Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Padre Peter Ryan, SJ e E. Christian Brugger e pubblicato su Catholic World Report. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Foto: cupola della basilica di San Pietro a Roma
Foto: cupola della basilica di San Pietro a Roma

 

Nel luglio 2023, il Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) ha ricevuto dieci dubia (domande formali) dal cardinale Dominik Duka, arcivescovo emerito di Praga, a nome della Conferenza episcopale ceca, riguardo alla corretta interpretazione di Amoris laetitia sulla questione della comunione eucaristica per i cattolici divorziati e risposati civilmente.

Il 25 settembre, il cardinale Victor Manuel Fernández, nuovo prefetto della DDF, ha pubblicato in italiano la sua risposta (di seguito Risposta) ai dieci dubia. La sua Risposta conferma che Amoris laetitia, interpretata secondo la volontà di Papa Francesco, insegna che i divorziati che hanno contratto una seconda unione civile, che non si astengono dai rapporti sessuali con i loro nuovi partner, possono talvolta accedere ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Questo è stato confermato, dice Fernández, quando Francesco ha risposto favorevolmente a una lettera inviata nel settembre 2016 dai vescovi della regione di Buenos Aires ai loro sacerdoti che esponeva questa precisa interpretazione.

Francesco ha risposto con entusiasmo alla lettera dei vescovi argentini con una propria lettera di approvazione, indirizzata privatamente ma resa pubblica all’epoca, in cui affermava: “Il testo è molto buono e spiega in modo esauriente il senso del capitolo VIII di ‘Amoris laetitia’. Non ci sono altre interpretazioni. E sono sicuro che farà molto bene”. Riconoscendo che lo status di autorevolezza per tutta la Chiesa di questa lettera privata poteva essere messo in discussione, Francesco ha ristampato entrambe le lettere nell’ottobre 2016 negli Acta Apostolicae Sedis (AAS), l’organo ufficiale della Santa Sede, accompagnate da un “rescriptum” che apparentemente le ha elevate allo status di documenti magisteriali. Questa breve storia è riportata nella Risposta di Fernández.

Il 13 ottobre, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, ex prefetto della DDF (all’epoca chiamata CDF – Congregazione per la Dottrina della Fede), ha pubblicato una lettera aperta al suo amico cardinale Duka, criticando la Risposta di Fernández ai dieci dubia. La risposta di Müller è sobria e convincente, anche se di non facile lettura, e forse per questo non ha suscitato molta attenzione. Tuttavia, l’attenta spiegazione di un ex prefetto sul perché ritiene che l’attuale prefetto stia richiedendo “ai fedeli una sottomissione della mente e della volontà a verità contrarie alla dottrina cattolica” merita sicuramente la nostra attenzione.

La questione dovrebbe essere attentamente considerata e discussa dai cattolici riflessivi, non da ultimo da coloro che si interrogano sullo status autorevole dell’insegnamento contenuto in Amoris laetitia. Poiché una discussione adeguata è impossibile se prima non si comprende la posta in gioco, offriamo il seguente riassunto delle preoccupazioni di Müller insieme ad alcune nostre osservazioni.

I dieci dubia del cardinale Duka chiedono in particolare se la suddetta interpretazione di Amoris laetitia sia un insegnamento del magistero ordinario del Papa. La domanda di Duka non è semplicemente teorica, ma eminentemente pratica. Infatti, se l’insegnamento che consente ai cattolici divorziati e risposati civilmente di accedere alla comunione eucaristica è magisteriale, allora sembra richiedere ai fedeli, come insegna Lumen gentium 25, una “religiosa sottomissione di mente e di volontà”.

Nella sua Risposta, Fernández, dopo aver affermato che Amoris laetitia è essa stessa un documento magisteriale “verso il quale tutti sono chiamati a offrire la sottomissione della mente e della volontà”, afferma che la lettera di Francesco ai vescovi argentini è effettivamente anche un insegnamento dell’autentico magistero papale, perché il Papa lo ha indicato quando l’ha inclusa negli Acta Apostolica Sedis.

Il cardinale Müller nutre profonde perplessità su questa risposta. A suo avviso, se l’interpretazione proposta dai vescovi argentini è magisteriale, essa pone i fedeli in una posizione insostenibile per almeno tre motivi.

Il primo è che sia la Risposta di Fernández che il testo di Buenos Aires sono “teologicamente ambigui”. La Risposta è ambigua perché dice che Amoris laetitia insegna che l’Eucaristia può essere data a una persona divorziata e risposata “anche quando [questa persona] non riesce a essere fedele alla continenza proposta dalla Chiesa”. Secondo Müller questo può essere interpretato in due modi. Il primo intende le persone in questione come non disposte a impegnarsi ad astenersi dai rapporti sessuali; il secondo, a persone che cercano di astenersi ma a volte peccano di cedimento per debolezza. Quest’ultima interpretazione non porrebbe alcun problema, perché ammettere queste persone all’Eucaristia dopo che hanno confessato i loro peccati con il fermo proposito di emendarsi è perfettamente coerente con il precedente insegnamento della Chiesa.

Ma Müller sottolinea che “questa ambiguità è risolta nel testo di Buenos Aires” a favore dell’interpretazione che intende i divorziati risposati come non disposti a impegnarsi a vivere in continenza. I vescovi argentini parlano infatti di ammettere all’Eucaristia coloro per i quali “non è stato possibile ottenere l’annullamento” e per i quali tentare di vivere in continenza “potrebbe di fatto non essere fattibile”. Il testo suggerisce quindi che non ci si può ragionevolmente aspettare che alcuni divorziati e risposati si astengano dall’avere rapporti sessuali con i loro nuovi partner, e insegna che in alcuni casi essi dovrebbero essere ammessi all’Eucaristia nonostante la loro riluttanza a impegnarsi a vivere in continenza.

Una seconda ambiguità riguarda il riferimento dei vescovi argentini a coloro per i quali “non è stato possibile ottenere l’annullamento”. Sembra certamente riferirsi a coloro che sono già validamente sposati, ma non lo dice, e alcuni lo hanno interpretato, anche se improbabilmente, come se si riferisse a persone in una situazione in cui “sebbene il matrimonio non sia valido per ragioni oggettive, queste ragioni non possono essere provate davanti al foro ecclesiastico”. E l’entusiastica approvazione di Francesco del testo di Buenos Aires – “Non ci sono altre interpretazioni” – fa poco o nulla per cancellare l’ambiguità.

Müller obietta che è problematico chiedere la sottomissione della mente e della volontà a un testo di una “conferenza episcopale parziale (la regione di Buenos Aires)”, che si presta a interpretazioni contraddittorie e che sembra comportare una conclusione “la cui coerenza con l’insegnamento di Cristo (Mc 10,1-12) è in discussione”.

Il secondo motivo per cui la Risposta di Fernández mette i fedeli in una posizione insostenibile è che affermare che i divorziati e i risposati civilmente che non sono disposti a impegnarsi a vivere in continenza possono talvolta tornare alla Santa Comunione contraddice gli insegnamenti del magistero ordinario di due papi recenti, ossia Giovanni Paolo II (Familiaris consortio 84) e Benedetto XVI (Sacramentum caritati 29). Questi papi riaffermano esplicitamente l’antica prassi della Chiesa, basata sulle Sacre Scritture, di rifiutare la comunione eucaristica alle persone in questa situazione. A questi insegnamenti, che “rendono testimonianza alla Parola di Dio”, i fedeli devono già una religiosa sottomissione della mente e della volontà.

In terzo luogo, l’interpretazione apparentemente difesa dalla Risposta contraddice almeno quattro proposizioni definitivamente insegnate dal Concilio di Trento: che i fedeli sono tenuti a confessare sacramentalmente tutti i peccati gravi; che vivere in una relazione sessualmente attiva con una persona diversa dal proprio coniuge valido, mentre quest’ultimo è ancora in vita, è un peccato grave di adulterio; che una condizione necessaria per l’assoluzione è il dolore del penitente per il peccato commesso e il proposito di non peccare più; e che è possibile per tutti i battezzati osservare i Comandamenti. Questi insegnamenti, dice Müller, appartengono alla rivelazione divina e quindi richiedono ai fedeli non solo una sottomissione religiosa della mente e della volontà, ma una fede divina e cattolica.

Come devono rispondere i fedeli? Müller afferma che i cattolici che rifiutano l’ovvia interpretazione di Amoris laetitia contenuta nel testo dei vescovi argentini e nella Risposta di Fernández “non possono essere accusati di dissenso”. Perché non stanno esaltando l’opinione privata al di sopra di ciò che insegna il magistero. Piuttosto, hanno trovato una contraddizione tra due serie di insegnamenti magisteriali e hanno scelto, giustamente, di dare il loro assenso a quello che è già stato infallibilmente affermato.

Questo punto merita di essere sottolineato, non solo per quanto riguarda i problemi posti da Amoris laetitia, ma nell’approccio all’insegnamento della Chiesa in generale con i suoi diversi gradi di autorevolezza. Il deposito della fede – l’insegnamento della rivelazione divina – è sempre la norma per la fede e la pratica cattolica e per i pronunciamenti dell’autorità della Chiesa. Tutta la vita cattolica – l’insegnamento e la pratica – deve essere giudicata alla sua luce. Se si sospetta una discontinuità tra un’istanza di insegnamento presuntivamente autorevole e una verità della rivelazione divina (o un insegnamento già proposto definitivamente dal magistero come attinente alla rivelazione divina, sia esplicitamente che come necessario per la sua articolazione), si dovrebbe prima interrogare la propria comprensione dell’insegnamento autorevole per vedere se la discontinuità è solo apparente, derivante da qualche malinteso da parte propria.

In effetti, si dovrebbe fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile per vedere se l’apparente discrepanza può essere risolta mantenendo la continuità tra i due insegnamenti. Se anche dopo questo sforzo in buona fede si rimane convinti che non è possibile conciliarli, allora si ha il diritto di mettere in dubbio – anzi, si dovrebbe mettere in dubbio – l’integrità cattolica dell’insegnamento non infallibile e non si dovrebbe acconsentire. Lungi dall’essere un’espressione di “cattolicesimo da bar”, questa è un’espressione matura di impegno verso la verità divina e cattolica, alla quale i fedeli hanno il dovere di sottomettersi e alla luce della quale devono “prendere in consegna ogni pensiero” (2 Cor 10,5).

Müller conclude dicendo che, date le interpretazioni contraddittorie a cui si prestano il testo di Buenos Aires e la Risposta, è necessaria una risposta chiara a un dubium molto preciso. La domanda a cui si deve rispondere è se l’assoluzione sacramentale possa talvolta essere data a una persona validamente sposata che non voglia astenersi dall’avere rapporti sessuali con una persona con cui vive una seconda unione. Anche un dubium correlato richiede una risposta: se l’assoluzione sacramentale possa talvolta essere data a una persona che non è disposta ad astenersi dall’avere rapporti sessuali con una persona validamente sposata con qualcun altro. Finché questi dubia non saranno risolti con chiarezza, il significato preciso dei documenti argentini e del DDF rimarrà in dubbio.

Tutti gli indizi sembrano indicare che il Papa pensa che queste domande debbano avere una risposta affermativa, ma finora non è stato disposto a rispondere. Il problema di una risposta positiva, dice Müller, è che “tale risposta sarebbe contraria alla dottrina cattolica” e quindi i fedeli “non sarebbero obbligati ad accettarla”. Si potrebbe addirittura dire che sarebbero obbligati a non accettarla.

Dovremmo sperare in una risposta negativa che, come sottolinea Müller, sarebbe utile in primo luogo all’autorità didattica stessa preservando la sua credibilità, “poiché non richiederebbe più ai fedeli” ciò che non può essere giustamente richiesto, ossia “una sottomissione della mente e della volontà a verità contrarie alla dottrina cattolica”.

Padre Peter Ryan, SJ e E. Christian Brugger

 

Padre Peter Ryan, SJ, è membro della Provincia del Maryland della Compagnia di Gesù. P. Ryan è stato direttore esecutivo del Segretariato per la dottrina e gli affari canonici della Conferenza episcopale statunitense (USCCB) dal 2013 al 2016. In precedenza è stato direttore della formazione spirituale e professore di teologia morale al Kenrick-Gennon Seminary di St. Louis, professore di teologia morale al Mount St. Mary’s Seminary di Emmitsburg, Maryland, e professore assistente di teologia al Loyola College del Maryland, dal 1994 al 2001. P. Ryan ha conseguito la licenza e il dottorato in teologia presso l’Università Gregoriana, a Roma; il master of divinity presso il Regis College, a Toronto; il master of arts in inglese e la licenza in filosofia presso la Gonzaga University, a Spokane; e il bachelor of arts in scienze politiche presso il Loyola College nel Maryland. Attualmente insegna presso il Seminario del Sacro Cuore di Detroit.

Il dottor E. Christian Brugger è un teologo morale che vive a Front Royal, in Virginia.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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