di Sabino Paciolla
Il 1° luglio 2026, a Écône, in Svizzera, i vescovi della Fraternità San Pio X (FSSPX) Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay hanno ordinato vescovi quattro sacerdoti tradizionalisti senza il mandato del Papa. Un atto che, dopo decenni di tensioni covate sin dagli anni Settanta, segna una rottura che appare difficilmente ricomponibile tra Roma e la Fraternità fondata da Marcel Lefebvre. A commentare l’evento, in un’intervista rilasciata al podcast Communicatio condotto da Jan Halatyk, è il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani dal 2010, teologo e vescovo di origine svizzera.
L’intervista è stata pubblicata da Rorate Caeli, da cui riportiano una sintesi.
Un atto “storico”, ma in senso negativo
Koch riconosce che la Fraternità ha definito l’ordinazione un evento storico, e concorda, “sebbene in un senso completamente diverso”. Ricorda che scismi legati ai concili si sono ripetuti nella storia della Chiesa — dopo Efeso, Calcedonia, il Vaticano I e ora il Vaticano II — sempre attorno alla stessa accusa: che la Chiesa abbia tradito la tradizione introducendo novità estranee ad essa. Per il cardinale, la vera sfida resta capire come restare fedeli alla tradizione aprendosi al tempo stesso alle nuove sfide del presente.
Il cardinale Koch afferma: “guardando alla storia, vediamo che questi problemi sono stati risolti nel corso del tempo. Quando la situazione è così tesa, ovviamente non c’è speranza di una soluzione immediata. Ma spero che in futuro ci saranno altre vie.”
La lettera di Leone XIV e l'”autoautorizzazione”
Prima della cerimonia, il 30 giugno, Papa Leone XIV aveva inviato al Superiore Generale della Fraternità una lettera di ammonimento in cui elogiava l’amore della FSSPX per la liturgia, la formazione sacerdotale e lo zelo apostolico, ma la esortava al pentimento, ricordando che lacerare la tunica senza cuciture di Cristo costituisce un peccato grave. Koch ipotizza che il Papa avrebbe voluto parlarne già nella festa dei santi Pietro e Paolo, ma i preparativi delle ordinazioni erano ormai troppo avanzati. Giudica comunque positivo che l’intervento sia arrivato, apprezzando il fatto che Leone XIV abbia prima riconosciuto gli aspetti positivi della Fraternità per poi ammonirla con più forza.
Particolarmente critico è il giudizio sull’autogiustificazione fornita dal Superiore Generale nel sermone di ordinazione: si tratterebbe, secondo Koch, di una forma di “autoautorizzazione”, concetto che il cardinale accosta paradossalmente a quello usato in ambito progressista, dove alcuni gruppi rivendicano il diritto di agire anche senza il consenso della gerarchia. “Tradizionalisti e progressisti possono talvolta trovarsi nello stesso ospedale, anche se in reparti estremamente diversi”, osserva, sottolineando come in entrambi i casi emerga una contraddizione interna: invocare a parole l’autorità del Papa per poi, nel momento decisivo, agire autonomamente. Koch parla di un “riconoscimento astratto del primato petrino” piuttosto che concreto verso l’attuale Pontefice e i suoi predecessori dal Concilio Vaticano II in poi.
Il concetto di tradizione: incompleto e contraddittorio
Il colloquio ripercorre il giudizio che Giovanni Paolo II diede nel 1988, dopo le ordinazioni illecite compiute da Lefebvre, definendo la concezione lefebvriana della tradizione “incompleta e contraddittoria”. Per Koch questa incompletezza deriva dal fatto che la Fraternità considera interrotti duemila anni di tradizione a partire dal Concilio Vaticano II, trattando solo frammenti della tradizione e non la sua totalità. Il Vaticano II, ricorda il cardinale, cita frequentemente i Padri della Chiesa e, dopo la Sacra Scrittura, il riferimento più ricorrente è proprio Papa Pio XII — un dato che contraddice l’idea di una rottura totale con il passato.
Rievocando l’ermeneutica della riforma proposta da Benedetto XVI nel discorso alla Curia del Natale 2005, Koch la ritiene ancora oggi la chiave più adeguata per interpretare il Concilio: né rottura né pura continuità, ma fedeltà alla tradizione unita all’apertura verso le sfide del presente. “Si tratta invece di un’ermeneutica della riforma, secondo la quale il Concilio Vaticano II si colloca all’interno di una tradizione fondamentale ma ha saputo rispondere a nuove sfide. È una combinazione di fedeltà alla tradizione e apertura al presente e al futuro. E credo che questa sia un’ermeneutica davvero significativa”, precisa il cardinale Koch.
Su questa linea, spiega come la Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa non contraddica le condanne ottocentesche del liberalismo di Gregorio XVI e Pio IX, perché questi ultimi riguardavano l’assolutezza della verità, mentre il documento conciliare affronta il diverso tema di come la Chiesa debba porsi nella moderna separazione tra Stato e religione. “Papa Benedetto ha parlato di una «sana laicità» e ha chiaramente sottolineato che la libertà religiosa è proprio la condizione fondamentale per il mandato missionario della Chiesa, poiché la Chiesa può adempiere alla propria missione solo se lo Stato ne garantisce la libertà.”, afferma il cardinale.
Libertà religiosa, ecumenismo ed extra ecclesiam nulla salus
Koch osserva come la pretesa della Fraternità che tutti gli Stati debbano essere cattolici sia “completamente avulsa dalla realtà”, legata alla convinzione che la regalità universale di Cristo sia violata dal riconoscimento della libertà religiosa. Quanto al principio extra ecclesiam nulla salus, ribadito dalla FSSPX in riferimento al Concilio di Firenze, il cardinale lo giudica oggi difficilmente sostenibile anche sul piano teologico: la Scrittura e la tradizione affermano che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, e se la Fraternità condanna all’inferno chiunque non appartenga alla Chiesa cattolica, rischia di porre il giudizio umano al di sopra del giudizio ultimo di Dio. Koch cita anche un’affermazione di Lefebvre, secondo cui i protestanti non potrebbero raggiungere il paradiso, commentando che in questo modo si ignora l’escatologia divina.
La teologia dell’ebraismo e l’ombra della Shoah
Un passaggio rilevante riguarda la Nostra Aetate e il rapporto con l’ebraismo. Ricordialo che essa è la Dichiarazione del Concilio Vaticano II, promulgata da Papa Paolo VI il 28 ottobre 1965. Ha segnato una svolta nella storia della Chiesa cattolica, ridefinendo il suo rapporto con le religioni non cristiane, promuovendo il dialogo, la tolleranza e condannando fermamente l’antisemitismo
La Fraternità sostiene che l’alleanza con Israele si sia interrotta con Cristo e che gli ebrei condividano tuttora la colpa del deicidio finché non riconoscono Gesù come Messia. Koch vi legge un’errata concezione del rapporto tra Antico e Nuovo Testamento, come se il secondo avesse “superato” il primo, mentre la Chiesa cattolica sostiene l’unità delle due Scritture in un’unica storia della salvezza. Definisce questa posizione della FSSPX “anacronistica alla luce della Shoah”, che fu tra i fattori all’origine della Nostra Aetate, e osserva che restare fedeli al cristianesimo escludendo l’ebraismo, sua matrice storica, equivale a escludere la propria madre dalla storia.
Un’occasione di autocritica per la Chiesa
Alla domanda se il successo della Fraternità tra i giovani, specie negli Stati Uniti e in Francia, non debba spingere la Chiesa a un esame di coscienza, Koch risponde che sarebbe ipocrita limitarsi a condannare la FSSPX senza interrogarsi sulle proprie “carenze fondamentali che la Fraternità sta mettendo in luce”.
Indica tre nodi da affrontare:
1) il rapporto irrisolto tra le due forme del rito romano, che Benedetto XVI aveva provato ad armonizzare e che Francesco ha in parte frenato. “Credo che dobbiamo ripensare a questo aspetto, specialmente per quei fedeli che si sentono attratti da questa forma di liturgia senza condividere l’intera sovrastruttura ideologica della Fraternità. Per questi fedeli, penso che dobbiamo cercare nuove vie.”, suggerisce Koch;
2) “Un secondo problema – continua Koch – è il pluralismo ecclesiologico che abbiamo oggi nell’ecumenismo, dove sostanzialmente tutte le Chiese e le comunità ecclesiali sono trattate come equivalenti, cosicché è essenzialmente indifferente a quale Chiesa si appartenga; in questo contesto, l’unicità della Chiesa cattolica, come chiaramente sottolineato dal Concilio Vaticano II, viene dimenticata.”
3) “il pluralismo religioso: l’idea che tutte le religioni siano ugualmente vie verso Dio. Queste tesi sono oggi ampiamente diffuse, e sarebbe bene utilizzare il confronto con la Fraternità come occasione di autoanalisi, per riflettere su ciò che occorre cambiare in questo ambito. Perché solo in questo modo potremo dimostrare in modo credibile alla Fraternità che questi mali da loro citati non sono contenuti nel Concilio, ma sono tendenze emerse dopo il Concilio.”, conclude il cardinale.
Scisma o atto scismatico? Prudenza sul futuro
Alla domanda se si debba già parlare di scisma strutturato e trasferire il dossier della Fraternità dal Dicastero per la Dottrina della Fede a quello per l’Unità dei Cristiani, Koch invita alla cautela: distingue tra “atto scismatico”, già usato da Giovanni Paolo II nel 1988, e scisma vero e proprio, e ricorda che la scomunica è una pena correttiva volta al pentimento, non definitiva. Nota inoltre che la Fraternità non ha costituito una vera struttura parallela, avendo nominato solo vescovi ausiliari senza potere di giurisdizione, guidata di fatto da un sacerdote.
Interrogato su eventuali segnali di autocritica nella Fraternità, il cardinale ammette di non vederne ancora, “ma sarebbe anche troppo presto. Se guardiamo alla situazione dei Vecchi Cattolici, ci sono voluti decenni prima che fosse possibile affrontare nuovamente quella questione. E penso che con la Fraternità San Pio X, almeno così spero, in futuro sarà possibile riprendere il dialogo affinché possano ritrovare la via del ritorno nella Chiesa cattolica”, dice Koch.
Chiude affidando il futuro alla pazienza e all’azione dello Spirito Santo: “Noi siamo responsabili solo del possibile. L’impossibile è il regno dello Spirito Santo.”
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è innegabile che il santo padre non ha mai incontrato i vertici della FSSPX, mentre ha ricevuto la Mullally o benedetto un di blocco di ghiaccio, forse uno spazio nella sua agenda poteva trovarlo
Cndivisibile, caro Cardinale Koch!
Tobia
Condivisibile, caro Cardinale Koch!
Tobia