Dopo le affermazioni fatte dal preposito (il superiore) dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal, a margine del Meeting di Rimini 2019, sul diavolo, che a suo parere non sarebbe una “persona” ma una “maniera di attuare il male”, tante sono state le prese di posizioni. Ecco quella di Silvio Brachetta.

 

Arturo Sosa Abascal, Preposito generale dei gesuiti

Arturo Sosa Abascal, Preposito generale dei gesuiti

 

Francesco Agnoli ha detto recentemente che il Maligno «è persona, né simbolo né cosa». E lo dimostra mediante l’argomento maggiore: il male «è una scelta della nostra intelligenza e volontà, cioè della nostra persona». Agnoli attinge dalla sapienza teologica e filosofica classica, secondo cui il male è una categoria etica; e dove c’è l’etica c’è una scelta; e dove c’è scelta c’è una persona che sceglie. Chiunque riduce il male a simbolo, o a forza malefica, compie un paralogismo. Dire che il principio del male è impersonale significa applicare bene e male al di fuori della persona. Cioè, al di fuori di volontà e ragione. Ma questo è un paralogismo, perché bene e male si originano proprio nell’intelletto e nella volontà.

Le creature, di per sé, sono neutre – eticamente neutre. Così anche i corpi, le forze o le energie. Bene e male hanno anche a che fare con le forze, ma solo per orientarle al bene o al male, appunto. È questo il motivo per cui la Rivelazione, interpretata dal magistero cattolico, afferma l’esistenza di un Dio buono, come pure degli angeli che, per libera scelta, fanno il bene o il male. Allo stesso modo, l’uomo compie la scelta nella propria coscienza, in obbedienza o in disobbedienza alla legge di Dio.

Se vi è, dunque, un principio del male, questo non può che essere un angelo decaduto (demonio) o una persona dannata. Non vi è nulla di simbolico in materia etica, ma piuttosto di tragico o di amabile, poiché il male (come scelta) trascina le creature alla rovina, mentre il bene le beatifica.

Perché gli animali, i vegetali e le cose inanimate sono fuori dalla dimensione morale? È questa una questione talmente dibattuta nella storia, che non è per nulla difficile trovare l’argomento di un qualche autore. Clive Staples Lewis, ad esempio, scrive che mentre «un corpo non può scegliere di obbedire o no alla legge di gravitazione», un uomo «può scegliere tra obbedire e disobbedire alla legge della natura umana» (Il cristianesimo così com’è, Adelphi). Le uniche leggi a cui l’uomo è costretto ad obbedire sono quelle «che ha in comune con le altre entità» irrazionali – come la legge di gravitazione e le altre leggi della fisica e della chimica.

C’è, allora, un qualcosa che lega bene e male alla libertà, di cui godono gli esseri volenti e intelligenti. Nella teologia morale di San Bonaventura da Bagnoregio, il mistero della libertà è intimamente connesso con il mistero dell’unione sostanziale di ragione e volontà. Francesco Agnoli fa bene a dire che nella scelta non è coinvolta solo la volontà, ma anche l’intelligenza. Per Bonaventura, infatti, non solo ragione e volontà sono inseparabili dall’unica essenza dell’anima umana, ma il libero arbitrio è definito come una «una capacità operativa della ragione e della volontà» (nel Breviloquium) e, dunque, il Dottore esclude che possa esserci libero arbitrio, laddove una delle due facoltà – ragione o volontà – sia assente.

L’evidenza stessa, pertanto, associa il male (o il bene) alle persone. Seppure quando si parla di angeli o di demoni – o anche di Dio stesso – è giocoforza confrontarsi alla Rivelazione, tuttavia la questione può essere intuita anche mediante la semplice speculazione naturale. La stessa teologia è una sintesi del dato rivelato e della speculazione filosofica. Se però nemmeno l’evidenza dovesse bastare ad alcuni, allora questi farebbero bene a chiedersi a chi mai si riferisce la Scrittura, quando descrive il «principe di questo mondo», il «principe della potestà dell’aria», l’«omicida fin da principio», il «tentatore», il «padre della menzogna», il «serpente antico», il «calunniatore», l’«anticristo» – e altri epiteti consimili.

 

 

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