Il professore svedese  Magnus Soderlund ritiene che solo a causa di tabù morali e sociali mangiare cadaveri umani sarebbe un oltraggio nei confronti del defunto. E quindi un male. Al contrario, liberandoci di questi inconsce limitazioni, potremmo trovare risorse eco-sostenibili. 

 

carne

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Siamo qui tutti in preda al disgusto. Tuttavia non c’è tempo per gridare al macabro, allo scandalo o all’horror. E non possiamo neppure investire parole sulla questione ecologista o vegana. L’ambito è differente rispetto a chi abbraccia gli alberi, condanna gli allevatori e i pascoli, mangia spaghetti di zucchine e domani deciderà di camminare solo su una gamba. In fondo, decidere di nutrirsi in un modo tale da avere la necessità di assumere integratori indispensabili per l’organismo raggiunge livelli di ridicola assurdità, da non essere poi così tanto meno illogico che decidere – per scelta etica – di camminare solo saltando, dormire solo sul lato destro o ascoltare usando solamente l’orecchio sinistro. Il ridicolo merita il sorriso. Non l’intelligenza.

Mangiare cadaveri umani è qualcosa di più delicato e – si noti bene – tocca la questione ecologista solo in seconda battuta. Non riguarda direttamente neppure la questione funebre e il culto dei morti che ogni società e religione hanno sempre espresso. Il punto – al contrario – è la tesi su ciò che gli uomini hanno espresso prima di ogni società e religione. Solo così si spiega il motivo del termine più importante, pronunciato dal Soderlund. Liberazione. Non si tratta di uomo, né di cadavere, né di pianeta, né di risorse alimentari, ecc. Il termine chiave è «liberazione».

 

Questa è la domanda: perché il cannibalismo sarebbe la liberazione da tabù socio-religiosi? Vediamone la logica, resistendo all’istintivo ribrezzo.

Il termine «liberazione» ha senso solo considerando società e religione come vincoli sovra-strutturali che hanno – in un processo di stratificazione secolare e inconscia – misconosciuto, contenuto, limitato, circoscritto prerogative antiche e universali. Società, Morale, Religione costituirebbero la triade delle limitazioni. Il concetto di tabù restituisce, infatti, il fatto che tali limitazioni non sono razionali e neppure subite direttamente.

È fondamentale cogliere questi due aspetti: razionali e subite.

Se fossero subite e/o razionali non costituirebbero un tabù. Quindi, ciò che viene proposto non ci farebbe ribrezzo. Sarebbe solo una alternativa a cui si è deciso intenzionalmente di rinunciare o che ci è stata semplicemente e dichiaratamente negata. Se a un diabetico venisse proposto di mangiare dolci, non reagirebbe con disgusto; rifiuterebbe e resisterebbe al desiderio, per la sua salute. Se venisse proposto di eliminare le dogane tra Italia e USA, questo potrebbe generare delle resistenze politiche, ma non un senso di disgusto; così come sapere che è necessario avere il passaporto e dover rispondere a determinate limitazioni di permanenza in un paese straniero, potrebbe risultare antipatico o controproducente per l’opportunità di lavoro, ma non sarebbe occasione di scandalo.

 

Il professore svedese riconosce, al contrario, che la sua proposta genera shock. Chiunque sarebbe propenso a pensare che la necessità di una dieta o del passaporto non generano shock perché non sono un male in sé, al contrario di mangiare esseri umani. E, invece, e proprio qui, che Soderlund destabilizza il senso comune. Lo shock, infatti, sarebbe generato non dal riconoscimento di un male intrinseco. Lo shock sarebbe determinato dal fatto che queste originarie prerogative sono state negate. Tuttavia, non negate razionalmente, medicalmente, giuridicamente, come gli zuccheri o la permanenza in un paese straniero. Negate sì, ma inconsciamente.

Quindi il male ci farebbe orrore non per un ordine morale-naturale, ma perché siamo stati indotti inconsciamente a decodificare quell’azione come male. Vale a dire, il bene e il male non esistono. La loro distinzione è il prezzo che gli uomini hanno pagato per entrare in società, dove hanno conosciuto morale e religione.

Se hanno manipolato l’opinione pubblica a credere che non ci sono due generi sessuali o che una madre ha diritto di uccidere il figlio, sono tranquillamente in grado di convincere le masse che il cielo non è azzurro o per citare Chesterton che le foglie in primavera non sono verdi. Non mi stupirei affatto se tra due generazioni fosse sdoganato il cannibalismo, senza più generare orrore.

È un grande potenziale satanico: il diavolo non vuole tanto convincere i più al male. Vuole piuttosto convincere che il male non esiste. Ovvero, vuole naturalizzare il male nell’anima. In tal modo l’uomo peccherà, convinto che non sia male, perché gli hanno insegnato – magari pure a catechismo – che il peccato in fondo non esiste.

 

Il nostro compito quindi non può limitarsi alla denuncia del macabro o alla polemica sul male della società attuale. Per noi è necessario stringere i denti e incontrali in battaglia, sul loro terreno.

Ebbene, questo terreno è determinato da due precedenti. Hobbes e Freud.

I moderni sono convinti che la relazionalità naturale umana non esista: vedono come assioma una alterità universale o addirittura inimicizia. Lo stato non è un prodotto naturale, ma il frutto di un calcolo opportunistico e utilitaristico, per meglio sopravvivere e avere la sicurezza, nel perseguire i propri interessi di profitto.

Calvino trovava occasione per legittimare l’usura, senza violazione biblica: se la Bibbia impedisce il prestito a interesse al prossimo, ma il prossimo non esiste per effetto del peccato originale, che ha distrutto la naturale prossimità umana, è possibile allora l’usura e verso chiunque. I liberali inventano il mito della culla vuota, perché ogni uomo tende a raggiungere individualisticamente il possesso privato, ma questo è legittimato dal lavoro, in un regime di reciproca estraneità, in cui la mia libertà finisce dove inizia quella altrui e lo Stato esiste per garantire i diritti naturali.

I più pessimisti vanno a caccia di lupi. In principio è il Caos: l’indeterminazione morale. È solo il potere posto a determinare il bene e il male. La giustizia è la mera applicazione della legge costituita. Dove non c’è legge, non esiste giustizia o ingiustizia. La legge di natura è semplicemente la legge di sopravvivenza in una condizione di guerra. Hobbes è convinto che nello stato di natura, cioè nella condizione pre-politica, l’uomo agisca fuggendo la morte come il male peggiore e rivendicando per sé ogni cosa e illimitatamente ogni dominio. Nella misura in cui queste tendenze – auto-determinazione e dominio – entrano in conflitto, perchè la brama di potere comporta uno stato perenne di conflitto e quindi di incertezza, per logica gli uomini subordinano il dominio all’autoconservazione. A differenza di Hegel, Hobbes è del parere che questa sia l’unica scelta razionalmente accettabile e di fatto realizzata da tutti. La nascita della società e del potere coercitivo è allora una scelta di calcolo, convenienza e prudenza. La subordinazione al sovrano, necessaria alla sopravvivenza e alla immunizzazione reciproca non è inconscia. Quindi non crea nessun tabù.

Nella misura in cui, partendo dallo stesso presupposto dell’homo homini lupus, e contestualizzando il dominio reciproco nell’ambito erotico del padre-padrone, rendiamo plausibile il tabù della sottomissione, il tabù delle limitazione dell’anarchia delle pulsioni. I cattolici credono che l’anarchia delle pulsioni sia l’effetto del peccato originale. Freud crede che il peccato originale sia una restituzione mitica di un evento realmente accaduto, ma rimosso. Questo evento è esattamente ciò che propone Soderlund: un atto cannibalesco. Per la verità in Freud si tratta di un atto omicida e cannibalesco. E non generico. Si tratta dell’omicidio, da parte di alcuni fratelli, del proprio padre, come atto di ribellione e vendetta contro quel potere sessuale che lo stesso padre esercitava nei confronti di tutte le donne della comunità, proprio contro i figli, ritenuti antagonisti. Alcuni venivano uccisi o evirati. Altri cacciati. La coalizione indotta dalle circostanze di questi fratelli aveva un duplice effetto: legami reciproci di collaborazione e intesa, da un lato, e l’omicidio cannibalesco del padre dall’altro, come gesto di ammirazione e odio al tempo stesso. Gli uomini erano, secondo Freud, sì vittima del potere erotico; ma nello stesso tempo desiderosi di emulazione e sostituzione. Questo, fino a quando hanno via via prevalso le tendenze associative, che hanno destinato all’oblio il mondo precedente e comportato l’interiorizzazione della colpa per l’omicidio commesso. Dalle tendenze associative è nata la società; dalla interiorizzazione della colpa sono nate le religioni, fino alla religione monoteistica, che maggiormente rappresenta la restituzione – nella figura del Dio onnipotente – di quel padre padrone amato e odiato al tempo stesso. Insieme alla religione, poi, anche la distinzione morale tra bene e male. Quindi, è solo alla luce di tale processo che la coscienza così strutturata è stata indotta a recepire come macabro e ripugnante un atto o una proposta prima normali e ordinari e ora lesivi di dettami morali e quindi indicati come un male da evitare categoricamente.

 

In Hobbes non c’è moralizzazione, né liberazione dal male, nel passaggio dallo stato di anarchia naturale alla società civile: il potere assoluto è volutamente alienato al dio-mortale, il pactum unionis coincide, come si sa, con il pactum subiectionis. Non c’è nessuna compensazione nevrotica. Per Freud, invece, la rinuncia alle pulsioni, le obbligazioni reciproche e la sacralizzazione di alcune istituzioni sono le caratteristiche storiche determinanti l’origine inconscia della vita sociale. Il totemismo e la successiva umanizzazione dell’idolo costituiscono le fasi della formazione religiosa e, di pari tempo, della formazione comunitaria e etica.

 

C’è da farsi qualche domanda: 1) non è che probabilmente questo padre padrone di Freud non sia l’ennesima restituzione del Demiurgo malvagio della Gnosi, interpretato per questa occasione in veste erotica? 2) Non è che probabilmente è più logico credere al racconto biblico, piuttosto che alla storia dell’orda barbarica, in cui un padre sfoga le proprie pulsioni su ogni donna e le donne subiscono senza nessun amore per se stesse, per il marito, per i figli e i figli maturano prima un mix di odio-ammirazione per il carnefice e poi inventano società, morale e Dio come surrogati? 3) Non è che il buon Lutero già ci ha fatto il gran favore di proporci questo Dio carnefice, che non domina sessualmente ma comunque in modo altrettanto anarchico e ingiusto decide di salvare alcuni e condannare altri? 4) Non è che – con la moda dell’ambientalismo – prima ci viene raccontato il mito dell’armonia universale, vegana e ecologica e poi l’unica carne da sacrificare e mangiare siamo proprio noi? 5) Non è che forse alcuni sono attratti dalla presunta indistinzione originaria del bene e del male, per legittimare e normalizzare l’abisso del peccato in cui vivono?

Mi sa che resto cattolico pure questa volta. La ragionevolezza e la logica del Cattolicesimo vincono, ancora una volta, a mani basse!

 





 

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