Dom Giulio Meiattini è teologo e monaco benedettino, molto noto su questo blog

 

Ospedale pronto soccorso medico

 

 

di Giulio Meiattini

 

Un amico mi ha segnalato una nota a cura di una Consulta di Bioetica (qui), ripresa e condivisa poi anche da un sacerdote docente di teologia morale cattolica (qui), su un “caso di coscienza” che potrebbe verificarsi in questo nostro tempo di stress delle risorse sanitarie.

A detta degli estensori della nota, e del teologo morale citato, qualora le limitate possibilità recettive e di intervento delle strutture ospedaliere ponessero i medici davanti al dilemma se dare la precedenza, in un ricovero urgente per covid, a un vaccinato o a un non vaccinato, a parità di condizioni la preferenza andrebbe al vaccinato. Il motivo? È presto detto. Il vaccinato ha dato prova di maggiore buona volontà, ha fatto tutto quello che poteva fare per ridurre i rischi vaccinandosi e dunque, in buona sostanza, va premiato il suo senso di responsabilità. Dunque, parole testuali, “l’auspicio è che si riesca sempre a curare tutti, ma chi rifiuta volontariamente il vaccino anti Covid sa che così facendo si espone a rischi maggiori di cui deve assumersi la responsabilità”.

Si evince dunque che il non vaccinato, al contrario, essendosi comportato in modo non virtuoso e meno responsabile, dovrà attendere in fila il suo turno subordinato, posposto a tutti quei vaccinati che nel frattempo possono presentarsi per urgenze del medesimo tipo. Dunque, se la disponibilità ospedaliera dovesse ridursi e porre davanti a queste non auspicabili e drammatiche decisioni, i vaccinati avrebbero sempre la priorità e i non vaccinati dovrebbero restare in lista di attesa, finché ce la faranno.

Condividendo tale impostazione di massima, il teologo morale di cui sopra conclude che il principio del favor vitae “stante il comprovato valore profilattico dei vaccini, nel prevenire i pericoli per la salute e le più gravi conseguenze del contagio da Covid 19, induce a curare per primo chi ha scelto di vaccinarsi a protezione della salute propria e altrui; rispetto a chi ha scelto di non farlo, correndo volontariamente il rischio anche letale di ammalarsi e d’infettare altri”. Il medesimo criterio, peraltro, “è applicato in altri campi, come nella decisione delle precedenze al Pronto Soccorso e nell’assegnazione di organi per trapianti. Qui non c’è discriminazione di persone, ma valutazione del bene migliore possibile. Non può valere il principio fisico (e pilatesco) del first come, first served: criterio impersonale e indifferente, privo di ponderazione morale. Tanto meno una soluzione affidata al caso”.

Il docente di morale che così scrive, però, è ancora fermo alla convinzione che il non vaccinato (a differenza del vaccinato!) infetta e si ammala e muore (naturalmente i milioni di guariti non vengono mai considerati), e parla con sicurezza di “comprovato valore profilattico dei vaccini” nella prevenzione. Tuttavia, quanto ha scritto di recente un’autorità in materia (il prof. Ehud Qimron) questo valore profilattico è tutt’altro che comprovato. E di scienziati che dicono queste cose ce ne sono molti! Basta informarsi.

La citata Consulta, tuttavia, in modo prudente conclude: “Può darsi ci siano altre considerazioni contrarie a quelle proposte, che al momento non sono emerse. Sul tema la Consulta di Bioetica non ha una posizione specifica e l’osservazione proposta vuole essere un contributo alla discussione razionale e pacata che speriamo si arricchisca presto di altre riflessioni”.

Accogliendo questo saggio consiglio, proviamo a riflettere un po’ meglio sul problema e ad arricchire la discussione con altre riflessioni. Facciamo, come controprova, un esempio diverso. Ammettiamo che un vaccinato abbia bisogno di un ricovero urgente in terapia intensiva per una trombosi o un problema cardiaco serio o una reazione anafilattica grave, che dal pronto soccorso o dal medico che ha praticato l’inoculazione o dal medico curante, venga riconosciuto come effetto avverso dovuto al vaccino. Contemporaneamente un non vaccinato si trova a necessitare di un analogo ricovero in intensiva per insufficienza respiratoria conseguente a covid, contratto nonostante tutte le precauzioni usate. Dovendo scegliere la precedenza, a chi darla? A chi volontariamente ha fatto il vaccino esponendosi all’eventualità degli effetti avversi ormai ben noti e prevedibili (a cui aggiungere quelli ancora ignoti) oppure al non vaccinato, che ha contratto involontariamente il virus, nonostante tutte le precauzioni prese con senso di responsabilità? Si potrebbe dire: il vaccinato ha accettato i rischi insiti nella vaccinazione e dunque perché dovrebbe avere a priori la precedenza su chi ha accettato altri possibili rischi? E in assenza di previsioni attendibili sugli effetti a lungo termine dei vaccini in uso, per i quali molti ricercatori e medici nutrono seria preoccupazione, chi può giudicare con sicurezza su quali siano, nel lungo periodo, i rischi maggiori e i carichi futuri per la sanità pubblica?

Facciamo ancora un altro esempio. Se una persona che ha già avuto la malattia ed è guarita riceve ugualmente il vaccino, non perché ne abbia davvero bisogno (visto che ci sono studi che attestano una immunità duratura e a più ampio spettro per i guariti), ma perché vuol sentirsi “più sicuro” o vuole ottenere comunque il green pass nel frattempo scaduto; e se questa persona, a motivo del ben noto fenomeno dell’ADE (potenziamento della malattia dovuto all’interferenza fra effetto vaccino e anticorpi sviluppati naturalmente), avrà bisogno di un ricovero d’urgenza, dovrà ottenere ugualmente la precedenza sul non vaccinato che ha contratto la malattia naturalmente (e che si avvia probabilmente a una immunità naturale e duratura a beneficio di tutti)? Anche in questo caso il vaccinato è andato incontro a un pericolo che è connesso col vaccino. Che questi rischi di ADE ci fossero lo si sapeva (com’è noto si può morire per questo fenomeno). Perché non ha fatto o non gli è stato consigliato di fare un esame sierologico precauzionale?

Ancora un altro esempio. Ammettiamo che ci siano due persone vaccinate: una con due dosi e una con tre. Ambedue si ammalano di covid oppure hanno ambedue effetti avversi gravi da vaccino. Chi deve essere ricoverato per primo? Chi ha il “punteggio” vaccinale più alto (con tre dosi e dunque più responsabile) o più basso perché non ha voluto fare la terza dose? Chi ha fatto il vaccino sei mesi prima (meno protetto e più a rischio) o quello che lo ha fatto due mesi prima (teoricamente più protetto)?

Per chiarire ancor meglio il problema di coscienza in esame, proviamo a ipotizzare un altro scenario. Sono bisognosi di ricovero urgente due pazienti: il primo, non vaccinato, che ha usato ogni prudenza e cautela nei contatti, e uno vaccinato che, sicuro di sé, ha pensato di essere immune e ha assunto comportamenti azzardati: feste con amici, sesso promiscuo, uso discontinuo e disordinato della mascherina, ecc. Se è il senso di responsabilità che dev’essere premiato, nel dare la precedenza in un ricovero, perché in questo caso dovrebbe essere preferito il vaccinato, che non ha usato le cautele richieste anche ai vaccinati?

D’altra parte, chi potrà valutare, in situazioni simili, tutte queste componenti e variabili con la bilancia?

Ci sarebbero altre possibilità da contemplare. cure domiciliari precoci, ormai è arcinoto, là dove sono state praticate (vedi organizzazioni di medici volontari come Ippocrate.org o le terapie suggerite dal dott. Remuzzi dell’istituto Mario Negri o praticate personalmente dal dott. Cavanna e altri collaboratori, e altri casi ancora) hanno risparmiato decine e decine di migliaia di ospedalizzazioni e hanno abbattuto i ricoveri in più del 90% dei casi. Esse sono state sempre trascurate o addirittura avversate dalla sanità ufficiale, a favore della “speciale” procedura della tachipirina e della vigile attesa. Ora se una persona non vaccinata si ammala di covid e dopo una settimana di tachipirina e vigile attesa ha bisogno della rianimazione (mentre con le cure precoci e tempestive sarebbe guarita a casa) e un’altra persona, vaccinata, ha necessità della stessa rianimazione, chi dei due privilegiare, nel caso del solito dilemma? La responsabilità in questo caso non dovrebbe ricadere sul non vaccinato, bensì su chi ha omesso le cure precoci, che nella stragrande maggioranza dei casi sono efficaci.

Come si vede, se la precedenza in fase di ricovero dovesse essere decisa in base al senso di responsabilità e alla valutazione etica del comportamento del soggetto bisognoso di cure, le cose si complicherebbero molto e i medici dovrebbero mettersi a fare l’esame di coscienza del paziente. E questo, grazie a Dio, non compete loro!

Non basta? Allora prendiamo l’esempio di un vaccinato che si trova con un sistema immunitario scombinato e indebolito a causa di ripetute dosi (anche questo è un effetto serio e prevedibile su cui anche l’EMA ha attirato l’attenzione invitando alla cautela). Se si aggrava la sua situazione oncologica oppure si riacutizzano le sue malattie pregresse, a motivo delle dosi ripetute, dovrebbe ancora avere la precedenza, rispetto a malati di tumore o di epatite o altro ancora, che non sono vaccinati e che magari hanno altrettanta urgenza di cure?

Ad abundantiam si potrebbero citare anche tutti quei casi di malattie di vario tipo che mietono vittime sia tra i vaccinati che tra i non vaccinati e che purtroppo vengono trascurate a motivo dell’emergenza covid. Questi pazienti, che ormai sembrano malati di serie B, si aggravano e muoiono a causa di un sistema sanitario gestito per troppo tempo con criteri inadatti, e di cui, nel momento attuale, si pagano le conseguenze. Non ci dimentichiamo di queste urgenze dimenticate e della valutazione morale da dare sulle inottemperanze della politica sanitaria a monte di questo danno enorme alla salute e alla vita di migliaia di cittadini.

Si sa che la varietà delle circostanze appena esemplificate potrebbe ampliarsi ancora e con essa la complessità delle situazioni concrete.  Quelle enumerate penso siano sufficienti a evidenziare il semplicismo e l’astrattezza, sia detto con ogni pacatezza, del ragionamento esposto dalla Consulta di Bioetica e da chi ne condivide il giudizio. Come se tutto si giocasse su una casistica binaria chiara e univoca, in cui la sola differenza che conta è se si è vaccinati o no. Ma i fattori in gioco, come si è visto, sono molto più complessi. E soprattutto nella eventuale scelta che il personale sanitario dovesse fare davanti al dilemma indicato, entrano in gioco tempistiche, fattori di distanza, logistica, e altri aspetti talvolta imponderabili, che non rientrano nella valutazione “morale” della responsabilità soggettiva dei malati e che difficilmente consentono una scelta a priori fra i due “casi puri” presi in esame astrattamente: precedenza al vaccinato comunque!

Soprattutto, il principio del favor vitae prima citato dal docente di teologia morale, è ben difficile da applicare nel nostro caso. Perché è sempre complicato prevedere in anticipo chi fra due soggetti – per esempio uno vaccinato e uno no – ha effettivamente più probabilità, a parità di trattamento medico, di guarire o di morire e dunque chi curare prima, qualora non fosse possibile curarli entrambi contemporaneamente. Entrano in gioco le condizioni cliniche generali, l’età e altri parametri, non solo l’essere o no inoculati. In teoria bisognerebbe prima provare a trattare ambedue allo stesso modo, per sapere chi dei due (ogni volta in situazioni diverse) riesce davvero a trarre profitto dalla terapia e a guarire (favor vitae) e chi no. Magari guarirebbero o morirebbero ambedue, oppure il vaccinato potrebbe richiedere più tempo di degenza per guarire rispetto a un non vaccinato e via dicendo. Insomma, un ginepraio inestricabile. Qui si entra nella sfera delle ipotesi, nel campo incerto e probabilistico delle prognosi, nelle stime più o meno attendibili.

Personalmente sarei propenso a lasciare queste valutazioni e decisioni, purtroppo drammatiche, al personale sanitario che si troverà in prima linea e che soprattutto potrà visitare e vedere in faccia i pazienti e conoscere la loro anamnesi e le loro condizioni cliniche al momento.

Soprattutto la “teologia morale” dovrebbe tenersi lontana, in questo campo, dai famosi principi generali astratti, dopo che li ha non di rado svalutati, teorizzando più di una volta il “caso per caso” in campi nei quali, invece, la norma è ed è sempre stata universale e inderogabile. Dopo aver relativizzato l’universalità delle norme più tradizionali con la morale della situazione, non vorrei che ora si erigessero norme generali in un campo così contingente e imprevedibile come quello delle precedenze da dare nei ricoveri ospedalieri per covid. Come il prof. Qimron ha scritto, la campagna vaccinale sta mostrando crepe e fallimenti enormi, nella sua gestione e nelle finalità preventive presunte. Se questo è vero, sforziamoci di tenerlo presente nell’esprimere valutazioni etiche in merito.

 

 

 

 

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