Papa Leone XIV si prepara a parlare ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026 (fonte Vatican News)
Papa Leone XIV si prepara a parlare ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026 (fonte Vatican News)

 

 

di Fabio Vessillifero

 

Nella prima parte di questo saggio abbiamo esaminato il vulnus dogmatico prodotto dalla Dichiarazione di Abu Dhabi, evidenziando come la Nota vaticana «Un cammino di speranza» del 16 settembre 2026 eviti una formale correzione di tale deriva, incorrendo in un’ingenuità antropologica e riducendo il relativismo a mero avviso di cornice. In questa seconda e conclusiva parte, l’analisi delinea l’architettura teologica necessaria per ristabilire l’ordine dell’essere: dalla distinzione analogica del concetto di «fraternità» al dovere dell’annuncio e alla necessaria distinzione tra l’Israele dell’Alleanza e l’attuale Stato ebraico, fino all’appello a Papa Leone XIV per il primato della Verità sulla diplomazia.

  1. L’ambiguità del termine “fraternità”: la necessità della distinzione analogica

L’uso del termine “fraternità” o “fratellanza universale” esteso indistintamente agli appartenenti a tutte le religioni presenta un’evidente confusione teologica, derivante dall’aver eluso le categorie logico-metafisiche della filosfia classica. Per evitare equivoci relativistici, occorre ricordare che il concetto di fraternità ha una natura intrinsecamente analogica, esattamente come il concetto di Filiazione divina.

Così come Gesù è Figlio di Dio in senso proprio per natura (homoousios), i battezzati lo sono per adozione di grazia (Gal 4,5) e i non cristiani lo sono solo in quanto creati a Sua immagine (Gen 1,26) — per quanto tale somiglianza sia stata profondamente sfigurata e ferita dal peccato originale —, allo stesso modo la fraternità umana non può essere predicata in modo univoco. Occorre distinguere accuratamente i diversi livelli ontologici:

  1. La fraternità secondo la Creazione: È la fraternità naturale che lega tutti gli uomini in quanto creati dall’unico Dio a Sua immagine e costituenti un’unica famiglia umana. È una fraternità reale ma ferita, che porta in sé il segno della caduta originaria.
  2. La fraternità secondo la Redenzione: È la pienezza della fraternità soprannaturale che si realizza unicamente in Cristo Gesù. Egli, mediante la Sua Incarnazione, Passione e Risurrezione, e attraverso il lavacro del Battesimo, risana la somiglianza divina corrotta dal peccato, dona lo «Spirito d’adozione a figli» (Rm 8,15) e rende i credenti membra del Suo Corpo Mistico.

La radice di ogni vera apertura all’altro non risiede in un vago umanesimo secolare, ma nel fatto che Cristo è Caput humanitatis (Capo dell’umanità): poiché «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16) e poiché Egli «si è unito in certo modo a ogni uomo» (Gaudium et spes, 22), l’apertura fraterna poggia sul disegno di redenzione di Cristo stesso. Trattare la fraternità in modo indistinto ed equivoco, senza la necessaria graduazione analogica, finisce per svuotare di senso l’opera della Grazia e neutralizzare la specificità del Battesimo.

  1. La carità come spinta all’annuncio della Verità

Se Cristo è la pienezza della Rivelazione e l’unico Salvatore del mondo, la carità teologica (agape) verso il prossimo non può disgiungersi dall’ansia apostolica di partecipargli la Verità. La carità non si limita al soccorso materiale o alla pacifica convivenza, ma desidera il bene sommo dell’altro, che è la comunione di grazia con Dio in Cristo. Trovano qui applicazione le parole dell’Apostolo Paolo: «L’amore del Cristo ci spinge» (2 Cor 5,14) e la consapevolezza della volontà salvifica di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). Tacere la Verità di Cristo per un falso rispetto dell’altro non è atto di carità, ma di omissione. Il desiderio che ogni uomo conosca Gesù nasce dalla gratitudine per la salvezza ricevuta e si offre nella massima libertà, poiché la verità si propone e non si impone.

  1. L’esegesi paolina ed agostiniana di «Insta opportune, importune»

Di fronte alla tentazione di annacquare l’annuncio per conformismo o per paura di disturbare, la Scrittura offre un imperativo categorico nella Seconda Lettera a Timoteo: «Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e inopportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento» (2 Tm 4,2). L’espressione latina «insta opportune, importune» trova una mirabile spiegazione nei Sermoni di Sant’Agostino (in particolare nel Sermone 46 sul dovere dei pastori). Agostino chiarisce che l’«inopportunità» non autorizza l’aggressività verso le persone, ma descrive l’atteggiamento del predicatore di fronte alla resistenza dell’ascoltatore:

«Insisti opportunamente quando l’altro vuole, inopportunamente quando non vuole. Inopportunamente per lui, ma opportunamente per te, perché tu adempi il tuo dovere di carità.»

L’insistenza evangelica è la fedeltà alla Verità che non si arrende di fronte all’impopolarità, mitigata e guidata sempre — come prescrive il testo paolino — dalla pazienza e dalla dottrina.

  1. La distinzione necessaria tra l’Israele biblico e lo Stato moderno di Israele

Un punto di cruciale importanza che richiedeva una chiara precisazione riguarda il dialogo con l’ebraismo. Nel testo era necessaria un’esplicita presa di distanza e distinzione tra l’Israele inteso come Popolo di Dio della Prima Alleanza e l’odierno Stato politico d’Israele. Dal punto di vista teologico e canonico:

  • L’Israele della Fede (categoria teologica): È il popolo dell’Alleanza biblica, custode delle promesse, dei patriarchi e delle Scritture, dalla cui stirpe proviene Cristo secondo la carne (Rm 9,4-5).
  • L’odierno Stato d’Israele (categoria politico-statuale): È un unicum sovrano e una realtà politico-istituzionale moderna, operante secondo le dinamiche della geopolitica contemporanea e non sempre in linea con il diritto internazionale.

La mancata esplicita distinzione tra il piano teologico della fedeltà all’Alleanza con il piano politico e statale rischia di generare gravi equivoci sia sul piano della dottrina che su quello dell’azione diplomatica della Santa Sede, compromettendo la neutralità e la portata profetica della Chiesa nel panorama globale.

  1. La chiarezza dell’identità come precondizione del vero dialogo

Contrariamente a quanto sostiene un certo approccio irenico, l’interlocutore appartenente a un’altra religione non cerca un cristiano che sminuisca la propria fede o sfumi i propri dogmi. Chi prende sul serio la propria appartenenza religiosa disprezza il sincretismo e il “dialogo di cartone” fondato sul minimo comune denominatore. Un dialogo autentico richiede due identità forti e trasparenti. L’altro si sente rispettato quando viene considerato un interlocutore maturo, capace di reggere la testimonianza della diversità e il confronto. Celare l’appartenenza a Cristo per ragioni diplomatiche significa trasformare il dialogo in una finzione sociologica e mancare di lealtà verso l’interlocutore.

 

 

  1. Valutazione d’insieme: l’urgenza irrisolta di un atto magisteriale di correzione

In conclusione, la Nota «Un cammino di speranza» del 16 settembre 2026 raccoglie meritoriamente l’eredità di dialogo dei Romani Pontefici dal Vaticano II a oggi per favorire la pace tra i popoli. Tuttavia, il documento si rivela strutturalmente insufficiente di fronte alla gravità della crisi teologica attuale. Mancando una chiara e solenne inversione di rotta rispetto alla Dichiarazione di Abu Dhabi — della quale non si è evidenziata la netta contrarietà al testo di Nostra aetate —, il pericolo del relativismo e la negazione implicita dell’unicità salvifica di Cristo continuano a gravare sulla vita della Chiesa. Senza un documento magisteriale di formale correzione che riaffermi con fermezza l’ordine dell’essere, la distinzione tra volontà divina positiva e permissiva, e la necessaria separazione tra l’Israele dell’Alleanza e lo Stato politico ebraico moderno, il dialogo interreligioso rischia di rimanere prigioniero dell’indifferentismo e dell’ideologia smarrendo la propria radice e la propria meta evangelica.

  1. La distorsione del destinatario: il primato della diplomazia sulla salus animarum e l’appello a Papa Leone XIV

Un’analisi spietata ma doverosa della Nota del 16 settembre 2026 impone infatti di svelarne la vera natura performativa e la palese inversione dei suoi destinatari. Pur presentandosi con la veste canonica di un’Istruzione destinata a guidare i fedeli, la sostanza, il registro linguistico e la traiettoria comunicativa del documento dimostrano che il suo vero interlocutore primario è l’esterno della Chiesa. Il testo adotta un codice espressivo edulcorato, privo di asperità dogmatiche e mutuato quasi integramente dal lessico e dalle categorie di pensiero delle organizzazioni internazionali e della diplomazia secolare (pedagogia dell’incontro, convivenza pacifica, coesione sociale, ecologia integrale, cittadinanza universale e multilateralismo etico…). Quando la Curia romana scrive anzitutto per la formazione del popolo di Dio e per la custodia del depositum fidei, usa una precisione categoriale ben diversa; qui, invece, l’ansia di inviare un segnale di accreditamento politico e di rassicurazione alle cancellerie internazionali e ai leader delle altre religioni ha finito per subordinare la chiarezza dottrinale alla performance comunicativa.

Questo modo di procedere rappresenta un’insidia di estrema gravità che va radicalmente evitata. Quando la comunicazione ad extra e l’opportunismo diplomatico prendono il sopravvento sul munus docendi (il dovere di insegnare la verità) e sulla salus animarum (la salvezza delle anime, la legge suprema della Chiesa), l’esito inevitabile è il completo smarrimento della compagine ecclesiale. Tacere sul peccato originale, glissare sulla necessità della Redenzione in Cristo, sfiorare soltanto il pericolo del relativismo e rinunciare a una doverosa e formale correzione delle ambiguità di Abu Dhabi per non disturbare l’interlocutore non cristiano non è atto di carità, ma di grave omissione pastorale. Tale strategia produce un profondo disorientamento tra i fedeli, anestetizza la spinta missionaria e instilla nel popolo di Dio l’idea che la Verità sia negoziabile in vista della pace sociale.

Per queste ragioni, levo accorato e filiale l’invito a Papa Leone XIV affinché metta fine a questa stagione di documenti curiali ambigui e politicamente orientati. Si chiede con fermezza al Santo Padre di non apporre più la propria firma su atti magisteriali o note congiunte che, per compiacere lo spirito del mondo o le logiche della diplomazia secolare, annacquano l’ordine dell’essere, tacciono la divinità di Cristo e rinunciano a proclamare che solo in Gesù di Nazareth si trova la pienezza della verità e della salvezza. La Chiesa, in questo nostro tempo, non ha bisogno di manifesti di accreditamento geopolitico, ma della voce chiara e profetica del Successore di Pietro che confermi i fratelli nella fede (Lc 22,32) e riaffermi senza compromessi il primato della Verità sulla diplomazia.


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