di Sabino Paciolla
In una recente intervista al settimanale britannico The Tablet, di cui abbiamo dato conto qui, il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha ribadito che la liturgia romana tradizionale resta pienamente accessibile ai fedeli che desiderano parteciparvi, e che eventuali difficoltà sarebbero da attribuire a chi la percepisce diversamente. Interpellato sul possibile atteggiamento di Papa Leone XIV nei confronti del motu proprio Traditionis Custodes, promulgato da Papa Francesco nel 2021, Roche ha escluso ogni cambio di rotta: il nuovo Pontefice, ha detto, non modificherà Traditionis Custodes né tornerà al precedente Summorum Pontificum di Benedetto XVI del 2007, che aveva liberalizzato l’uso della Messa antica. «…l’Eucaristia è il sacramento dell’unità: è il luogo in cui dovremmo tutti poter stare insieme per celebrare la Messa. Quindi, se inizia a dividerci, c’è qualcosa che non va per niente bene.», ha detto.
Il cardinale ha inoltre raccontato di confrontarsi con gruppi di fedeli legati alla liturgia tradizionale ai quali risponde chiedendo dove sia il problema, dato che il Papa avrebbe già concesso loro quanto richiesto, salvo poi sentirsi rispondere che si sentono “ancora perseguitati” — un’affermazione che Roche liquida come incomprensibile.
È proprio su questo punto che si concentra la critica della giornalista Diane Montagna, pubblicata sul suo Substack, che parla apertamente di un caso di mistificazione da parte di un alto prelato. Montagna ricorda che Roche è stato nominato prefetto del Dicastero appena sei settimane prima dell’entrata in vigore di Traditionis Custodes, il documento che ha vietato la celebrazione della Messa antica nelle chiese parrocchiali, revocato i permessi concessi ai sacerdoti da Benedetto XVI e trasferito l’autorità decisionale ai vescovi diocesani. Secondo l’autrice, però, gli stessi vescovi sarebbero poi stati costretti dal Dicastero — spesso tramite lettere non richieste — ad applicare un’interpretazione particolarmente restrittiva del motu proprio, con il supporto attivo del segretario del Dicastero, l’arcivescovo Vittorio Viola.
Un passaggio chiave riguarda il rescritto ottenuto da Roche da Papa Francesco nel febbraio 2022, con cui si è stabilito che ogni vescovo intenzionato a concedere dispense secondo il diritto canonico dovesse prima informare il Dicastero, che poteva così confermare o revocare la decisione. Una misura che, secondo Montagna, avrebbe limitato pesantemente l’autonomia dei vescovi come responsabili della vita liturgica delle proprie diocesi come previsto dal diritto canonico (Canone 87 §1).
L’autrice elenca poi una serie di conseguenze concrete di questa linea restrittiva: fedeli costretti a percorrere lunghe distanze per assistere alla Messa tridentina, coppie a cui sarebbe stato negato di sposarsi o battezzare i figli secondo il rito antico, famiglie private della possibilità di celebrare un requiem tradizionale per timore di ripercussioni, oltre al caso dei sei diaconi della comunità dei Missionari della Divina Misericordia nella diocesi di Fréjus-Toulon, a cui sarebbe negata l’ordinazione sacerdotale secondo il rito che la loro stessa comunità è stata fondata per celebrare.
Montagna richiama anche un dato controverso: i risultati del sondaggio tra i vescovi di tutto il mondo, usato per giustificare Traditionis Custodes, sarebbero stati in realtà falsificati, dal momento che la maggioranza dei presuli consultati si sarebbe espressa a favore del mantenimento della linea di Summorum Pontificum.
I lettori di questo blog ricorderanno che della questione del sondaggio mondiale dei vescovi fatto dal Vaticano e dei risultati falsificati ne abbiamo parlato ampiamente proprio una anno fa. Chi volesse riprendere la questione può leggere ad esempio i seguenti articoli: qui, qui e qui.
Nella parte finale, l’autrice contrappone alla visione di Roche — secondo cui la liturgia andrebbe adattata per rendere la Chiesa più missionaria — l’esempio di sant’Ignazio di Loyola e dei suoi compagni gesuiti, partiti per le missioni più remote, dove subirono il martirio per predicare il Vangelo, sostenuti proprio dalla liturgia antica. Cita infine un sacerdote anonimo, secondo cui i giovani cattolici e i convertiti sarebbero oggi attratti dalla bellezza della Messa tradizionale senza alcun interesse per le vecchie “guerre liturgiche”, e per i quali l’approccio conciliante di Benedetto XVI conserverebbe intatto il suo fascino. L’articolo si chiude con una battuta pungente: c’è ancora molto lavoro da fare sul tema liturgico, scrive Montagna, ma il cardinale Roche — che di sé ha detto di non essersi «mai sentito all’altezza di nessun compito» affidatogli — non sarebbe la persona giusta per farlo.
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