di Fabio Vessillifero
- La Dichiarazione di Abu Dhabi e il sovvertimento dell’ordine dell’essere
Il punto di frattura nel dibattito teologico contemporaneo è rappresentato dalla Dichiarazione sulla Fratellanza Umana sottoscritta ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Papa Bergoglio e dal Grande Imam di Al-Azhar. Affermando testualmente che «Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani», quel testo ha prodotto uno sconvolgimento nell’ordine ontologico della teologia cattolica (qui). Equiparando la diversità delle religioni alla diversità dei sessi o delle razze — ossia a un bene voluto direttamente e positivamente da Dio al momento della Creazione —, la Dichiarazione ha introdotto di fatto nei testi ufficiali il principio del relativismo e dell’indifferentismo religioso.
- La gravità dogmatica di Abu Dhabi, il contrasto con Nostra aetate e la mancata correzione magisteriale
La gravità del Documento di Abu Dhabi non si limita a un’ambiguità formale, ma riguarda la struttura stessa del dogma cristiano: sostenere che Dio intenda e voglia positivamente l’esistenza di religioni che negano la Trinità, l’Incarnazione e la Risurrezione comporta la negazione implicita della divinità di Cristo stesso, ridotto a fondatore di religione tra i tanti. Celebrando i sessant’anni di Nostra aetate, si sarebbe dovuto riconoscere esplicitamente come la Dichiarazione di Abu Dhabi si ponga in aperto contrasto con lo stesso documento conciliare. Se infatti Nostra aetate (n. 2) afferma che la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni ma non cessa mai di «annunziare Cristo che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose», Abu Dhabi ribalta questa prospettiva, trasformando la presenza delle diverse religioni da fatto storico da approcciare con rispetto a disegno divino primario. Di fronte a uno sfasamento di tale portata, la Nota del 16 settembre 2026 avrebbe dovuto compiere una chiara inversione di rotta. Purtroppo, ad oggi manca ancora un documento magisteriale di formale e solenne correzione: le precisazioni verbali fornite da Bergoglio in alcune udienze circa la “volontà permissiva” non sono sufficienti e non possiedono la forza canonica né il rango magisteriale necessari a sanare il vulnus prodotto da un atto firmato e promulgato ufficialmente.
- Il rischio dell’irenismo e il pericolo del relativismo appena accennato
Proprio perché mancava e manca un’inversione di rotta formale rispetto ad Abu Dhabi, un limite rilevante della Nota del 16 settembre 2026 sta nel fatto che il pericolo del relativismo viene appena accennato, senza essere affrontato con la necessaria fermezza dogmatica. Sorvolando sulla deriva dell’indifferentismo religioso e rinunciando a denunciare l’errore teologico con chiarezza magisteriale, si rischia di confermare nell’opinione pubblica e nel popolo di Dio l’idea che la ricerca della verità sia secondaria e che le diverse credenze si equivalgano.
Sebbene la Nota contenga queste affermazioni di principio — rifiuto del sincretismo, necessità della chiarezza dottrinale, fermezza nella fede e non-sostituzione dell’annuncio —, resta valida l’obiezione di fondo che emerge nella analisi: tali richiami rimangono spesso enunciazioni di cornice. Il documento non sviluppa una confutazione dogmatica articolata contro l’indifferentismo nato da formulazioni come quelle di Abu Dhabi, lasciando che questi sbarramenti contro il relativismo figurino più come avvertenze generali che come una vera e propria riaffermazione dell’ordine dell’essere in Cristo.
Il documento vaticano, inoltre, cade in una palese ingenuità gnoseologica, presupponendo un’antropologia condivisa che nella realtà non esiste. Parlare di “dignità inalienabile della persona” e di “libertà” come terreno comune significa proiettare indebitamente sulle altre religioni categorie che sono frutto esclusivo dell’Incarnazione e della teologia cristiana. L’Islam non possiede la categoria ontologica di persona, l’Induismo dissolve l’individualità nell’Assoluto impersonale, e persino il Protestantesimo luterano nega il libero arbitrio. Un dialogo che finge l’esistenza di un’antropologia universale comune non è un atto di realismo, ma una finzione ideologica che rinuncia a proclamare Cristo come unico vero fondamento della dignità dell’uomo.
- Il rifiuto del proselitismo e i suoi tre fondamenti teologici
Nella Nota, la riprovazione del proselitismo viene argomentata su precise premesse teologiche e magisteriali. In primo luogo, in continuità con Dignitatis humanae, si riafferma che la fede è un atto intrinsecamente libero; il proselitismo, inteso come pressione o manipolazione, viola il sacrario della coscienza dell’uomo, creato a immagine di Dio (Gen 1,26-27). In secondo luogo, si recepisce l’insegnamento di Benedetto XVI secondo cui l’evangelizzazione risponde alla dinamica dell’irradiamento della carità e dell’attrazione, non alla coazione. In terzo luogo, sul piano del dialogo ebraico-cristiano, la Nota fonda il rispetto e la specificità del legame con l’ebraismo sul principio paolino secondo cui «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29). Tuttavia, questo richiamo del testo vaticano non può tradursi nel silenzio sulla prospettiva soteriologica del Nuovo Testamento: è infatti necessario che anche gli ebrei giungano a riconoscere in Gesù di Nazareth il Messia e il Figlio di Dio. Tale riconoscimento non rappresenta per un ebreo un passaggio a una “religione estranea” o un’abiura, ma il raggiungimento della pienezza stessa dell’ebraismo, che trova in Gesù di Nazareth il compimento di tutte le promesse profetiche e delle Scritture. Come insegna magistralmente l’Apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, Dio ha permesso un temporaneo indurimento di una parte d’Israele affinché la pienezza delle genti potesse entrare nella nuova ed eterna Alleanza (Rm 11,25-26.30-31).
- La degradazione semantica del termine “proselitismo”: genesi e slittamenti
Dal punto di vista della storia del linguaggio, il termine “proselitismo” ha subito una profonda mutazione semantica. Nell’etimologia greca biblica, prosélytos (προσήλυτος) indicava il forestiero che liberamente sceglieva di avvicinarsi alla comunità d’Israele per abbracciarne la fede. Nel cristianesimo antico e classico, “fare proseliti” significava semplicemente comunicare la fede e accogliere i nuovi battezzati, un’azione considerata del tutto nobile e virtuosa. Tuttavia, a partire dalla metà del Novecento — e in particolar modo negli ambienti del movimento ecumenico — il termine ha assunto una connotazione nettamente negativa. Oggi per “proselitismo” si intende esclusivamente la corruzione dell’evangelizzazione, ossia l’uso di mezzi illeciti, lusinghe materiali, pressioni psicologiche o sfruttamento dello stato di bisogno per strappare un’adesione formale.
- La stima per i “semina Verbi” e il principio di non-contraddizione
La Nota riprende il passo di Nostra aetate (n. 2) in cui si afferma che la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni, esortando a considerare con sincero rispetto (debita cum reverentia) le loro dottrine e i loro precetti. Questo atteggiamento trova il suo solido fondamento nella teologia patristica dei semina Verbi (i semi del Verbo), formulata da San Giustino Martire e Clemente Alessandrino: ogni raggio di verità presente nelle culture e nelle religioni proviene dall’unico Verbo illuminatore (Gv 1,9). Come ricordava San Tommaso d’Aquino, citando l’Ambrosiaster (lo pseudo Ambrogio del IV sec.): «Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est – Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo» (STh, I-II q. 109 a.1). Tuttavia, la venerazione per i frammenti di verità non può annullare il principio di non-contraddizione. Le religioni non cristiane contengono intuizioni altissime, ma anche elementi incompleti ed erronei. Cristo, in quanto Verità incarnata (Gv 14,6), rimane il criterio supremo di giudizio, chiamato a purificare ed elevare ciò che nelle altre tradizioni è ancora adombrato dall’imperfezione.
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Caro Fabio, ho letto con attenzione la tua riflessione sulla Dichiarazione di Abu Dhabi e sulla recente Nota dedicata ai sessant’anni di Nostra aetate. Poni questioni tutt’altro che secondarie e, proprio per questo, credo che meritino di essere affrontate sul terreno della teologia e non su quello delle contrapposizioni di schieramento.
Condivido anzitutto un punto fondamentale della tua analisi: la fede cristiana non può essere costruita sul relativismo religioso. Il cristianesimo non confessa una religione tra le altre, ma una Persona: Gesù Cristo, il Verbo fatto carne, nel quale la Chiesa riconosce la pienezza della Rivelazione. Nostra aetate non ha mai affermato il contrario. Quando il Concilio dichiara di non rigettare «nulla di quanto è vero e santo» nelle altre religioni, non sta affermando che tutte le religioni siano ugualmente vere, né che tutte conducano indistintamente alla medesima salvezza. E subito dopo ricolloca quella apertura nell’orizzonte cristologico: Cristo è «la via, la verità e la vita».
Su questo punto, dunque, la tua preoccupazione è comprensibile e teologicamente seria.
Ma proprio qui credo sia necessaria una distinzione.
Dire che le religioni sono presenti nella storia per una disposizione della provvidenza divina non significa necessariamente affermare che Dio abbia voluto positivamente, nello stesso modo e con lo stesso atto della volontà creatrice, ogni loro contenuto dottrinale. È questa, a mio avviso, la distinzione che rischia di perdersi quando parli di «sovvertimento dell’ordine dell’essere».
La teologia cristiana conosce da sempre una differenza tra ciò che Dio vuole direttamente e ciò che permette nella storia. E conosce anche una differenza tra il bene ontologico dell’esistenza di una realtà e la verità di tutto ciò che quella realtà successivamente esprime. Il fatto che Dio permetta l’esistenza storica di una religione non implica, per ciò stesso, che egli approvi ogni sua formulazione teologica.
Altrimenti dovremmo porci una domanda ancora più radicale: Dio vuole anche positivamente l’esistenza dell’errore? Vuole positivamente il peccato? Vuole le divisioni, le guerre, le eresie, gli scismi, le ingiustizie che attraversano la storia umana?
La risposta cristiana è evidentemente più complessa: Dio governa una storia nella quale, insieme al bene voluto, è presente anche il male che egli permette senza volerlo in quanto male. La categoria della permissione divina non è dunque un espediente escogitato per salvare Abu Dhabi: appartiene alla struttura stessa della teologia della provvidenza.
E questo mi porta al punto forse più delicato della questione.
La frase di Abu Dhabi sul «pluralismo e le diversità di religione» è certamente una formulazione che può generare equivoci e che, isolata dal contesto, si presta a una lettura indifferentista. Ma una cosa è riconoscere la problematicità di una formulazione; altra cosa è trasformare immediatamente quella formulazione in una tesi dogmatica secondo cui la Chiesa avrebbe insegnato che Dio vuole tutte le religioni come vuole la Creazione dell’uomo e della donna.
È proprio qui che occorre quella distinctio che appartiene alla grande tradizione cattolica.
Non tutto ciò che viene scritto in un documento pastorale o in una dichiarazione congiunta possiede il medesimo grado teologico di una definizione dogmatica. E non ogni espressione discutibile o ambigua deve essere immediatamente elevata a «vulnus dogmatico». Altrimenti si rischia, paradossalmente, di attribuire a un testo un peso magisteriale maggiore di quello che il testo stesso possiede.
La questione, quindi, non è semplicemente stabilire se Abu Dhabi sia «cattolica» o «non cattolica». La domanda più seria è: in quale senso deve essere interpretata quella frase alla luce dell’insieme della dottrina cattolica?
E qui la risposta non può prescindere da Dominus Iesus, da Lumen gentium, da Nostra aetate, da Dignitatis humanae e dall’intero sviluppo del magistero successivo al Concilio.
Il criterio ermeneutico non può essere una singola frase isolata, né di Abu Dhabi né di Nostra aetate. La Chiesa si comprende nella continuità del suo insegnamento.
C’è poi un’altra questione sulla quale sarei più prudente rispetto a quanto scrivi: l’affermazione secondo cui la dignità della persona sarebbe una categoria «esclusiva» del cristianesimo e che il documento vaticano commetterebbe una «ingenuità gnoseologica» nel presupporre un’antropologia condivisa.
Qui il problema è più complesso.
La dignità della persona riceve certamente nella Rivelazione cristiana una fondazione incomparabilmente più piena: l’uomo è creato a immagine di Dio e, nella prospettiva cristiana, raggiunge il suo vertice nel mistero dell’Incarnazione. Ma questo non significa che ogni altra tradizione religiosa o filosofica sia semplicemente priva di una concezione della dignità umana. Sarebbe una semplificazione storica e filosofica difficile da sostenere.
Il dialogo cristiano, infatti, non parte dal presupposto che fuori dalla Chiesa vi sia soltanto errore. Parte esattamente dal contrario: esistono frammenti di verità, intuizioni morali, domande autentiche, aperture al trascendente. Nostra aetate non inventa questo atteggiamento. Lo colloca dentro una tradizione molto più antica, quella dei semina Verbi.
Ma anche qui bisogna evitare l’altro estremo.
Riconoscere un seme non significa identificare il seme con l’albero.
È questa, forse, la formula che terrei come criterio per tutto il dibattito contemporaneo sul dialogo interreligioso. Il cristiano può riconoscere il vero presente nell’altro senza per questo dichiarare vera ogni sua dottrina. Può riconoscere il bene senza trasformarlo nella pienezza del Bene. Può dialogare senza relativizzare Cristo.
Anzi, direi qualcosa di più: proprio perché Cristo è la Verità, il cristiano non deve avere paura della verità presente nell’altro.
La verità non ha bisogno di essere difesa attraverso la negazione di ciò che nell’altro è realmente vero.
E qui arriviamo alla questione del proselitismo.
Sono d’accordo con te quando metti in guardia dalla trasformazione dell’evangelizzazione in pressione psicologica, condizionamento o sfruttamento della fragilità. Ma non confonderei il rifiuto del proselitismo con il rifiuto della missione.
La Chiesa esiste per evangelizzare.
Il problema, dunque, non è se il cristiano debba annunciare Cristo, ma come debba farlo. La libertà non è un ostacolo all’evangelizzazione: è la condizione perché l’annuncio possa essere accolto realmente come un atto libero di fede e non come il risultato di una pressione esercitata sulla coscienza.
Anche il rapporto con l’ebraismo richiede una distinzione analoga. È certamente necessario evitare ogni forma di disprezzo verso Israele e riconoscere, con Paolo, che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili». Ma questo non significa cancellare la tensione cristologica del Nuovo Testamento. La Chiesa non può smettere di confessare Gesù Cristo come compimento delle promesse di Israele.
Ma proprio per questo l’annuncio cristiano non può trasformarsi in una caricatura polemica dell’ebraismo.
Credo che il punto decisivo sia allora un altro.
Il vero pericolo non è soltanto quello di un cristianesimo che diventi relativista. Esiste anche il rischio opposto: quello di una difesa della verità cristiana che finisca per concepire la verità come una fortezza assediata, costretta continuamente a dichiarare nemici tutti coloro che non possiedono la sua pienezza.
La tradizione cattolica è più grande di entrambe queste riduzioni.
Essa può affermare contemporaneamente che Cristo è l’unico Salvatore e che lo Spirito di Dio opera misteriosamente anche oltre i confini visibili della Chiesa; che la Rivelazione cristiana è piena e definitiva e che nelle altre religioni possono trovarsi elementi di verità e di santità; che la Chiesa deve evangelizzare e che la fede non può essere imposta; che il dialogo è autentico soltanto se non nasconde le differenze.
Questa non è una contraddizione.
È precisamente la tensione cattolica tra verità e libertà, tra universalità della salvezza in Cristo e mistero della sua applicazione storica, tra missione e dialogo.
Per questo non liquiderei le tue preoccupazioni su Abu Dhabi, ma neppure trasformerei Abu Dhabi nel punto a partire dal quale tutta la teologia cattolica successiva dovrebbe essere letta come una progressiva capitolazione davanti al relativismo.
La questione è più seria e, proprio per questo, più difficile.
Non abbiamo bisogno né di un cattolicesimo che confonda tutte le religioni, né di un cattolicesimo che, per difendere Cristo, finisca per non riconoscere più nulla di vero fuori dai propri confini.
Abbiamo bisogno di tornare alla distinzione.
Perché la verità cristiana non teme la distinzione: la esige.
E forse è proprio qui che si gioca oggi la qualità teologica del dialogo interreligioso: non nel diminuire Cristo per poter parlare con l’altro, ma nel parlare con l’altro senza diminuire Cristo.
Caro don Giuseppe,
grazie di cuore per la lettura attenta e per le tue osservazioni, scritte con quello stile di sereno dibattito teologico e rigoroso esercizio della distinctio che fa sempre un gran bene alla Chiesa.
Mi fa molto piacere la convergenza sul punto di partenza: l’impossibilità di ridurre l’annuncio di Cristo a qualsivoglia forma di relativismo o indifferentismo. È proprio a partire da questo terreno comune che mi permetto di darti qualche elemento di replica sui punti che sollevi (sperando anche che la lettura della seconda parte del testo che sarà pubblicato domani, possa chiarire ulteriormente lo sviluppo del mio pensiero!).
1. Sulla volontà divina e la Dichiarazione di Abu Dhabi
Richiami giustamente la classica distinzione scolastica tra volontà positiva (o antecedente) e volontà permissiva (o conseguente) di Dio. Il nodo teologico che pongo, però, non nasce dall’applicazione di questa categoria (che è patrimonio saldo della dottrina della provvidenza), ma dal testo stesso della Dichiarazione. Quando il documento afferma che il pluralismo religioso è voluto da Dio «con la quale [sapienza] ha creato gli esseri umani, la donna e l’uomo», la struttura analogica della frase lega la diversità delle religioni alla medesima volontà creatrice e positiva con cui Dio ha voluto la distinzione dei sessi.
Ed è proprio qui il problema: non è una cattiva interpretazione dei critici, ma una formulazione che attribuisce alla diversità delle religioni lo stesso statuto ontologico della Creazione. Trattare una realtà storica segnata dall’errore o dalla parzialità alla stregua di un bene voluto positivamente dall’origine significa, sul piano metafisico, un sovvertimento dell’ordine dell’essere. Accogliere la tua lettura (la volontà permissiva) significa in realtà ammettere che il testo di Abu Dhabi richiede un’ermeneutica correttiva che ne riscriva il senso letterale.
2. Sul valore dei documenti e la prassi pastorale
Sono d’accordissimo con te sul fatto che una dichiarazione congiunta o un documento di accompagnamento non abbiano il peso di una definizione dogmatica ex cathedra. Tuttavia, non possiamo ignorare l’impatto del magistero ordinario e pastorale sulla formazione della mens dei fedeli. Come ricordava la Donum veritatis (n. 18), anche i documenti dei Dicasteri approvati espressamente dal Papa partecipano del magistero ordinario. Se un’espressione storicamente o teologicamente ambigua viene reiterata ed elevata a criterio d’azione pastoral-diplomatica, cessa di essere una semplice “frase isolata” e diventa una prassi che modella silenziosamente la catechesi, col rischio di far arretrare il principio di non contraddizione sul piano della fede.
3. Sull’antropologia e i semina Verbi
Quanto alla dignità della persona, non ho mai inteso negare la presenza dei semina Verbi o di intuizioni morali autentiche nelle diverse culture. La mia critica a un’«ingenuità gnoseologica» riguarda la sovrapposizione dell’antropologia personalista (nata in seno alla matrice giudeo-cristiana) con le categorie antropologiche di altre tradizioni. Lì il concetto filosofico e teologico di “persona” — come sussistente relazionale dotata di spiritualità e libertà — ha uno statuto del tutto diverso, se non assente (penso alla dissoluzione dell’io in certe filosofie orientali o alla concezione teonomico-giuridica dell’individuo nell’islam). Presupporre un’antropologia già condivisa rischia di trasformare il dialogo in un equivoco semantico, anziché in un reale incontro tra alterità.
4. Riconoscere il vero senza dissolvere la Verità
Condivido in pieno la tua felice sintesi: “Il cristiano può riconoscere il vero presente nell’altro senza per questo dichiarare vera ogni sua dottrina”. È esattamente la linea di Nostra aetate n. 2, che associa la stima per ciò che è vero e santo all’obbligo di annunciare incessantemente Cristo. La mia preoccupazione, che sviluppo meglio nel seguito dell’articolo, è che oggi si tenda a citare il primo elemento dimenticando il secondo, scambiando l’annuncio missionario per “proselitismo” e riducendo la testimonianza a mera presenza sociologica.
Ti ringrazio ancora davvero per questo confronto stimolante. Dai un’occhiata anche ai passaggi successivi dell’articolo quando hai un attimo, mi farà molto piacere sapere cosa ne pensi!
Un caro e fraterno saluto,
Fabio