Un interessante articolo di C.C. Pecknold, editorialista del Catholic Herald, il quale, riflettendo sulla legge appena approvata dallo Stato di New York, evidenzia come la legge diventi illiberale e oppressiva quando prescinde dal suo vero fondamento che non coincide con la maggioranza che l’ha approvata. 

Ecco il suo articolo pubblicato sul Catholic Herald nella mia traduzione.

 

Andrew Cuomo, Governatore dello Stato di New York (USA)

Andrew Cuomo, Governatore dello Stato di New York (USA) (Foto – Associated Press)

 

L’8 novembre il governatore di New York Andrew Cuomo ha siglato la legge che non solo espande l’accesso all’aborto, e ai farmaci abortivi, ma richiede in realtà che ogni clinica che cura le crisi di gravidanza, ogni ospedale, scuola, impresa basati sulla fede e chiesa si conformino al nuovo dogma secolare che l’aborto è una cura. Oppure.

Il soprannominato “Boss Bill” (SB660) (la legge, ndr) proibisce ai datori di lavoro di “discriminare verso i dipendenti sulla base delle loro decisioni di salute riproduttiva, e provvedere rimedi per tali violazioni”. I “rimedi” previsti dalla legge sono severi. Se un centro di assistenza per la gravidanza cattolico rifiuta di assumere una persona che difende e promuove l’aborto, o licenzia un dipendente perché lo fa, la nuova legge permette pesanti danni punitivi contro tale charity (ente di beneficenza, ndr). Non si tratta più di pasticcieri (fa riferimento alla causa contro un pasticciere che si era rifiutato per motivi di fede di fare una torta “nuziale” ad una coppia gay, ndr)

CompassCare, che gestisce le cliniche per le crisi di gravidanza nello stato di New York, ha già mosso un’azione legale contro lo Stato affermando che la legge è incostituzionale. L’obiettivo della legge non è solo la conformità al dogma secolare sull’aborto, ma anche sulla contraccezione, vasectomie, fertilizzazione in vitro e adozioni per coppie omosessuali. Il cristianesimo è messo sul banco degli imputati. Il procuratore Denise Harley di Alliance Defending Freedom giustamente nota che le legge per molti cristiani significa: “Siete effettivamente costretti a minare le vostre ragioni d’essere”.

I legislatori di New York avrebbero potuto scrivere delle eccezioni per evitare sfide, ma hanno scelto di non farlo. Perché? Forse perché sentono che il potere culturale rimane dalla loro parte, e che spesso trasposto in un tribunale vince anche quando una vittoria politica è impossibile. Il dogma secolare vive fortemente in coloro che hanno ragione di credere che sono distanti da ciò che vogliono solo per un giudice come Kennedy (giudice cattolico ma che grazie al quale negli USA è stato approvato il “matrimonio” omosessuale, ndr).

La legge stessa è sempre più sul banco degli imputati. Papa Benedetto XVI scrisse che la legge diventa sospetta il momento in cui non è più vista come “l’espressione di una giustizia che è al servizio di tutti, ma piuttosto il prodotto di arbitrarietà e arroganza legislativa da parte di coloro che hanno il potere di farla”.

Dovunque la legge diventa il giocattolo di coloro che hanno potere invece dell’espressione del bene comune, solleva una importante domanda se la legge positiva conosca la giustizia.

Lo scienziato politico Hadley Arkes si è lamentato per il montante relativismo morale nella corte. Questo non è un nuovo problema. Il giurista del XVI secolo Francisco de Vitoria ha sviluppato l’idea di una legge di giuste relazioni per tutti i tempi, per tutti i sistemi legali, per tutte le genti. La chiamò “legge delle nazioni”, o i principi della legge naturale che possono essere applicati a tutte le nazioni. Ci appelliamo costantemente a questa idea ogni volta che parliamo di diritti umani che non sono inventati ma riguardano la natura umana così com’è – e sfidiamo costantemente questa idea ogni volta che inventiamo “diritti” che privilegiano coloro che hanno potere culturale invece di essere basate su una natura condivisa. Questo appesta la nostra repubblica attualmente, e sottende anche il potente desiderio che attraversa lo spettro (politico, ndr) nel trovare un solido terreno comune.

Ci troviamo in una licenziosa epoca dogmatica che, come ha detto Benedetto XVI, “fa emergere i suoi limiti quando tenta di dimostrare sé stessa”. Coloro che si trovano affascinati dalla religione secolare non possono fornire una razionalità o una legge che non sia invenzione del potere e che non mini la libertà ogni volta che afferma di definirla. Come il decreto dello stato di New York che Andrew Cuomo ha siglato come legge, la religione secolare è disperatamente parrocchiale e debole proprio mentre esercita la pienezza del suo potere.

La quasi costante sfida del secolarismo alla libertà religiosa sfida oggi la stessa nozione di giustizia.

La religione secolare vuole scavalcare la stessa idea di Dio scavalcando la legge. Le nostre battaglie politiche si incentrano sempre più nelle aule del tribunale perché nel momento in cui i dogmatisti secolari sequestrano la legge positiva, sentono di aver sequestrato la legge stessa.

Queste schermaglie sono istruttive. Rivelano che la battaglia per la repubblica è tra coloro che affermano che la legge positiva deve conformarsi alla loro volontà, e coloro che la vedono come un’espressione della legge naturale, un ordinamento della ragione, che si conforma ad uno standard trascendente, che possiamo chiamare Dio.

 

 

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