di Sabino Paciolla
Il cardinale Walter Brandmüller (nato ad Ansbach, in Germania, il 5 gennaio 1929) è uno dei più eminenti storici della Chiesa cattolica. La sua statura intellettuale e teologica lo ha reso un punto di riferimento per la difesa della dottrina cattolica. Specialista della storia dei Concili e professore di Storia della Chiesa moderna e medievale, Brandmüller ha dedicato decenni alla ricerca accademica. La sua autorevolezza in questo campo ha spinto Papa Giovanni Paolo II, nel 1998, a nominarlo Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, carica istituzionale di altissimo profilo che ha ricoperto per oltre dieci anni, fino al 2009.
In un articolo pubblicato l’8 settembre dal commentatore vaticano Sandro Magister, il cardinale Walter Brandmüller afferma che da quando Francesco è diventato papa, il termine “sinodalità” ricorre con crescente frequenza, ma applicato a contesti molto diversi tra loro e senza una definizione condivisa. L’autore dell’articolo apre proprio da questa ambiguità, richiamando il celebre scambio tra Mefistofele e lo scolaro nel Faust di Goethe, in cui il diavolo travestito da professore consiglia di affidarsi alle parole piuttosto che ai concetti, perché è proprio quando manca il concetto che le parole risultano più comode da usare. È un monito contro l’uso disinvolto di un termine teologicamente delicato.
Per evitare questa trappola, il testo propone anzitutto di ricordare cosa sia, in senso classico, un sinodo: un’assemblea di vescovi riuniti per esercitare insieme il loro compito di governo e magistero. Se a parteciparvi sono tutti i vescovi della Chiesa, sotto la guida del papa, si tratta di un concilio ecumenico, dotato della massima autorità dottrinale. Se invece si riuniscono i vescovi di una porzione di Chiesa – una provincia o regione ecclesiastica – si parla di concilio particolare, i cui atti necessitano della conferma della Santa Sede. In entrambi i casi, sottolinea l’autore, i vescovi agiscono in forza del potere ricevuto con l’ordinazione sacramentale.
Un passaggio storico chiave è il 1965, quando Paolo VI istituisce con il motu proprio Apostolica sollicitudo il Sinodo dei vescovi, pensato come organo puramente consultivo del papa. L’autore non ne contesta l’utilità, ma osserva che il nome stesso genera confusione, dal momento che i partecipanti sono convocati singolarmente dal pontefice e il loro ruolo dovrebbe limitarsi al consiglio, non alla proclamazione di dottrine o alla legislazione. Per maggiore chiarezza, suggerisce di usare un termine diverso da “sinodo” per questo organismo, e lo stesso vale per i più recenti organismi che includono anche sacerdoti e laici di entrambi i sessi: non potendo questi esercitare il ministero magisteriale riservato ai vescovi, non si dovrebbe parlare propriamente di “sinodo” nemmeno in questi casi, pur restando legittimo affidare ai laici funzioni di consulenza.
Secondo l’autore, questa tendenza rivela l’adozione, spesso acritica, di modelli organizzativi secolari e democratici all’interno della vita ecclesiale, nel tentativo di restare al passo con i tempi. Vi si riconosce persino un’eco del modello sinodale protestante, ispirato alle idee di Lutero, che negava il sacramento dell’ordine sostenendo che il solo battesimo renda chiunque sacerdote, vescovo o papa – una concezione incompatibile, spiega l’articolo, con l’ecclesiologia cattolica.
Un discorso parallelo riguarda le conferenze episcopali, nate nella prima metà dell’Ottocento non secondo la struttura gerarchica della Chiesa, ma ricalcando i confini dei singoli Stati nazionali, per gestire i rapporti tra Chiesa e Stato laico moderno, restando estranee alle questioni di dottrina, liturgia e sacramenti. Per questo l’autore giudica problematico che Evangelii gaudium abbia attribuito loro anche una qualche autorità dottrinale. A questo riguardo, prosegue il porporato, va ribadito con forza :
“Anche in materia dottrinale la conferenza episcopale non è un’istanza intermedia gerarchica, né un organo della Chiesa nazionale che possa entrare in concorrenza con il magistero della Chiesa universale o addirittura mettere in pericolo il primato dottrinale del papa”
E poi prosegue:
È difficile ignorare che si tratta di un’espressione della crescente laicizzazione della comprensione della Chiesa. Come è già stato osservato, proprio in questo si riconosce un neo-arianesimo ecclesiologico che, pur non negando espressamente il carattere soprannaturale della Chiesa, più o meno lo ignora : la Chiesa come entità sociale.
L’articolo si chiude con un auspicio: restituire ai sinodi delle Chiese particolari, fedeli alle strutture gerarchiche autentiche, l’importanza che avevano un tempo, magari recuperando le forme liturgiche rinnovate del Pontificale del 1986. Un percorso che, secondo l’autore:
potrebbe anche contrastare efficacemente il processo di secolarizzazione della Chiesa e compiere un passo decisivo verso quella sua “de-secolarizzazione” la cui necessità è stata ribadita con forza da Benedetto XVI.





















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