Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA.

 

preghiera

 

Puntata n. 30 – L’uomo nuovo in Cristo (VI)

Le dimensioni dell’uomo cresciuto nella fede: domanda, memoria e offerta

La vita di una personalità cresciuta fino a maturità nella fede è caratterizzata da queste tre dimensioni di fondo:

  1. a) L’atteggiamento di “domanda”

Una persona maturata nella fede, ormai ha cominciato ad imparare che tutto nella vita è ricevuto da un Altro (riconoscere questo è la vera “umiltà”): l’essere, la vita, l’intelligenza, l’amore, i beni materiali e spirituali. E soprattutto quel bene immenso che è Cristo, la cui Presenza è ormai una compagnia quotidiana, continua; uno con il quale si dialoga quando si è soli, magari ci si lamenta anche qualche volta; uno che si ringrazia, uno al quale ci si raccomanda; uno che è in compagnia del Padre e dello Spirito, di Maria e dei santi. E Cristo ci viene reso così vicino perché c’è la Chiesa.

La Chiesa ci è stata “svelata”, è diventata casa nostra grazie all’incontro con un carisma vivo, impersonato da uno come noi, con il quale stiamo bene perché ci fa vedere come vicina la Presenza del Signore. Tutto questo è un vero miracolo e noi vogliamo averlo sempre, non vogliamo né perderlo né trascurarlo. Ecco che, allora, tutto questo comincia a tradursi in “domanda”, come accadde alla Samaritana nel Vangelo di Giovanni: «Signore, dammi sempre di quest’acqua» (Gv 4,15).

O quando facciamo più fatica e non vediamo chiaro né quello che dobbiamo fare, né quello che le circostanze della vita ci riservano. Allora nasce il dialogo con Lui che si fa “domanda”: «“Che volete che io vi faccia?”. Gli risposero: “Che i nostri occhi si aprano!”. Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito recuperarono la vista e lo seguirono» (Mt 20,32-34).

Che questo sia l’atteggiamento abituale: quando c’è un problema, così come quando tutto è tranquillo, il modo normale di pensare, di vivere, è caratterizzato dalla consapevolezza di avere il Signore a fianco, in casa, per la strada: un amico grande, un compagno di via, una guida, insomma Dio con noi. Se una carità possiamo farci è aiutarci a vivere così, domandandogli tutto con libertà e gratitudine, con fede e certezza, con serena obbedienza, con il desiderio di imparare tutto da Lui.

  1. b) L’atteggiamento della “memoria”

Abbiamo bisogno di non essere pagani di fronte alla Grazia che ci si comunica, di fronte all’esperienza del cambiamento che accade in noi e negli altri (questa è la vera “prudenza”). La banalità dei discorsi, degli atteggiamenti, l’avere la testa piena di altro da Cristo, il non riferire tutto a Lui come fine, come destino, fa perdere tempo. Quando ti è capitato di imbatterti in qualcosa che ti ha cambiato la vita, in un avvenimento che hai cominciato ad amare, perché da esso ti sai amato, cominci a ricordartene in ogni momento. Non c’è innamorato o innamorata che non abbiano sempre la mente presa dal pensiero della persona amata.

A qualcuno questo è dato con maggiore immediatezza che ad altri, ma per tutti è indispensabile questa pedagogia della “memoria”: a che cosa penso quando mi alzo la mattina, quando vado al lavoro, quando sono per la strada, quando torno a casa? Se Cristo è tutto realmente, nella mia vita, un po’ alla volta il pensiero va a finire lì; e si porta su Cristo anche aiutato dal pensiero di quelle persone che me lo hanno fatto incontrare così. Io so che tu sei preso dalla “memoria” di Lui, e allora, anche il pensare a te mi aiuta ad avere la “memoria” piena di Lui.

Non è una specialità per i grandi mistici: questo è il modo normale di essere innamorati. Un ambiente di lavoro in cui c’è qualcuno “normale”, con dentro questa sensibilità, un po’ alla volta, riceve un respiro che anche chi gli è ostile non può non percepire, non ricevere.

  1. c) L’atteggiamento di “offerta”

Signore, io so che non sono io da solo a dare significato neppure a un solo istante della mia vita, neppure ad una sola azione («Non avete potere neanche per la più piccola cosa», Lc 12,27; «Senza di me non potete fare nulla», Gv 15,5), però so che tu sei il significato, il valore, la salvezza di tutto, anche di quello che io non stimo di me stesso; allora io ti affido, ti offro momento per momento i gesti della mia vita (questa è la vera “giustizia”, perché dà a Dio il Suo). Signore, devo fare questo lavoro: ecco te lo consegno, perché non sia inutile, e Tu me lo restituisca pieno della Tua Presenza: così esso è salvo, vale, è per la gloria.

Imparando questa dinamica dell’offerta di ogni istante e di ogni atto della nostra giornata – e solo così facendo – è realistico il nostro slancio, il nostro desiderio di offrirgli tutta la nostra esistenza in una donazione totale; diversamente rischia di essere pura velleità e presunzione.

Occorre, per non lasciare tutto all’istinto e all’instabilità dello stato d’animo che il ritmo quotidiano della giornata preveda dei momenti espliciti, stabiliti, in cui ci sia un “tempo dedicato” alla preghiera come domanda, memoria e offerta. Questo è un metodo educativo per la nostra mentalità e sensibilità il cui frutto, con il tempo, tende a formare un atteggiamento permanente (“abituale”, un habitus, cioè “virtuoso” nel senso classico del termine virtus) che crea un clima di fondo nell’animo ed è un segno riconoscibile per chi ci incontra. Chi incontra un’umanità così formata si domanda: da dove gli viene tutto questo? Non è anche lui uno come noi? E la risposta è: tutto questo viene da Cristo, attraverso la Chiesa; provare per credere. Questo rende credibile e verificabile il cristianesimo; questa è la “missione”.

La preghiera. C’è una parola che riassume questa triplice dinamica di “domanda, memoria e offerta”. È la parola “preghiera”.

– Infatti la preghiera è anzitutto “domanda”. Tutto abbiamo bisogno di ricevere da Lui, tutto occorre domandare. Chi ha coscienza di ricevere tutto e sa di essere amato non teme di domandare, perché la domanda ad un Altro è la fonte della nostra sicurezza: là dove noi sappiamo di non potere arrivare da soli possiamo arrivare con l’aiuto di un Altro, e allora lo domandiamo.

– La preghiera è poi “memoria”: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).

Un tesoro si custodisce, non lo si dimentica, abbandonato, in un angolo della casa. Dio ha insegnato questa pedagogia della memoria fino dai primi tempi dell’Antica Alleanza, fino a farne la memoria storica, la coscienza collettiva, la cultura di un intero popolo, che viveva, pur con tutti i suoi errori e tradimenti, la memoria di quel passaggio del Mar Rosso, di quel passaggio di liberazione.

«Questi precetti che oggi ti dò ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. […]

Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti; quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificate, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle cisterne scavate non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato, guardati dal dimenticare il Signore, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile» (Deut 6,6-12).

Come ci si sente goffi e ingombranti di fronte a queste parole! Viene voglia di scomparire: questo è il “timor di Dio”, che il Catechismo elenca tra i doni dello Spirito Santo («I sette doni dello Spirito Santo sono la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio», Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1831).

Non è paura, ma è il timore di rovinare qualcosa che viene da Dio. Da una memoria così sgorga la preghiera di non dimenticare mai e di essere aiutati, guidati.

– La preghiera è “offerta”. La preghiera a questo punto diviene anche “offerta”: Signore, prendi tutto Tu, non permettere che io rovini qualcosa.

Ma la dinamica dell’offerta prevede uno scambio di doni: una preghiera della liturgia dice: «Signore, […] noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e Tu donaci in cambio te stesso» (Orazione sulle offerte della XX domenica del Tempo Ordinario).

E lo scambio, la reciprocità è espressione della “gratitudine”. Per questo la domanda, la memoria e l’offerta sono sempre espressione della gratitudine, del “ringraziamento”: “eucaristia”, che significa “ringraziamento”.

Per questo la liturgia eucaristica, nella sua struttura “sacramentale”, costituisce il modello “esemplare” di ogni azione dell’uomo di fede; ogni azione del cristiano ha l’Eucaristia come suo primo analogato. La struttura della liturgia è infatti proprio quella della domanda-memoria-offerta, e questo è il gesto di ringraziamento per eccellenza, è la preghiera per eccellenza.

Ma, come abbiamo detto, essendo su questa terra, conoscendo tutto tramite i sensi di un corpo di carne, abbiamo bisogno di cose visibili, di segni che ci richiamino tutto questo: c’è bisogno di una “cultura” basata sulla dinamica della domanda-memoria-offerta. E se oggi non viviamo più in un tempo in cui perfino la struttura urbanistica della città era concepita secondo questi canoni, tuttavia possiamo e dobbiamo arricchire – in modo sobrio e non ostentato – di questi segni la nostra casa, la nostra giornata, il luogo dove lavoriamo, il nostro modo di stare da soli, così come il nostro modo di stare in compagnia.

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