Roma, basilica papale di san Pietro, 15 maggio 2011: all'altare della Cattedra, il card. Brandmüller celebra la Santa Messa secondo il rito tradizionale

Roma, basilica papale di san Pietro, 15 maggio 2011:
all’altare della Cattedra, il card. Brandmüller celebra la Santa Messa secondo il rito tradizionale

 

 

di Aurelio Porfiri

 

Nell’opera del grande riformatore benedettino, dom Prosper Guéranger, fu centrale l’idea di riportare il rito romano al ruolo che giustamente gli competeva, specialmente nella sua terra dove le tentazioni del gallicanesimo e le tendenze indipendentiste erano pericolosamente diffuse. Come già detto, l’eresia antiliturgica per dom Guéranger era contro la liturgia perché questa, al suo meglio, rappresentava la tradizione all’ennesima potenza. Difendere la liturgia era quindi difendere la tradizione, specialmente in un secolo di enorme complessità come il diciannovesimo.

Da una parte le tendenze razionaliste che escludevano Dio dalla vita degli uomini, in parte ereditate dal secolo precedente, dall’altra la reazione a tutto questo del Romanticismo, che tendeva a ridurre la religione a sentimento del religioso, ponendo la fede su un terreno molto instabile. Già Antonio Rosmini (1797-1855) ben capiva tutto questo quando in un suo testo (Storia dell’empietà) polemizzava con il filosofo Benjamin Constant (1767-1830) proprio sull’idea di ridurre la religione a sentimento e quindi rinchiudendola nella prigione dell’immanentismo.

Il culto non è quanto noi creiamo ma quanto riceviamo ed esso deve rappresentare la Chiesa in preghiera, non gli interessi di gruppi particolari. Un culto in cui l’elemento soggettivo divenga prevalente perderebbe la sua efficacia. Ricordiamo quanto diceva sempre dom Guéranger, quando affermava il culto essere quelle azioni, canti e simboli con cui la Chiesa si rivolgeva a Dio. Il culto ha Dio al suo centro, non i fedeli. Soltanto dando culto a Dio nel modo più appropriato possiamo pensare di fare il bene dei fedeli. Ecco da questo la classica definizione dello scopo della liturgia, che è in primis per dare gloria a Dio e quindi per edificare i fedeli.

Il sacerdote Andrea Ferrigni-Pisone nel 1830, in un suo libro così affermava: “Quindi è che la Chiesa, tanto raccolta nei  Concilj, quanto per l’organo del Romano Pontefice cui è stato dato di reggerla, ha avuto tutto l’impegno d’istituire quei riti adattati in tutta le circostanze a sollevare l’uomo sensibile a venerare la Maestà di Dio, e decentemente trattare i misteri dell’umana redenzione; ha avuto sempre a  cuore custodire intatti tai riti; ed ha venerato mai sempre le sue prescrizioni in tal fatto, come il deposito il più  prezioso e sacrosanto della Canonica disciplina” (Tre dissertazioni liturgiche: una sull’idea generale della liturgia e sul metodo di trattarla, l’altra su i sensi della sacra liturgia, e la terza sull’origine e progressi della musica sacra ed ecclesiastica). Quindi i riti non sono l’espressione di questo o quel gruppo, ma l’espressione della Chiesa orante ed oggettivata nel modo in cui essa fu fondata dal suo Signore.

L’immanentismo sarà, anche nella liturgia, una delle tentazioni più pericolose che scorrerà non solo nel diciannovesimo secolo, ma anche in quelli successivi. La necessità di recuperare la liturgia come cuito oggettivo della Chiesa fu sentita in modo molto forte in un tempo in cui tutto questo era sballottato da vari venti impetuosi. Già Gregorio XVI aveva fatto sentire la sua voce contro alcuni errori della modernità e Pio IX, che all’inizio pareva essere un Papa aperturista, pur si dovette ricredere e dovette condannare non la modernità in sé stessa, ma quelle tendenze funeste che erano la premessa per la sua perversione.

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