A marzo di tre anni fa eravamo in pieno lockdown. Una rilettura di come i cattolici hanno vissuto quel triste periodo.

 

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di Giulio Meiattini

 

Non è semplice, soprattutto in poche righe, tentare un’interpretazione e valutazione dell’atteggiamento del cattolicesimo istituzionale durante i circa due anni e mezzo del fenomeno Covid e a tre anni dal cosiddetto lockdown. Uso intenzionalmente l’espressione “cattolicesimo istituzionale”, invece di Chiesa, e “fenomeno Covid”, invece che “pandemia”, solo per rendere avvertiti coloro che mi leggono che la parola “Chiesa” è teologicamente troppo impegnativa, per essere usata in modo del tutto appropriato in questo contesto, e che il termine “pandemia” è risultato troppo facilmente manipolato e manipolabile, per essere considerato neutrale, scientifico e innocente (si veda la questione del cambiamento della definizione, più o meno larga, di pandemia da parte dell’Oms).

Farò solo tre rapidi accenni ad altrettanti punti nevralgici e dolenti, che agli osservatori attenti non sono certo sfuggiti nel tempo del “grande panico”; si tratta di aspetti noti, almeno per chi ha avuto sufficiente senso critico, ma che hanno tuttora bisogno di essere detti esplicitamente, ammessi ad alta voce, in una parola riconosciuti e “confessati”. Nessun “dopo Covid” potrà avere segno positivo se non si passa attraverso l’ascolto di alcune domande e una comprensione più profonda di quanto è accaduto.

 

1) Un primo aspetto, di cui ancora non c’è sufficiente consapevolezza, riguarda quello che lo storico Andrea Riccardi, noto fondatore della Comunità di S. Egidio, ha chiamato “l’interdetto di Stato”. L’interdetto, misura penale canonica, consisteva nell’interdire (proibire) la celebrazione del culto e dei sacramenti in una particolare regione o città. Nel libro di Riccardi La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo (apparso nella primavera del 2021), un capitolo è dedicato a L’Italia del Covid-19 e la Chiesa del 2020. A proposito delle disposizioni governative, che sospendevano “le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri”, l’autore commenta:

“Mai nella storia della penisola, le messe e il culto erano stati sospesi. Mai dal governo. Non lo sono stati nel dramma della guerra, sotto i bombardamenti o durante il passaggio del fronte o i rastrellamenti tedeschi. Mai in due millenni di storia della penisola. (…) In un certo senso, con il coronavirus, è stato comminato un interdetto di Stato sull’intero territorio nazionale. Nessun atto di culto poteva essere compiuto. È stato un giorno strano quell’8 marzo. Il silenzio delle chiese è qualcosa di nuovo, un po’ spettrale (…) La Chiesa però non ha scelto il suo comportamento, bensì le è stato imposto. (…) Tutti i culti sospesi. I governi del passato non avevano mai osato prendere misure così drastiche”.

Non si era giunti a tanto, va aggiunto, neanche ai tempi delle ondate ricorrenti di peste bubbonica, di colera o di vaiolo, che si sono ripetute più e più volte, almeno fino a Ottocento inoltrato in Italia e nei paesi europei. E quelle sì, che erano epidemie devastanti, anche a motivo di una medicina ancora poco evoluta e di condizioni igieniche molto precarie. Si consideri che solo il colera portava, nel passato, a una mortalità di circa il 50%, neppure paragonabile a quella del Sars-Cov-2.

Se uno storico dalla competenza indiscussa e dalla carriera universitaria brillante come Riccardi, tutt’altro che propenso all’integralismo religioso, ha osservato con stupore e preoccupazione (come già aveva fatto in un articolo apparso sul Corriere della Sera dell’8 marzo 2020), l’assoluta novità di queste misure drastiche nei confronti del culto e delle attività ecclesiali correlate, un motivo ci sarà. Nel volume citato egli giunge a parlare, riguardo all’anno 2020, di “partita persa della Chiesa”, anzi perfino di un suo “declassamento”, che manifesta come l’istituzione ecclesiale sia stata considerata dallo Stato italiano (ancora sue parole) “incapace di gestire le misure di prevenzione e non sia [stata] ritenuta un interlocutore”. Parole non certo leggere! Bisogna essere grati a Riccardi per questi rilievi espliciti, che ci aiutano a capire un po’ meglio l’unicità di quanto è successo, le sue proporzioni!

Egli prosegue, poi, sostenendo che l’interdetto di Stato non ha rispettato il regime concordatario vigente fra Repubblica italiana e Santa Sede, regolante anche i rapporti della Chiesa in Italia con i poteri e le autorità statali. Sempre Riccardi conclude, con nettezza, che

“chi osserva questo caso deve registrare una qualche svolta nella storia della Chiesa non solo nei rapporti con lo Stato, ma nella società. Nonostante le garanzie costituzionali e concordatarie, la Chiesa è stata trattata peggio di una categoria commerciale: certo non come un servizio essenziale”.

L’analisi di Riccardi è corretta. Solo su un punto andrebbe precisata: l’interdetto di Stato ha funzionato solo per i laici, non per il clero. Quest’ultimo ha potuto continuare a celebrare privatamente il culto, a porte chiuse. Questo è un altro fenomeno, “unico” nel suo genere, che ha contraddistinto la vita ecclesiale al tempo del lockdown, insieme all’impegno profuso per trasmettere le celebrazioni in streaming, “in sicurezza”. Abbiamo avuto così le messe private del clero, da una parte, e la decorporeizzazione della liturgia, dall’altra, ridotta al digitale. Aspetti che pongono dei problemi fondamentali, a livello teologico ed ecclesiologico, e sui quali non c’è stata ancora una riflessione adeguata alla loro portata.

La diagnosi di Riccardi è dunque severa. D’altra parte, questa violazione delle regole costituzionali e concordatarie è stata rilevata anche da altri autori, proprio nel tempo del covid, ma nessun vescovo e soprattutto neppure la S. Sede ha mai sollevato il problema. Viene da chiedersi: perché? Riccardi afferma che i vescovi hanno “subito” questa unilaterale politica del governo italiano. Anche se fosse, la domanda resta: per quale motivo hanno “subito” senza reagire, se il diritto era dalla loro parte? Perché i vescovi o la Conferenza episcopale italiana non si sono appellati alla legge? Perché si è accettata questa flagrante violazione di un trattato internazionale, come è il Concordato, creando un precedente così serio? Perché si è tollerato che le forze dell’ordine, abusivamente e in modo dissacrante, facessero irruzione in alcune chiese, dove il sacerdote stava celebrando alla presenza di pochi sparuti fedeli in spazi talmente vasti da rendere del tutto inconsistente l’accusa di “assembramento”? Perché nessuna difesa da parte dei vescovi interessati delle proprie inviolabili competenze giuridiche e pastorali, che si fondano sulla natura stessa dell’episcopato? È importante porsi questi interrogativi, perché se si è “subito” in quella circostanza, allora c’è il pericolo che si subisca anche in altre occasioni.

Penso che per rispondere a queste domande, possa giovare ricordare un fatto, che Riccardi non menziona: le prime chiese chiuse al pubblico e i primi casi di interdizione del culto ai fedeli, furono provvedimenti presi in alcune diocesi del Nord Italia, non in ossequio a disposizioni governative, ma da vescovi che decidevano in totale libertà e autonomia, già alla fine del febbraio 2020, quando ancora bar, musei e ristoranti potevano essere liberamente frequentati e non esisteva alcuna indicazione delle autorità civili in merito alle attività di carattere religioso. Non solo, ma perfino la basilica di S. Pietro, nel sovrano Stato della Città del Vaticano, veniva chiusa ai fedeli e alle visite turistiche a partire dal 9 marzo? 2020. Seguiva, naturalmente, la chiusura fisica delle porte delle chiese, decretata il 12 marzo, per tutta la diocesi di Roma. Tuttavia, la drastica misura doveva essere precipitosamente ritirata in meno di 24 ore, a motivo, si può supporre, del silenzioso ma forte scontento diffusosi nel clero locale.

Questi dettagli non sono di poco conto. Se nessuna voce si è udita in difesa della libertà e della sovranità dell’autorità ecclesiale in materia di culto, riconosciute dal diritto concordatario, è perché l’autorità ecclesiale per prima, nel suo complesso, non ha mostrato interesse a difendere, in quella congiuntura, la propria legittima autonomia. Certo, non tutti i vescovi erano d’accordo, ma la minoranza o i singoli non hanno potuto o saputo porre rimedio.

Nelle trattative col governo l’episcopato italiano ha forse tentato qualche resistenza, come scrive Riccardi nel suo libro, ma non lo si è percepito con chiarezza e, soprattutto, anche se avesse voluto esercitare una maggiore indipendenza nel suo proprio campo, come avrebbe potuto far pesare le proprie ragioni? Non si dimentichi che il Concordato è un trattato internazionale fra Stato italiano e S. Sede, e se non interviene quest’ultima a richiamarne il rispetto, quale forza di contrattazione può avere l’episcopato italiano?

Uno dei momenti giuridicamente più tristi di questa vicenda, è stata la pubblicazione e diffusione dei protocolli per la disciplina inerente alle celebrazioni liturgiche nel tempo delle chiusure. Tali protocolli sono stati emanati non dalla CEI, dopo previe intese con il governo, ma direttamente dal Ministero degli Interni, firmati dal Presidente del Consiglio, dal Ministro degli Interni e anche dal presidente della CEI. In altre parole, la CEI ha accettato formalmente che fosse lo Stato a decidere in materia di culto sul territorio nazionale. Si dice che in giurisprudenza la forma è sostanza. Viene almeno da domandarsi se, in questo modo, l’analogia con il modello cinese si sia profilato nel nostro paese non solo nello stile della gestione sanitaria, ma, in qualche misura, anche nei rapporti fra Stato e istituzioni ecclesiali.

 

2) Veniamo così al secondo aspetto, quello decisivo dal punto di vista della fede. Quanto si è appena detto, infatti, ritengo sia solo il sintomo di una causa più profonda. Quella che Riccardi chiama la “partita persa della Chiesa”, nel tempo del covid, e il suo “declassamento”, non riguarda tanto la perdita di prestigio o di influenza della Chiesa, non è un semplice sgarbo giuridico da essa subito (sia pur grave), ma è la rivelazione della sua interna debolezza spirituale. Accettando che fosse impedito ai fedeli l’accesso ai sacramenti e al culto in generale nel tempo delle chiusure, proprio nel momento in cui i fedeli ne avrebbero avuto più bisogno – cioè nel tempo della malattia, della sofferenza interiore e dell’accresciuto pericolo per la vita – l’istituzione ecclesiale ha mostrato, davanti al mondo intero, la sua profonda crisi di fede. Ha dato a vedere di essere più preoccupata della salute del corpo che della salvezza delle anime, della sicurezza che della grazia o almeno non ha saputo armonizzare i due aspetti. Come è stato possibile considerare il conforto religioso e i sacramenti, che sono il tesoro più grande della Chiesa terrena, come qualcosa di “non essenziale”? E come è possibile che la gran parte dei fedeli abbia ritenuto giusta e opportuna questa decisione, di sospendere tutte le celebrazioni, come se fosse la cosa più naturale del mondo? “Essenziali” erano le tabaccherie, rimaste rigorosamente aperte, ma non l’unzione dei malati, magari vicini alla morte, non la confessione, non la celebrazione della S. Messa, non il viatico. Un pacchetto di sigarette era essenziale, una S. Messa o un’assoluzione, no!

Nel 2005 a Bari si tenne un Congresso eucaristico nazionale, il cui tema era dato dalla nota testimonianza dei martiri di Abitene. Al procuratore romano che chiedeva loro perché, contro le leggi imperiali, si fossero riuniti per la celebrazione eucaristica, essi risposero: “Sine dominicum non possumus”, non possiamo stare senza l’Eucaristia, senza celebrare il giorno del Signore. L’eucaristia, dunque, per questi testimoni dei primi secoli, valeva più della vita, era ciò che dava sostanza alla vita! Quale differenza dal nostro comportamento! Proviamo a domandarci cosa ne sarebbe stato del cristianesimo in certi paesi comunisti dell’est europeo, se per garantire la sicurezza propria e dei propri familiari e amici, si fosse preferito non frequentare il culto che si celebrava di nascosto.

E poi lo sfregio della negazione della Messa esequiale ai defunti. Anche dopo la ripresa delle celebrazioni con i fedeli, dal maggio 2020, le esequie cristiane, per chi era morto positivo al covid, sono rimaste sospese. I vivi potevano presenziare alla Messa esequiale (con le solite misure precauzionali), ma senza la presenza del feretro. Viene da chiedersi: come può un cadavere sigillato dentro una cassa di zinco infettare i presenti? Su quale specie di scienza si basava questa prescrizione ridicola? Eppure nessuna obiezione, si è obbedito senza pensare. Che accanto alla carenza di fede non ci sia anche una crisi della ragione? Viene da pensarlo.

L’istituzione ecclesiastica, insomma, ha agito a livello generale come una qualunque agenzia sanitaria, rivelando, in un momento critico e difficile, la sua interna crisi di fede. Ha mostrato con l’esempio e con le parole, che la sua mediazione salvifica, il senso dell’eternità, in ragione della quale essa esiste, avevano ben poco a che fare con l’esperienza della malattia e della morte. Ma se non si sa più accompagnare i malati e i moribondi, con i riti cristiani che danno senso alla malattia e alla morte, come si può pensare che i vivi ricorrano alla fede per capire il senso della vita? Il messaggio che è passato è in fondo questo: i sacramenti e il culto sono un’aggiunta alle cose essenziali della vita, qualcosa di cui si può e addirittura si deve talvolta fare a meno, qualora fossero “pericolosi”. Nei momenti più difficili per la collettività e gli individui, la Chiesa può farsi da parte, perché la salvezza viene dalla scienza e dallo Stato, cioè dall’uomo che basta a sé stesso. In questo modo, quella privatizzazione della fede e della religione, elemento centrale del processo di secolarizzazione, che pastori, teologi e perfino alcuni sociologi lamentano come una delle malattie della società e della Chiesa contemporanee, ha ricevuto incremento proprio dai cattolici e dai loro rappresentanti.

Di certo non vanno dimenticati i non pochi sacerdoti che hanno trovato il modo per celebrare, con la prudenza necessaria (sia verso il contagio sia verso le penalità previste), in modo clandestino, per piccoli gruppi di fedeli e hanno cercato di fare il possibile per amministrare i sacramenti a chi li chiedeva. Il fenomeno, però, ci ha portato alla mente concetti a cui non vorremmo pensare, come “Chiesa patriottica” e “Chiesa clandestina”.

 

3) Vengo, infine, al terzo e ultimo aspetto: la campagna di vaccinazione di massa. Le istituzioni ecclesiastiche (con un largo consenso dei fedeli, ma con sacche non trascurabili di resistenza), anche in questo caso si sono allineate, obbedientissime, alle linee governative. Questo è un aspetto che Andrea Riccardi non affronta nel suo libro prima citato (apparso in piena campagna vaccinale!). Se l’avesse fatto, non avrebbe potuto dire, in questo caso, che la Chiesa ha dovuto “subire” una decisione unilaterale del governo. Per il vaccino c’è stata per lo più (anche in questo caso con varie sfumature e qualche eccezione) un’adesione spontanea, all’insegna dell’assioma, mai dimostrato: Vaccinarsi è un atto di amore. Affermazione per me, e per molti, del tutto nuova, che non avevo mai letto nel catechismo o nei libri di teologia morale: almeno bisognerebbe specificare perché e a quali condizioni ricevere un trattamento sanitario, di qualunque tipo, sia da considerarsi un atto di amore.

Quell’assioma si basava sul presupposto fragile e inconsistente, anche questo mai provato e ormai da tempo smentito, che i vaccinati non si contagiavano e non potevano contagiare. Nelle diocesi, nei seminari, nelle parrocchie si è assistito, molto spesso, a situazioni molto dolorose: seminaristi che erano posti, esplicitamente o in modo soft, davanti all’alternativa di vaccinarsi o di non rientrare in seminario, catechisti e sacerdoti che per poter proseguire nel loro ministero dovevano accettare il vaccino in ogni caso, firmando ovviamente il modulo per il consenso “libero e informato”.

Negli ambienti ecclesiali, nella quasi totalità dei casi, si è dunque andati anche oltre le esigenze della legge, mostrando una sollecitudine che talvolta, purtroppo, non si trova in altrettanta misura nell’annuncio del vangelo, nell’ascolto delle confessioni e nel far rispettare i precetti della Chiesa. Perché lo zelo mostrato nel richiedere il green pass, per essere ammessi a certe attività o eventi ecclesiali, non è abitualmente usato nel chiedere ai preti e ai cristiani una vita un po’ più coerente con la fede che si dice di professare?

Che dei vaccini di nuova generazione, sviluppati, testati e messi in produzione in pochi mesi, non potevano presentare delle garanzie di efficacia e sicurezza adeguate, era chiaro a ogni persona di buon senso fin dall’inizio. La paura ha convito o costretto le masse a sottoporsi al trattamento, non certo l’amore. E ci voleva davvero del coraggio per chiamare atto di amore quello che in realtà si preannunciava, fin dal principio, come un vero atto di imprudenza, una violazione plateale del principio basilare di precauzione. Che i vaccinati potevano contagiare e contagiarsi, e anche morire, era chiaro già dopo pochi mesi dall’inizio della vaccinazione pianificata e si cercava di proteggere i vaccinati con la terza dose.

Adesso che sono apparsi, da più di un anno a questa parte, e continuano ad apparire, numerosissimi studi indipendenti, che mostrano, in modo sempre più evidente, i danni enormi fatti dai cosiddetti “vaccini”, dovremmo riflettere tutti, pastori e i fedeli. Le persone costrette a vaccinarsi e che hanno avuto effetti avversi e anche mortali, chiedono almeno una giustizia postuma. Coloro che si sono assunti la responsabilità di questa assimilazione acritica alla micidiale politica sanitaria, gestita in tuta mimetica, più che in camice bianco, a vantaggio di Big Pharma più che dei cittadini, riflettano! Riflettano sulle bugie dette dagli organi istituzionali preposti alla garanzia della salute pubblica, sulle omissioni, sugli interessi.

“La partita persa della Chiesa”, come l’ha chiamata Riccardi, si rivela adesso, dopo il covid, anche nell’aumentata marginalità o insignificanza della fede nella vita di milioni di battezzati. Il bilancio è pesante. Riusciremo a fare un esame di coscienza collettivo? A capire quello che davvero è successo? Le cause sono profonde, stanno in una crisi di identità del cattolicesimo che si manifesta in più modi e a più livelli.

 


 

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