Luciano Moia, giornalista di Avvenire

Luciano Moia, giornalista di Avvenire

 

di Sabino Paciolla

 

Con il deposito del Ddl Zan sulla Omotransfobia è certo che un vulnus rischia di essere introdotto nella nostra democrazia, che la porterebbe ad un lento, inesorabile, scivolamento verso la dittatura. Un fatto grave, anzi, gravissimo. 

Un Ddl “unificato”, quello di Zan, in quanto sostituisce le precedenti 5 proposte. E poiché recepisce il peggio dei 5 precedenti Ddl, è esso stesso il peggio del peggio.

Il Ddl Zan stabilisce, senza però specificare, il reato di omotransfobia legandolo a quattro categorie: sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale. Tenta cioè di colpire un sentimento, quello di un presunto odio, senza però collegarlo ad una specifica condotta concreta e materiale come potrebbe essere quella di uccidere, ferire, insultare, diffamare, rubare, ecc., avvilendo così, anzi macchiando, tutta una civiltà giuridica di tutela della persona, che ci ha accompagnati fino ad ora. Una tale procedura non può che lasciare alla magistratura amplissimi margini di interpretazione, con il rischio di colpire la libera espressione del pensiero che è sancita dall’articolo 21 della nostra Costituzione.

In particolare, si parla di un fantomatico reato di odio che nascerebbe dalla lesione della dignità nascosta dentro la nebulosa della identità di genere, che è declinata, come dicono i diretti interessati, in una sessantina di varietà/definizione diverse. Un guazzabuglio di definizioni in cui si fa fatica solo a nominarle, senza parlare poi di cosa significhino: Agender, Androgino, Bigender, Cisgender, Genere non conforme, Genderqueer, Intersessuale, Non binario, Pangender, Transgender, Two-Spirit, ecc. ecc. La questione, come si vede, è così complicata che una persona rischierebbe di essere incriminata per il reato di omofobia per il solo fatto di guardare con tono tra il frastornato, l’incredulo e lo stupito una espressione concreta delle suddette identità.

Come è noto, di leggi che sanzionano comportamenti criminosi ve sono ed in abbondanza. Per altro, dati alla mano, non esiste una emergenza omofobica in Italia. Dunque non ci sarebbe necessità di introdurre una nuova, specifica legge, men che meno una che coinvolgesse gli articoli 604 bis e ter del codice penale. E’ per questo che la stessa CEI, il 10 giugno scorso, riferendosi ai 5 ddl in discussione alla Commissione Giustizia della Camera, aveva emesso un preoccupato comunicato in cui paventava il rischio di “derive liberticide”.

E verso una deriva liberticida sicuramente ci stiamo avviando vista la versione definitiva del ddl unificato che è stata depositata, il quale prevede pene altissime, fino a sei anni di carcere, per uno scritto, per un articolo su giornale o su un blog o, addirittura, per un semplice commento scritto su Facebook che venga qualificato come omofobico. 

Quindi ci si aspetterebbe una levata di scudi soprattutto dagli ambienti e dai media cattolici che in teoria sarebbero, per via della concezione antropologica che discende dalla fede cristiana, i primi ad essere sotto tiro. E invece, stranamente, assistiamo ad una placida tranquillità, o ad un malcelato dispiacere legato al fatto che gli autori della legge si siano spinti un “tantino” in là nella scrittura della legge, tradendo un eccesso di ambizione. Si fossero fermati un pochino prima, ed il risultato sarebbe stato ottimale.

Prendete ad esempio il commento di Luciano Moia su Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, scritto ieri a commento del deposito del Ddl. 

Egli, dopo aver detto che “Non vengono superate le definizioni di ‘identità di genere’ e di ‘orientamento sessuale’ con tutto il loro pesante carico di problematicità.”, scrive queste strabilianti parole: 

Tutte iniziative ad alto tasso di rischio ideologico che sarebbe però sbagliato bollare subito come propaganda lgbt a senso unico. Con una gestione equilibrata e senza estremismi potrebbero rivelarsi anche ottime occasioni educative. La disponibilità a mettersi in gioco anche, ma non solo, da parte dell’associazionismo familiare sarà la discriminante decisiva. 

Avete letto bene, Moia ha scritto: “Rischio ideologico” (non ideologia allo stato puro!),  “sarebbe però sbagliato bollare subito come propaganda lgbt a senso unico”, e, sentite sentite, “Con una gestione equilibrata e senza estremismi potrebbero rivelarsi anche ottime occasioni educative”.

Cosa cosa cosa?: “Ottime occasioni educative”?!?!?

Ma stiamo “pazziando”? (direbbero a Napoli). Già nella legge si parla per i condannati per omofobia di lavori obbligatori gratuiti presso strutture LGBT con finalità rieducativa. E Moia ci parla di “ottime occasioni educative”. Per di più dal giornale dei vescovi!!! Quando si dice la confusione.

Avevamo già messo in evidenza questa potente contraddizione tra il comunicato della CEI del 10 giugno scorso e l’intervista a Zan di due giorni dopo, e ci eravamo chiesti a che gioco il giornale dei vescovi italiani stesse giocando. Qui si ripresenta la questione. 

Più o meno dello stesso tenore il tweet di padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, la rivista storica dei gesuiti che qui riportiamo: 

 

 

Da notare che il tweet di padre Antonio Spadaro porta la data del 15 giugno. Quindi, mentre la presidenza dei vescovi italiani il 10 giugno aveva detto che non c’è bisogno di alcuna legge anti omofobia perché vi sarebbero rischi di derive liberticide, padre Antonio Spadaro, 5 giorni dopo, scrive invece che c’è proprio bisogno di una legge, anche se non lesiva delle legittime idee. Data la materia ambigua e fluida del reato, non si vede come si possa scrivere una legge” non lesiva delle legittime idee”. Da gesuita colto, ce lo potrebbe spiegare lui.

Data la gravità della situazione dovuta al deposito del Ddl anti omofobia, in cui i membri della Chiesa italiana, a tutti i livelli, corrono il rischio di essere potentemente coinvolti nel ruolo di presunti colpevoli per omofobia, è bene che nella Chiesa italiana, da ora in poi, vi sia un indirizzo univoco. Che i suoi media si allineino con quanto dichiarato pubblicamente dal suo vertice, che non vi siano voci stonate o persone che remano contro. Ne va della libertà di tutti.

 

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