Leone XIV udienza al corpo diplomatico 09.01.2026 (foto: Vatican News)
Leone XIV udienza al corpo diplomatico 09.01.2026 (foto: Vatican News)

 

 

di Fabio Vessillifero

 

 

  1. La Dichiarazione di Abu Dhabi e il sovvertimento dell’ordine dell’essere

Il punto di frattura nel dibattito teologico contemporaneo è rappresentato dalla Dichiarazione sulla Fratellanza Umana sottoscritta ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Papa Bergoglio e dal Grande Imam di Al-Azhar. Affermando testualmente che «Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani», quel testo ha prodotto uno sconvolgimento nell’ordine ontologico della teologia cattolica (qui). Equiparando la diversità delle religioni alla diversità dei sessi o delle razze — ossia a un bene voluto direttamente e positivamente da Dio al momento della Creazione —, la Dichiarazione ha introdotto di fatto nei testi ufficiali il principio del relativismo e dell’indifferentismo religioso.

  1. La gravità dogmatica di Abu Dhabi, il contrasto con Nostra aetate e la mancata correzione magisteriale

La gravità del Documento di Abu Dhabi non si limita a un’ambiguità formale, ma riguarda la struttura stessa del dogma cristiano: sostenere che Dio intenda e voglia positivamente l’esistenza di religioni che negano la Trinità, l’Incarnazione e la Risurrezione comporta la negazione implicita della divinità di Cristo stesso, ridotto a fondatore di religione tra i tanti. Celebrando i sessant’anni di Nostra aetate, si sarebbe dovuto riconoscere esplicitamente come la Dichiarazione di Abu Dhabi si ponga in aperto contrasto con lo stesso documento conciliare. Se infatti Nostra aetate (n. 2) afferma che la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni ma non cessa mai di «annunziare Cristo che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose», Abu Dhabi ribalta questa prospettiva, trasformando la presenza delle diverse religioni da fatto storico da approcciare con rispetto a disegno divino primario. Di fronte a uno sfasamento di tale portata, la Nota del 16 settembre 2026 avrebbe dovuto compiere una chiara inversione di rotta. Purtroppo, ad oggi manca ancora un documento magisteriale di formale e solenne correzione: le precisazioni verbali fornite da Bergoglio in alcune udienze circa la “volontà permissiva” non sono sufficienti e non possiedono la forza canonica né il rango magisteriale necessari a sanare il vulnus prodotto da un atto firmato e promulgato ufficialmente.

  1. Il rischio dell’irenismo e il pericolo del relativismo appena accennato

Proprio perché mancava e manca un’inversione di rotta formale rispetto ad Abu Dhabi, un limite rilevante della Nota del 16 settembre 2026 sta nel fatto che il pericolo del relativismo viene appena accennato, senza essere affrontato con la necessaria fermezza dogmatica. Sorvolando sulla deriva dell’indifferentismo religioso e rinunciando a denunciare l’errore teologico con chiarezza magisteriale, si rischia di confermare nell’opinione pubblica e nel popolo di Dio l’idea che la ricerca della verità sia secondaria e che le diverse credenze si equivalgano.

Sebbene la Nota contenga queste affermazioni di principio — rifiuto del sincretismo, necessità della chiarezza dottrinale, fermezza nella fede e non-sostituzione dell’annuncio —, resta valida l’obiezione di fondo che emerge nella analisi: tali richiami rimangono spesso enunciazioni di cornice. Il documento non sviluppa una confutazione dogmatica articolata contro l’indifferentismo nato da formulazioni come quelle di Abu Dhabi, lasciando che questi sbarramenti contro il relativismo figurino più come avvertenze generali che come una vera e propria riaffermazione dell’ordine dell’essere in Cristo.

Il documento vaticano, inoltre, cade in una palese ingenuità gnoseologica, presupponendo un’antropologia condivisa che nella realtà non esiste. Parlare di “dignità inalienabile della persona” e di “libertà” come terreno comune significa proiettare indebitamente sulle altre religioni categorie che sono frutto esclusivo dell’Incarnazione e della teologia cristiana. L’Islam non possiede la categoria ontologica di persona, l’Induismo dissolve l’individualità nell’Assoluto impersonale, e persino il Protestantesimo luterano nega il libero arbitrio. Un dialogo che finge l’esistenza di un’antropologia universale comune non è un atto di realismo, ma una finzione ideologica che rinuncia a proclamare Cristo come unico vero fondamento della dignità dell’uomo.

  1. Il rifiuto del proselitismo e i suoi tre fondamenti teologici

Nella Nota, la riprovazione del proselitismo viene argomentata su precise premesse teologiche e magisteriali. In primo luogo, in continuità con Dignitatis humanae, si riafferma che la fede è un atto intrinsecamente libero; il proselitismo, inteso come pressione o manipolazione, viola il sacrario della coscienza dell’uomo, creato a immagine di Dio (Gen 1,26-27). In secondo luogo, si recepisce l’insegnamento di Benedetto XVI secondo cui l’evangelizzazione risponde alla dinamica dell’irradiamento della carità e dell’attrazione, non alla coazione. In terzo luogo, sul piano del dialogo ebraico-cristiano, la Nota fonda il rispetto e la specificità del legame con l’ebraismo sul principio paolino secondo cui «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29). Tuttavia, questo richiamo del testo vaticano non può tradursi nel silenzio sulla prospettiva soteriologica del Nuovo Testamento: è infatti necessario che anche gli ebrei giungano a riconoscere in Gesù di Nazareth il Messia e il Figlio di Dio. Tale riconoscimento non rappresenta per un ebreo un passaggio a una “religione estranea” o un’abiura, ma il raggiungimento della pienezza stessa dell’ebraismo, che trova in Gesù di Nazareth il compimento di tutte le promesse profetiche e delle Scritture. Come insegna magistralmente l’Apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, Dio ha permesso un temporaneo indurimento di una parte d’Israele affinché la pienezza delle genti potesse entrare nella nuova ed eterna Alleanza (Rm 11,25-26.30-31).

  1. La degradazione semantica del termine “proselitismo”: genesi e slittamenti

Dal punto di vista della storia del linguaggio, il termine “proselitismo” ha subito una profonda mutazione semantica. Nell’etimologia greca biblica, prosélytos (προσήλυτος) indicava il forestiero che liberamente sceglieva di avvicinarsi alla comunità d’Israele per abbracciarne la fede. Nel cristianesimo antico e classico, “fare proseliti” significava semplicemente comunicare la fede e accogliere i nuovi battezzati, un’azione considerata del tutto nobile e virtuosa. Tuttavia, a partire dalla metà del Novecento — e in particolar modo negli ambienti del movimento ecumenico — il termine ha assunto una connotazione nettamente negativa. Oggi per “proselitismo” si intende esclusivamente la corruzione dell’evangelizzazione, ossia l’uso di mezzi illeciti, lusinghe materiali, pressioni psicologiche o sfruttamento dello stato di bisogno per strappare un’adesione formale.

  1. La stima per i “semina Verbi” e il principio di non-contraddizione

La Nota riprende il passo di Nostra aetate (n. 2) in cui si afferma che la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni, esortando a considerare con sincero rispetto (debita cum reverentia) le loro dottrine e i loro precetti. Questo atteggiamento trova il suo solido fondamento nella teologia patristica dei semina Verbi (i semi del Verbo), formulata da San Giustino Martire e Clemente Alessandrino: ogni raggio di verità presente nelle culture e nelle religioni proviene dall’unico Verbo illuminatore (Gv 1,9). Come ricordava San Tommaso d’Aquino, citando l’Ambrosiaster (lo pseudo Ambrogio del IV sec.): «Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est – Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo» (STh, I-II q. 109 a.1). Tuttavia, la venerazione per i frammenti di verità non può annullare il principio di non-contraddizione. Le religioni non cristiane contengono intuizioni altissime, ma anche elementi incompleti ed erronei. Cristo, in quanto Verità incarnata (Gv 14,6), rimane il criterio supremo di giudizio, chiamato a purificare ed elevare ciò che nelle altre tradizioni è ancora adombrato dall’imperfezione.


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