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di Sabino Paciolla

 

La storia di Donna Duncan, raccontata dalle figlie Alicia e Christie al Daily Mail, solleva interrogativi inquietanti sul funzionamento del programma canadese di assistenza medica alla morte (MAiD). Nell’ottobre 2021, la donna, 61 anni, ex infermiera psichiatrica, ricevette l’approvazione per l’eutanasia con appena 48 ore di preavviso per la famiglia, morendo poi tramite iniezione letale il 29 ottobre.

Secondo le figlie, Donna non era affetta da una patologia terminale, ma attraversava una grave crisi di salute mentale, scatenata da un incidente stradale nel febbraio 2020 e aggravata dall’isolamento pandemico. Nei venti mesi successivi al trauma, la donna manifestò sintomi sempre più bizzarri: convinzioni di essere ipersensibile alla luce e ai tessuti, un drastico calo di peso, la paranoia di essere avvelenata da metalli nascosti nel cibo e persino il ricorso, a pagamento, a una sedicente sensitiva. I medici le avevano diagnosticato, poco prima della morte, un disturbo psicosomatico, secondo cui i sintomi fisici derivavano da un disagio psicologico.

Le figlie sostengono che proprio questa diagnosi avrebbe dovuto escluderla dal percorso semplificato “Track 1” del MAiD, riservato a chi ha una morte naturale ragionevolmente prevedibile. Convinte dell’incapacità mentale della madre di prendere una decisione simile, Alicia e Christie tentarono in ogni modo di fermare il processo: chiamarono la polizia, contattarono numerosi avvocati e infine ottennero da un giudice un mandato d’urgenza ai sensi della legge sulla salute mentale, che avrebbe dovuto portare al ricovero coatto di Donna in un reparto psichiatrico. La donna fu effettivamente ricoverata, ma venne giudicata sana di mente e dimessa senza che le figlie ne fossero informate; poche ore dopo morì per iniezione letale.

Alicia descrive quei giorni come una sequenza di colpi ravvicinati, paragonando la sensazione a quella di annegare senza riuscire mai a riprendere davvero fiato. Racconta anche il momento più straziante, avvenuto al crematorio, quando aprendo il sacco per cadaveri della madre notò il segno lasciato dalla flebo sul polso: un’esperienza che le ha lasciato un trauma legato proprio al sistema sanitario che avrebbe dovuto proteggere sua madre, al punto da non riuscire più a fidarsene.

Un anno dopo la morte, la polizia ha aperto un’indagine sul caso — il primo riguardante un decesso per MAiD in Canada — ma le ricerche si sono arenate perché l’autorità sanitaria di Fraser ha rifiutato di consegnare la documentazione medica, invocando motivi di privacy.

Da allora Alicia si è trasformata in attivista contro le falle della legislazione canadese sul fine vita. Nell’agosto scorso ha pubblicato un libro di memorie, “The Other Side of the Straitjacket” , titolo che riprende un progetto che la madre stessa, da infermiera psichiatrica, aveva sempre voluto realizzare senza riuscirci. Nel febbraio 2025 Alicia ha inoltre presentato testimonianza al Parlamento britannico, nell’ambito del dibattito sulla legge per legalizzare il suicidio assistito in Inghilterra e Galles, sostenendo che l’esperienza canadese dimostra come una normativa vaga e controlli insufficienti possano condurre a “fallimenti sistemici”.

Quella proposta di legge, presentata dalla deputata laburista Kim Leadbeater, era stata approvata dalla Camera dei Comuni nel giugno 2024 con una maggioranza di 23 voti, ma si era arenata alla Camera dei Lord davanti a oltre 1.200 emendamenti. Ripresentata quest’anno dalla collega Lauren Edwards per permettere ai Lord di completare l’esame del testo, la misura è stata infine respinta dai Comuni con 286 voti contrari contro 270 favorevoli.

L’articolo colloca la vicenda in un contesto più ampio: il Canada ha uno dei tassi di eutanasia più alti al mondo, con il MAiD che nel 2023 ha rappresentato il 4,7% di tutti i decessi nel paese. Alicia sottolinea come le persone con disabilità siano particolarmente esposte al rischio, denunciando una società che tende a misurare la dignità delle persone in base alla loro capacità di contribuire economicamente. A rafforzare i suoi timori, cita anche un rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio canadese, pubblicato proprio nell’anno della morte della madre, che stimava un risparmio di quasi 87 milioni di dollari grazie al ricorso al MAiD al posto delle cure palliative — un dato che, secondo lei, rivela un possibile incentivo economico nascosto dietro l’espansione del programma.

La vicenda di Donna Duncan resta dunque un caso emblematico nel dibattito internazionale sull’eutanasia: da un lato i sostenitori del MAiD lo descrivono come un atto di compassione verso chi soffre, dall’altro le famiglie coinvolte in casi controversi come questo chiedono garanzie più rigorose, in particolare per i pazienti con fragilità psichiatriche, affinché la valutazione della capacità di intendere e di volere non venga mai data per scontata.

 

 

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