La verità intera sull’uomo – sulla sua origine e natura, sul senso del suo esistere, su cosa siano il bene o il male – non si possono infatti scoprire ‘scientificamente’. Eppure anche il progresso scientifico e tecnologico, senza queste consapevolezze di ordine morale, può rivolgersi – come è accaduto in passato – contro l’uomo.

Di fronte alla contemporanea riduzione della natura a mero dato funzionale (e quindi manipolabile) e della ragione a gabbia in cui incasellare tutto, nonché della coscienza a un luogo in cui uno parla a se stesso e non incontra la realtà, egli ha esortato i parlamentari a “spalancare le finestre della ragione – per – vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto”.

Richiamandosi all’Anamnesi platonica, Papa Ratzinger – anche in altri autorevoli interventi – sostiene che Dio ha impresso in noi una fondamentale coscienza/memoria del bene e del vero (le due realtà coincidono). Questo sapere (sinderesi per S. Tommaso): non è un sapere già articolato concettualmente, ma un’innata concordanza con alcune cose, una capacità di riconoscimento, un’innata attrazione per il bene/ripugnanza per il male, che esige l’aiuto esterno – maieutico – dell’educatore per divenire cosciente di sé.

Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente riconoscendo che anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere:

L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé… Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è … Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. (aggiunge sempre Papa Ratzinger)

Realizzare liberamente la propria essenza razionale costituisce il fine dell’uomo, il suo compito specifico: si tratta quindi di scoprire ciò che è conforme alla ragione, che è proprio la capacità – iscritta nella nostra natura spirituale – di leggere la realtà nella molteplicità dei suoi fattori e dimensioni. Qualsiasi legislazione positiva deve avere come orientamento fondamentale ciò che è giusto in sé, il diritto naturale appunto. Ma poiché non può essere lo stato a stabilire con le sue leggi ciò che è giusto o sbagliato (stato etico) e d’altra parte le istituzioni non possono durare ed operare senza comuni convinzioni morali, il compito pubblico della Chiesa cristiana nel mondo odierno è proprio quello di continuare a dar forza e voce alla verità sull’uomo rivelata da Cristo.

Altrimenti quello che prevale, in un’epoca di radicale relativismo/nichilismo (se tutto si equivale, nulla realmente vale) ed individualismo estremo come la nostra, è il diritto del più forte, che – anche in uno stato democratico – può coincidere con gli interessi e le opinioni delle lobby più potenti, meglio organizzate e più generosamente finanziate dai poteri forti. Così anche in Italia, negli ultimi anni, il proliferare di nuovi diritti civili ha ristretto lo spazio delle tradizionali libertà, quelle cioè iscritte nel nostro stesso essere e poste a fondamento della Costituzione.

Per cui rimanere fedeli alla realtà, secondo l’ordine con cui l’essere si svela alla nostra intelligenza, è diventata – come aveva previsto agli inizi del secolo scorso il grande scrittore inglese, G. K. Chesterton – l’estrema, intollerabile trasgressione:

“La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto”[1]

Così affermare che chi nasce maschio è destinato a diventare un uomo e chi femmina una donna o che solo una donna e un uomo possono generare assieme un figlio – verità ovvie in ogni tempo e cultura – è già per molti oggi una grave provocazione e domani, se passa il ddl Zan, diventerà anche in Italia – come accade in altri Paesi occidentali – un possibile reato.

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[1] K. Chesterton, Eretici, Ed. Lindau 2010, pp. 242-243 (originale del 1905)

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