L’inserimento del matrimonio omosessuale nella costituzione irlandese è il risultato dello spettacolare crollo della cultura cattolica irlandese. Non è venuto dal nulla.
Oggi in Irlanda si svolge il referendum in cui Sun chiederà se rendere l’aborto totalmente libero. John Waters, scrittore e giornalista, che si è battuto come un leone, subendone le conseguenze, sia contro il matrimonio omosessuale sia contro l’aborto libero, prende spunto da questo evento per riflettere sul cattolicesimo. interessantissimo, come sempre.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: John Waters

Foto: John Waters

Una cosa strana è successa in Irlanda la domenica di Pasqua. Un politico, un senatore che era stato presidente della commissione parlamentare istituita, con una sottile patina democratica, per guidare il programma del governo sull’aborto oltre i presunti rappresentanti del popolo, ha espresso indignazione dopo aver ascoltato l’insegnamento cristiano in una Messa presso lo storico Santuario di Knock nella Contea di Mayo. “Nella messa pasquale di questo pomeriggio nella Basilica di Knock con i miei genitori”, ha commentato Caterina Noone, “un sacerdote ottuagenario ha avuto almeno 3 occasioni per predicare a proposito dell’aborto – non c’è da meravigliarsi che la gente si senta disillusa dalla Chiesa Cattolica”.

Knock è un santuario di fama mondiale, sede di un’apparizione nel 1879 della Beata Vergine Maria, di San Giuseppe, di San Giovanni Evangelista e di Gesù Cristo, l’Agnello di Dio. Non ci si dovrebbe meravigliare se, di tanto in tanto, si senta l’insegnamento della Chiesa articolarsi dal pulpito.

L’opinione di avere il diritto di partecipare alla Messa, e poi di obiettare di essere esposti all’insegnamento della dottrina della Chiesa, è un fenomeno nuovo. Suggerisce che la Chiesa è diventata per alcuni una sorta di servizio pubblico svuotato, scollegato da ogni dovere verso la Verità.

Questo non è il vostro relativismo standard. Né si limita a esprimere – come qualcuno direbbe – il binarismo bellicoso di Gesù e Cesare. Questo caso può avere senso nella piazza pubblica, in cui la Chiesa potrebbe essere considerata autorizzata ad avere voce in capitolo ma non ad imporre la sua strada alla polis. Queste nuove tendenze fanno un passo avanti, nel santuario stesso della Verità. Coloro a cui è stata data la direzione della piazza (i politici, ndr) ora vogliono la direzione della navata, del transetto e del campanile (cioè imporre il loro volere alla Chiesa, ndr). Ancora più inquietante è il fatto che molti nella Chiesa sono disposti a cedere.

Qui è all’opera un virus che tuttavia non ha ancora un nome. I suoi sintomi possono essere osservati nella deriva crescente verso lo scisma, ma la sua natura centrale non viene diagnosticata con precisione. Potremmo chiamarla “Moralesi”, perché è un tentativo di separare le “questioni morali” dal nucleo del cristianesimo. Non si tratta solo dell’equilibrio tra la pastorale e la dottrina, ma del diritto della Chiesa di parlare di moralità.

Traccerei i primi segni di questa tendenza all’inizio del 2013, quando, non molto tempo dopo la sua elezione, papa Francesco parlò con padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltá Cattolica, su alcuni importanti temi di “morale” che da anni sono i punti caldi del conflitto cattolico-liberale.

Il Papa ha detto: “Non possiamo insistere solo sulle questioni relative all’aborto, al matrimonio gay e all’uso di metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Non ho parlato molto di queste cose, e sono stato rimproverato per questo. Ma quando parliamo di questi temi, dobbiamo parlarne in un contesto. L’insegnamento della Chiesa, del resto, è chiaro e io sono un figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne sempre”.

Questa affermazione superficialmente confusa e confondente diventa all’esame una sorta di profezia della risposta delineata all’inizio di questo articolo. Il papa dice che non sta deviando dagli insegnamenti della Chiesa. Ma non insiste “solo” su tali insegnamenti, di cui si deve parlare nel “contesto”; essi sono “chiari” e non li contesta, ma non sente il bisogno di parlarne “sempre”. Il suo punto centrale sembra essere che un’enfasi “eccessiva” sul moralismo serve a soffocare il messaggio più profondo del cristianesimo.

C’è qualcosa in questo. In Irlanda, certamente, è stato vero che la Chiesa ha avuto molto da dire sulla morale sessuale, ma sembra incapace di rendere attraente Cristo. Io, per esempio, ho a lungo protestato contro la tendenza a equiparare il cristianesimo esclusivamente a certe prescrizioni etiche – a vedere questo moralismo dissociato come un emblema dell’onore cristiano, quando in realtà si tratta di mero realismo o di un distintivo di superiorità morale. La maggior parte dei cattolici sarebbe d’accordo sul fatto che la Chiesa non dovrebbe perseguire le regole e l’etica come realtà discrete e autonome, ma solo come concetti contestualizzati nei modelli di libertà umana, una libertà definita in ultima analisi dalla Risurrezione. Ma ora si è sviluppata una tendenza contraria, per cui ogni tentativo di esprimere una posizione morale – per quanto saldamente radicata nell’antropologia e nella libertà umane – viene liquidato come “moralismo”.

L’affermazione del papa sembra essere stata un tentativo frettolosamente concepito di comunicare un certo grado di rilassamento rispetto ad alcuni aspetti dell’insegnamento della Chiesa – senza considerare che questi suggerimenti sarebbero stati allegramente trasmessi al mondo dai mezzi di comunicazione lieti di riferire che il papa si era finalmente avvicinato al loro modo di pensare. Da questa collisione di affabilità e agenda è nato un nuovo esonero. Il “tutto il tempo” del papa è stato rielaborato come “mai”, il suo “solo” cancellato, e solo il suo “non possiamo insistere” ricordato.

Papa Francesco stava articolando qualcosa di ineccepibile: il cristianesimo non è un programma etico. Ma questa (non nuova) idea è stata ridotta a qualcosa di insostenibile e del tutto contrario al cristianesimo: l’idea che non solo la morale possa essere personalizzata, ma che la sua articolazione sia in qualche modo ostile al cristianesimo; che sia possibile conoscere un Cristo divorziato da ogni sistema di morale. Questa idea palesemente fasulla ha messo radici profonde nel tempo di papa Francesco.

Ma Gesù è stata la presenza morale più intensa che il mondo abbia mai visto. Non c’è “o questo….o quello” tra l’amore di Cristo e l’impegno con il mondo secolare su questioni che possono essere bloccate sotto la categoria di “morale”. C’è, invece, un “sia questo….sia quello”, che equivale ad una chiamata eccezionale ad unire il nostro senso della presenza di Cristo con le esigenze del mondo e del suo quoziente umano. È giusto riporre la nostra speranza nel gesto libero con cui Dio ha scelto di entrare nella storia, ma così facendo ci viene intimato di prepararci ad interrogarci sull’azione e l’organizzazione degli uomini.

La perniciosità delle attuali evasioni non può essere vista in modo più chiaro che sulla questione dell’aborto. Se immaginiamo che un Gesù rinato nel ventunesimo secolo farebbe altro che eccellere e denunciare coloro che cercano di spargere il sangue degli innocenti – come se anche l’era di Erode fosse ritornata – allora dobbiamo ammettere che il cristianesimo è stato reso un’ombra della sua precedente realtà. La nostra secolarizzata, de-assolutizzata anti-cultura raggiunge ora anche le nostre chiese e gli altri spazi sacri, dettando un annacquamento in parte inconscio nella “cordialità” della dura concezione cristiana e nello svuotamento di parole e concetti cristiani.

Nonostante tutto ciò, solo la propaganda, il grottesco egoismo e l’elusione della verità ci impediscono di vedere che l’aborto è un crimine che grida vendetta al cielo. Eppure, negli spazi tra le parole, alcuni di noi sono riusciti a convincersi che non solo è possibile essere civili e produrre leggi che consentano di uccidere gli innocenti, ma che si può avere l’aborto e anche Cristo. Se questo fosse remotamente vero, sarebbe il momento di camminare sulle finestre delle basiliche di Cristo e, uno per uno, tirare le tende sopra le vetrate colorate.

 

di John Waters

 

Fonte: First Thing

 

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