Propongo, oggi, il terzo e ultimo brano di Charles Péguy che completa i due precedenti, nella meditazione del Natale, secondo il preciso percorso che in questi anni della storia dell’umanità e della Chiesa, oltre che nostra personale siamo chiamati a compiere. Dallo smarrimento di un uomo e di un mondo – esterno e anche interno alla Chiesa – che ha smarrito se stesso (primo brano), all’unicità di Cristo come “evento unico” nella storia passata (secondo brano), al “cuore del cattolicesimo”, dimenticato dai più e custodito da “pochi”, perché ritorni ad essere di “molti” (pro multis), di tutti quelli che vorranno, con la Grazia di Dio («A coloro che l’hanno accolto ha dato il potere di divenire figli di Dio», Gv 1,12). [In parentesi quadre alcune mie annotazioni]. I primi due brani li trovate qui e qui.

Don Alberto Strumia

Ecco l’ultimo brano

 

Ultima cena (particolare), Leonardo da Vinci, Milano
Ultima cena (particolare), Leonardo da Vinci, Milano

 

«Che mistero, mio Dio, che mistero. Quando si pensa, quando si pensa, bisognava essere lì, era sufficiente essere nati proprio lì, in quel tempo e in quel paese. Mio Dio, mio Dio hai dato ai tuoi carnefici quello che hai rifiutato a tanti dei tuoi martiri [a quanti sono vissuti dopo Cristo come prima di Cristo: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!», Mt 13,16-17].

Il soldato romano che ti ha trafitto il fianco ebbe ciò che tanti dei tuoi santi, tanti dei tuoi martiri non hanno avuto. Ha avuto di toccarti. Ha avuto di vederti. Ha avuto sulla terra uno sguardo della tua misericordia. Ha avuto sulla terra uno sguardo dei tuoi stessi occhi. Felici quelli che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi; felici quelli che mangiavano il pane della tua tavola; e Giuda, lo stesso Giuda ti ha potuto avvicinare [eppure pure ha rifiutato tutto!]. Felici quelli che bevevano il latte delle tue parole. Felici quelli che mangiarono, un giorno, un giorno unico, un giorno tra tutti i giorni, felici di una felicità unica, felici quelli che mangiarono un giorno, un giorno unico, quel giovedì santo, felici quelli che mangiarono il pane del tuo corpo; te stesso consacrato da te stesso; con una consacrazione unica; un giorno che non ricomincerà mai; quanto tu stesso hai detto la prima messa; sul tuo stesso corpo; quando tu celebrasti la prima messa; quando tu consacrasti te stesso; quando di quel pane, davanti ai dodici, e davanti al dodicesimo, al tredicesimo, facesti il tuo corpo; e quando di quel vino, facesti il tuo sangue; quel giorno in cui tu fosti insieme la vittima e il sacrificatore, nello stesso tempo vittima e sacrificatore, l’offerta e l’offerente, il pane e il panettiere, il vino e il coppiere; e il pane e colui che dà il pane; il vino e colui che versa il vino; la carne e il sangue, il pane e il vino. Quella volta che fosti il prete e loro erano i fedeli, quella volta che fosti il prete operante, che sacrificava per la prima volta.

Quella volta che fosti l’invenzione del prete, il primo prete operante, che sacrificava per la prima volta. E tu eri allo stesso tempo il prete e la vittima. Quella volta che facesti il primo sacrificio. Quando tu fosti il primo sacrificato, la prima ostia. La prima vittima. Quando si pensa, mio Dio, quando si pensa che eri là, che non c’era che da avvicinarsi a te, mistero tremendo; e che non c’era che da avvicinarsi a quel mistero tremendo. No, quando si pensa che è successo una volta, che si è visto questo sulla terra. Che tutti potevano toccarti, pastore visibile, le buone donne, i bambini, i mendicanti di strada. E che tu parlavi come un semplice uomo che parla. Che ti avevano dunque fatto, mio Dio, quegli uomini, per essere onorati da questo onore, favoriti, benedetti, graziati da questa grazia. […]

Quello che non è stato dato; ai più grandi santi del popolo cristiano, l’avete avuto voi; e non soltanto sulla terra; ma nel cielo stesso e per dir così ancor più nel cielo; perché voi altri santi cristiani, grandi santi della cristianità, nella vostra eternità, voi non contemplate Gesù che nella sua gloria; e voi altri, giudei, singolari giudei, popolo singolare, popolo unico, popolo primo, voi altri, voi l’avete considerato nella sua miseria. Voi l’avete considerato una volta per tutte, la volta che contava. E la sua miseria era la vostra miseria. La sua propria miseria era la vostra propria miseria. Era un giudeo, un semplice giudeo, un giudeo come voi, un giudeo fra voi. Voi l’avete conosciuto come si dice d’un uomo: “Io l’ho conosciuto un tempo”. E durante quel tempo i nostri avi, i nostri nonni pagani, i nostri nonni contadini, e nostri padri e i padri dei nostri padri in questo paese continuavano a lavorare la terra; continuavano a lavorare in questo paese; tutto continuava come sempre, tutto continuava come se niente fosse; continuavano a coltivare la vite e il grano, ma né questa vite né questo grano non erano ancora serviti a nessuna consacrazione; né questo pane né questo vino erano ancora stati consacrati; le donne continuavano a cuocere il pane; ma era un pane unicamente temporale, un pane di grano temporale, un pane di grano della terra; un pane unicamente per la fame del corpo; e anche il vino era unicamente un vino della vite della terra; le ragazze guardavano le pecore, le ragazze continuavano a filare la lana; tutti innocenti, ma tutti pagani, tutti laboriosi. […]

Continuavano. Erano brava gente, erano povera gente, ma non sapevano. Non lavoravano che di un lavoro temporale. Non lavoravano che di un lavoro della terra. Non sapevano quello che si preparava. Non dubitava, quella buona gente, della buona novella che era giunta, che era giunta nel paese dei giudei. Non supponevano. E non furono avvertiti che un po’ di tempo dopo. [Ma se tutto rimane nel passato, non rimane che un ricordo e un ricordo con il tempo svanisce, viene dimenticato, travisato, contraddetto e negato: è quello che sta succedendo oggi, fino all’ateismo prima, e poi allo stravolgimento della religione, alla perdita della fede, all’apostasia che nega la verità su Cristo].

Allora anche noi altri, noi siamo fratelli di Gesù nella nostra eternità. E nel nostro tempo fummo suoi fratelli, noi fummo suoi fratelli in Adamo; nel nostro padre Adamo; noi siamo fratelli di Gesù nella nostra umanità. Ma voi, giudei, voi foste suoi fratelli nella sua stessa famiglia. Fratelli della sua razza e della stessa linea. Su voi stessi versò delle lacrime uniche. Su voi stessi pianse su quella moltitudine. Voi avete visto il colore dei suoi occhi; avete ascoltato il suono delle sue parole. Della stessa linea per l’eternità. Voi avete udito il suono stesso della sua voce. Come dei fratellini minori vi siete rifugiati al caldo, nel tepore del suo sguardo. Vi siete riparati, vi siete coperti al riparo della bontà del suo sguardo. Su voi stessi ebbe pietà su quella folla. Gesù, Gesù, non sarai mai così presente.

Se tu fossi qui, Dio, non accadrebbe tutto come ora. Le cose non sarebbero mai andate così.

[Ma ecco il passaggio dal rimpianto del “passato” alla vivezza del “presente”: è il “cuore del cattolicesimo”, quello che i più sono chiamati a ritrovare, grazie alla “custodia” che ne hanno fatto i “pochi”].

Egli è qui. È qui come il primo giorno. È tra noi come il giorno della sua morte. Eternamente è tra noi proprio come il primo giorno. Eternamente tutti i giorni. È tra noi tutti i giorni della sua eternità. Il suo corpo, il suo stesso corpo, è appeso sulla stessa croce. I suoi occhi, i suoi stessi occhi, tremano delle stesse lacrime. Il suo sangue, il suo stesso sangue, sanguina dalle stesse piaghe. Il suo cuore, il suo stesso cuore sanguina dello stesso amore. Lo stesso sacrificio fa scorrere lo stesso sangue. Una parrocchia ha brillato d’uno splendore eterno. Ma tutte le parrocchie brillano eternamente, perché in tutte le parrocchie c’è il corpo di Gesù Cristo [è il Corpo di Cristo nell’Eucaristia, la Sua “presenza reale” in Corpo, Sangue, Anima e Divinità”, come spiega il Catechismo]. Lo stesso sacrificio crocifigge lo stesso corpo, lo stesso sacrificio fa scorrere lo stesso sangue [questa è la S. Messa, nella quale la celebrazione del Sacramento ci rende straordinariamente “contemporanei” all’Ultima Cena e alla Passione di Cristo in Croce. Difficile “renderlo al vivo”, con le parole, in un modo più afferrabile di quelle di questo brano].

Lo stesso sacrificio immola la stessa carne, lo stesso sacrificio versò lo stesso sangue. Lo stesso sacrificio sacrifica la stessa carne e lo stesso sangue. È la stessa storia, esattamente la stessa, eternamente la stessa, che è accaduta in quel tempo e in quel paese e che arriva tutti i giorni in tutti i giorni di tutta l’eternità. In tutte le parrocchie di tutta la cristianità. Quelle che sono in Lorena e che sono in Francia. Tutti i borghi sono splendenti in faccia a Dio. Tutti i borghi sono cristiani sotto lo sguardo di Dio. Giudei, voi non conoscete la vostra felicità; Israele, tu non conosci la tua felicità; ma voi, cristiani, neanche voi conoscete la vostra felicità; la vostra felicità attuale; che è la medesima felicità. La vostra eterna felicità. Israele, Israele, tu non conosci la tua grandezza; ma anche voi, cristiani, voi non conoscete la vostra grandezza; la vostra grandezza attuale; che è la stessa grandezza. La vostra grandezza eterna. Tutti i borghi sono amati sotto lo sguardo di Dio, Tutti i borghi sono cristiani, tutti i borghi sono sacri, Tutti i borghi sono di Dio sotto lo sguardo di Dio».

[C. Péguy, “Il mistero di Giovanna d’Arco”, in I Misteri, Jaca Book, Milano 1989, pp.  53-57]

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

Facebook Comments
image_pdfimage_print
1