di Giuseppe Russo
C’è un modo piuttosto semplice di raccontare la storia liturgica della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II: Paolo VI avrebbe dato attuazione alla riforma conciliare, Giovanni Paolo II l’avrebbe consolidata, Francesco l’avrebbe difesa dalle tentazioni restauratrici e Leone XIV sarebbe oggi chiamato a proseguirne il cammino. Benedetto XVI rappresenterebbe, invece, una sorta di parentesi: un pontificato singolare, segnato da una certa inquietudine nei confronti della riforma liturgica e dalla volontà di recuperare elementi della tradizione che sembravano ormai consegnati al passato.
È una lettura possibile. Non credo, tuttavia, che sia una lettura convincente.
Il problema, infatti, non riguarda soltanto Benedetto XVI. Riguarda il modo stesso con cui abbiamo imparato a leggere il Vaticano II e, soprattutto, la sua recezione nella vita concreta della Chiesa.
A sessant’anni dalla conclusione del Concilio, forse è arrivato il momento di porre una domanda che per troppo tempo è stata considerata sospetta: possiamo distinguere ciò che il Concilio ha realmente detto da ciò che è stato fatto in suo nome?
La domanda non è polemica. È, prima ancora, una domanda ermeneutica.
Ed è proprio qui, a mio avviso, che si colloca la vera originalità di Benedetto XVI.
Il Concilio non coincide con tutto ciò che è accaduto dopo il Concilio
Uno dei problemi della stagione postconciliare è stato quello di trasformare progressivamente il Concilio da evento storico e teologico in una sorta di principio generale capace di legittimare ogni successiva trasformazione ecclesiale.
Si è affermata così una singolare equazione: ciò che veniva dopo il Concilio veniva considerato necessariamente conciliare; ciò che metteva in discussione alcune acquisizioni della stagione postconciliare veniva invece guardato con sospetto, quasi fosse una contestazione del Concilio stesso.
Ma le cose non stanno necessariamente così.
Un testo conciliare è una cosa. La sua interpretazione è un’altra. La sua traduzione nei documenti applicativi è ancora un’altra. E, infine, ciò che concretamente accade nella vita delle comunità cristiane appartiene a un ulteriore livello.
Confondere questi piani significa rendere impossibile ogni valutazione critica.
Prendiamo la liturgia. Il fatto che una determinata trasformazione sia avvenuta dopo il Concilio non dimostra, da solo, che essa sia stata richiesta dal Concilio. E il fatto che una determinata prassi sia stata introdotta nel clima della riforma non significa necessariamente che appartenga alla sostanza della riforma.
È una distinzione elementare, ma dalle conseguenze tutt’altro che secondarie.
Se non la facciamo, finiamo per attribuire al Vaticano II tutto ciò che è avvenuto negli ultimi sessant’anni, comprese esperienze che non appartengono necessariamente al suo insegnamento e che non possono essere considerate, solo per la loro collocazione cronologica, come autentiche espressioni della volontà conciliare.
Non si tratta di mettere sotto processo il Concilio. Al contrario: significa restituirgli la sua identità e, dunque, la sua autorità.
L’ermeneutica della continuità non è una formula conservatrice
È precisamente a questo livello che la riflessione di Benedetto XVI acquista un rilievo che va ben oltre la controversia liturgica.
Quando Benedetto parlava di ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, non stava semplicemente cercando una formula per difendere il Vaticano II dalle interpretazioni più radicali. Stava ponendo una questione propriamente teologica: come può la Chiesa riformarsi senza cessare di essere se stessa?
La domanda è tutt’altro che secondaria.
La Chiesa non vive di una contrapposizione tra un passato da conservare e un futuro da costruire. Vive nella continuità di una tradizione che non è immobilità e di una riforma che non può diventare rottura.
Per questo la categoria di «continuità» non dovrebbe essere letta in senso statico. La continuità cristiana non consiste nel ripetere semplicemente ciò che è stato. Consiste nel custodire l’identità della fede dentro forme storicamente determinate che possono, e talvolta devono, essere rinnovate.
Ma proprio perché la riforma è autentica soltanto quando rimane dentro la continuità della fede, non ogni cambiamento può essere considerato automaticamente un progresso.
Ed è qui che il discorso diventa scomodo.
Perché obbliga a riconoscere che anche una riforma legittima può avere conosciuto applicazioni discutibili, interpretazioni unilaterali, sviluppi non necessari e conseguenze che il momento iniziale non era in grado di prevedere.
Sessant’anni sono sufficienti per interrogare la storia
Il tempo, in questo senso, non è un nemico della riforma. È una delle condizioni della sua comprensione.
Quando un evento è appena accaduto, siamo troppo vicini per poterne valutare tutte le conseguenze. La distanza storica permette invece di vedere ciò che nel momento iniziale rimaneva nascosto.
Sessant’anni dopo il Vaticano II abbiamo ormai alle spalle tre generazioni di cristiani. Abbiamo conosciuto entusiasmi e delusioni, acquisizioni autentiche e sperimentazioni discutibili, rinnovamento e impoverimento, maggiore partecipazione e, talvolta, perdita del senso del sacro.
Possiamo riconoscerlo senza dover scegliere tra due opposte caricature: quella di chi considera il postconcilio una catastrofe e quella di chi ritiene che tutto ciò che è accaduto dopo il Concilio sia stato necessariamente una sua felice applicazione.
La storia, fortunatamente, è più complessa.
E una Chiesa che non abbia paura della verità non dovrebbe temere nemmeno questa complessità.
Il caso del tabernacolo dice molto più di quanto sembri
Pensiamo, per esempio, alla questione del tabernacolo.
Ridurre la discussione alla sua collocazione fisica significa non cogliere il problema teologico che vi è sotteso.
La riforma liturgica ha giustamente richiamato l’attenzione sulla celebrazione dell’Eucaristia e sulla partecipazione dei fedeli. Ma proprio questa accentuazione ha talvolta prodotto, nella prassi, una contrapposizione che sul piano teologico non dovrebbe esistere: da una parte l’Eucaristia celebrata, dall’altra l’Eucaristia conservata e adorata.
Eppure è la medesima Eucaristia.
La presenza reale di Cristo nel Sacramento non comincia e non finisce con il momento della celebrazione. La celebrazione è il centro dell’azione liturgica, ma da essa non consegue affatto che la presenza eucaristica custodita nel tabernacolo appartenga a una dimensione secondaria della fede cattolica.
Qui si vede quanto sia delicato il rapporto tra riforma liturgica e recezione della riforma.
Una cosa è ciò che il Concilio ha inteso affermare; un’altra è il modo in cui alcune sue categorie sono state successivamente interpretate e vissute.
La questione non è, dunque, «tabernacolo sì» o «tabernacolo no». È molto più seria: quale comprensione dell’Eucaristia emerge dal modo in cui celebriamo, adoriamo e custodiamo il Sacramento?
E qui la liturgia torna a mostrare la sua natura propriamente teologica. La lex orandi non è un semplice insieme di forme esteriori. È anche il luogo nel quale la Chiesa manifesta ciò che crede.
Benedetto XVI non voleva tornare indietro
È alla luce di queste considerazioni che la posizione di Benedetto XVI appare diversa da come talvolta viene rappresentata.
Il suo interesse per la liturgia antica, la sua attenzione per il canto gregoriano, per il silenzio, per l’orientamento della preghiera, per la centralità dell’altare e del tabernacolo, fino alla possibilità di una reciproca fecondazione tra le diverse forme del rito romano, non possono essere interpretati semplicemente come il desiderio di tornare al passato.
Benedetto non era un archeologo della liturgia.
Era un teologo.
E il teologo non si limita a chiedersi se una forma sia antica o moderna. Si domanda se quella forma esprima adeguatamente la fede della Chiesa.
È questa la differenza decisiva.
La sua idea della liturgia nasceva dalla convinzione che nella liturgia la Chiesa si trova davanti a qualcosa che non è prodotto da lei stessa. La liturgia non è semplicemente ciò che una comunità organizza per esprimere la propria fede. È, prima ancora, il luogo nel quale la comunità viene introdotta nell’azione di Cristo.
Per questo Benedetto poteva apprezzare la riforma conciliare e, nello stesso tempo, interrogare criticamente alcuni suoi esiti.
Non c’è contraddizione.
Anzi, è proprio questa la posizione più coerente con una seria teologia della riforma.
Una posizione scomoda, ma forse proprio per questo necessaria
Benedetto XVI risulta scomodo perché sfugge alle categorie abituali.
Non è sufficientemente «progressista» per chi identifica il Concilio con ogni sviluppo successivo della riforma. Ma non è nemmeno sufficientemente «tradizionalista» per chi considera il Novus Ordo una frattura irrimediabile con la tradizione liturgica precedente.
Ed è forse proprio questo il punto.
La sua posizione non si lascia catturare dalla logica degli schieramenti.
Il Novus Ordo è una riforma legittima della liturgia romana. Ma una riforma legittima non è per questo una realtà intoccabile nei suoi dettagli, nelle sue applicazioni e nelle sue conseguenze storiche.
Questa distinzione dovrebbe essere ovvia. E invece continua a essere difficile da accettare.
Sembra quasi che nella Chiesa contemporanea sia diventato più facile difendere una posizione che interrogarsi sulle ragioni dell’altra.
Ma la teologia non è chiamata a costruire appartenenze. È chiamata a cercare la verità.
Oltre la contrapposizione tra «progressisti» e «tradizionalisti»
Forse dovremmo allora abbandonare una volta per tutte la lettura della questione liturgica attraverso la contrapposizione tra progressisti e tradizionalisti.
È una contrapposizione che impoverisce entrambi.
Criticare alcuni esiti della riforma non significa essere lefebvriani. Apprezzare il Novus Ordo non significa aderire acriticamente a ogni sua modalità celebrativa. Amare la tradizione non significa rifiutare il Concilio. Accogliere il Concilio non significa considerare intoccabile ogni scelta compiuta negli anni successivi.
La maturità ecclesiale dovrebbe consistere precisamente nella capacità di tenere insieme ciò che la polemica tende a separare.
È possibile essere fedeli al Concilio senza trasformarlo in un’ideologia.
È possibile amare la tradizione senza trasformarla in un museo.
È possibile riconoscere i frutti positivi della riforma senza chiudere gli occhi sulle sue difficoltà.
Ed è possibile riconoscere alcune difficoltà senza trasformarle in una condanna dell’intero cammino conciliare.
Il vero problema non è Benedetto XVI
Per questo non credo che la domanda più interessante sia se Benedetto XVI fosse davvero un «caso a sé stante».
La domanda è un’altra: che cosa ci ha insegnato Benedetto XVI sul modo di interpretare il Concilio?
Forse ci ha ricordato una cosa che rischiamo continuamente di dimenticare: il Concilio non può essere identificato con una stagione culturale, con una generazione di teologi, con un determinato stile liturgico o con una particolare sensibilità ecclesiale.
Il Concilio appartiene alla Chiesa.
E proprio per questo può essere studiato, interpretato e verificato nella sua recezione. Può essere nuovamente interrogato dalla storia, non per essere smentito, ma per essere compreso più profondamente.
Non per tornare indietro.
Ma per andare avanti senza perdere la strada.
In fondo, la questione liturgica è soltanto uno dei luoghi nei quali emerge un problema più generale: la relazione tra tradizione e riforma, continuità e sviluppo, identità e cambiamento.
Sono categorie che la filosofia conosce bene e che la teologia non può ignorare.
Una realtà vivente, infatti, non rimane identica perché non cambia mai. Rimane identica perché, attraverso il cambiamento, conserva ciò che la costituisce.
È questo il difficile equilibrio della tradizione cristiana.
Ed è forse questa la ragione per cui Benedetto XVI continua a interpellarci.
Non perché sia stato un’eccezione alla storia del postconcilio, ma perché ha avuto il coraggio di ricordarci che anche la riforma deve essere interpretata, e che interpretare significa anche saper distinguere.
A sessant’anni dal Vaticano II, questa non dovrebbe essere una domanda da temere.
Dovrebbe essere una domanda finalmente matura.
Perché una Chiesa sicura della propria fede non ha bisogno di difendere la propria storia dalla verità.
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Benissimo, Don Giuseppe. Grazie!
Ma…serve ragionare, per comprendere.
E pare che non vada più di moda…
Si fa più presto a strillare, come va molto di moda oggi: “Piove, Concilio ladro!”
Senza aver letto una riga dei documenti.
Benedetto si che sapeva ragionare! Senza farlo pesare…
Tobia
Grazie Tobia! È proprio questo il punto: per comprendere bisogna prima di tutto leggere, e poi avere la pazienza di ragionare. Il Concilio, come ogni grande evento della Chiesa, non si può ridurre agli slogan né alle contrapposizioni. Benedetto XVI ci ha insegnato proprio questo: pensare senza urlare, distinguere senza dividere e cercare la verità senza bisogno di appartenere a uno schieramento.
E’ sin troppo facile trovare concordia quando ad esporre le tematiche è Don Giuseppe Russo.
Invito, perciò, sia l’Autore che, chi come me, lo stima ad una riflessione più utilitaristica e rivolta al futuro: cosa fare perchè il “post-concilio” smetta di distruggere la realtà che viene fuori dalle Costituzioni conciliari?
Il problema non è affatto di secondo piano proprio perchè quello “spirito del Concilio” – una specie di legge non scritta – sembra oggi minacciare ulteriormente la nostra fede.
Certo, è soprattutto colpa dei cattivi maestri, ormai distribuiti nei seminari e nelle Diocesi di tutto il mondo ma mi chiedo se non sia il caso di chiedere a gran voce un processo di recupero “tecnico” ed interpretativo delle norme Conciliari.
Come fare? Un nuovo concilio? un colpo di spugna a tutto ciò che non è strettamente e tradizionalmente legato ai testi conciliari?
Sopporto sempre con molta fatica espressioni tipo “siamo nel tremila” piuttosto che “indietro non si torna”. Ma, ancora una volta, credo proprio che uno sguardo indietro sarebbe molto salutare. Chiunque abbia a cuore la Liturgia, il Catechismo (inteso come insegnamento ai più giovani) la Pastorale non può non desiderare un ritorno al passato.
Intendo riferirmi ad un passato che era privo di una errata concezione di “essenzialità”: quella moderna è intesa come spoliazione dalle forme e dalle abitudini per abbracciare una via più concentrata su ciò “che conta davvero”. E, purtroppo, è stato il povero San Francesco ad essere additato quale profeta di questa nuova via alla vita Cristiana.
Quello che, però, pare occultato è che ciò che è veramente essenziale è il sacrificio: San Francesco non rinuncia affatto alle sue cose perchè erano inutilmente sfarzose: lui rinuncia a tutto ciò che non è strumentale al raggiungimento del suo fine – che è quello di essere unito corpo ed anima a Cristo. “A cosa servono i vestiti se sei sulla croce?” si sarà chiesto. All’eremo delle Carceri si serve, addirittura, di un falcone che lo sveglia nel cuore della notte e lo sottrare alla tentazione di dormire troppo: è necessario tornare a pregare.
San Francesco che schiavizza un animale per scopi personali: siete certi che sia lo stesso San Francesco idolo degli ecologisti ?
Chi ha visitato la Basilica di Santa Chiara ad Assisi avrà certo contemplato il saio rappezzato di San Francesco ma non avrà potuto ignorare lo sfarzo dell’alba in puro lino e tramata d’oro che, pur realizzata successivamente dalla stessa Santa, ci dà un’idea di cosa sia la “nobile semplicità” di cui alla Costituzione Sacrosantum Concilium.
I Francescani – ricordiamocelo – appena approvata la Regola presero a celebrare messa: pensate che fossero sporchi e sciatti quando erano sull’altare? Non sono state affidate alle loro cure molte insigni Cattedrali e Basiliche, ricchissime di opere d’arte?
Solo passando da questo concetto essenziale riusciremo a capire il Concilio: una rinnovata via al sacrificio. Via tutto ciò che non è essenziale, certo, ma teniamoci la nobiltà insieme alla semplicità. Una cattedrale medievale non ha dipinti, statue, marmi e stucchi. Eppure non siamo più in grado di costruire qualcosa che – più di una Basilica Romanica – richiami maggiormente compiutamente il Cielo.
Caro Domenico, la tua riflessione apre esattamente la questione che, forse, nell’articolo ho lasciato volutamente sullo sfondo: se abbiamo ormai gli strumenti per distinguere il Concilio dalla sua recezione, dobbiamo anche chiederci che cosa fare di una recezione che in alcuni ambiti si è allontanata dallo spirito e, talvolta, anche dalla lettera dei testi conciliari.
Non credo però che serva un nuovo Concilio, né un colpo di spugna. Servirebbe piuttosto qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: tornare ai testi, leggerli seriamente, interpretarli nel loro insieme e verificare quanto delle nostre prassi pastorali, liturgiche e catechetiche sia realmente riconducibile ad essi.
E qui condivido molto la tua riflessione sull’“essenziale”. Semplificare non significa necessariamente spogliare, impoverire o eliminare. La vera semplicità cristiana può essere anche nobile, bella, solenne, perché non è la quantità delle forme a determinare ciò che è essenziale, ma il loro essere ordinate a Cristo.
Forse il problema è proprio questo: abbiamo confuso talvolta l’essenzialità con la sottrazione. Ma togliere non significa necessariamente purificare. Si può togliere il superfluo e, insieme, impoverire ciò che invece aiutava a percepire il Mistero.
Il tuo riferimento a san Francesco è molto interessante proprio per questo. Francesco non cerca una povertà estetica fine a se stessa: cerca Cristo, e tutto viene giudicato in rapporto a Lui. È un criterio molto diverso da quello per cui ciò che è semplice sarebbe necessariamente più autentico.
Quanto al futuro, io credo che il “ritorno indietro” di cui parli non dovrebbe essere un ritorno nostalgico a una forma storica del passato, ma un ritorno alle fonti: ai testi conciliari, alla grande tradizione della Chiesa e soprattutto a ciò che sta al centro di tutto, che è Cristo.
Forse è proprio questo il modo migliore per andare avanti senza perdere la strada.